Lucca, il doping e il tradimento della bicicletta

L'assunzione di sostanze illecite nel dilettantismo è un problema ancor peggiore del doping nel professionismo. Il vero marcio però sta altrove

9 Febbraio 2018 alle 11:03

Lucca, il doping e il tradimento della bicicletta

Foto LaPresse

"Se vuoi andare forte, te lo dico. Sennò fai come ti pare, fai la vita, tutto...". Se vuoi andare forte, se vuoi vincere, se, se, se. Ci sono troppi se e troppi santoni che vengono fuori da quelle telefonate di Lucca. C'è una voglia marcia di velocità, di risultati, di vittoria. Che poi non è altro che la stessa di sempre, quella di arrivare al traguardo con la ruota davanti a tutti gli altri. E' il ciclismo nella sua forma più veloce, quella competitiva, quella che spinge a dare tutto, quella che viene esaltata, perché i vincitori sono eroi, idoli, vip. E i vincitori erano eroi e idoli anche cent'anni fa, lo sono da sempre. Chi corre vive per la vittoria, chi osserva vive per la vittoria altrui, del proprio atleta, quello preferito, a volte pure amato. Eroi, idoli, i ciclisti lo sono sempre stati, vip però forse no. C'erano i simboli certamente, ma erano simboli sportivi, a volte anche più che sportivi, repubblicani, nel senso di patrimonio della res pubblica. Vip no. Né gente da salotto buono, né gente da feste esclusive, al massimo da festa popolare, sagre e osterie, onori cittadini, da piazza e da strade. Quelle dorate delle corse, quelle estenuanti degli allenamenti, quelle magari un poco chimiche, allietate da qualche anfetamina, da qualche intruglio strano, perché no, ché la fatica in bicicletta è tanta e una scorciatoia non la si rifiuta. Ma era altra cosa rispetto a quella di oggi, era un altro mondo, riservato a un élite piccola, professionista, abituata prima a farsi un mazzo tanto e poi a renderlo, in caso, un po' meno pesante. Era senz'altro doping, era probabilmente la stessa cosa, lo stesso inganno, ma non era la stessa cosa e non era lo stesso inganno.

 

Arrestati a Lucca i dirigenti di un team dilettantistico, ma non c’è solo doping nel cielo del ciclismo italiano

L'indagine è partita in seguito alla morte, avvenuta il 2 maggio 2017, del 21enne Linas Rumsas. Il ritorno del grande spettro, i motivi per non dubitare, ancora una volta, di questo sport 

  

E non è tanto Lucca il problema, non sono tanto quegli arresti e quelle intercettazioni, quel sistema a rappresentare il marcio, a renderlo così duro da digerire. E' altro, quello che sta attorno a quel marcio. Certo un presidente che spiega come andare forte a medicinali non è cosa edificante, certo non è quello che vogliamo, quello che pensiamo sia corretto. Però non è il primo, forse nemmeno l'unico. Forse.

 

Il doping nel dilettantismo è un problema ancor peggiore del doping nel professionismo, perché riguarda giovanotti che i vent'anni non ce li hanno ancora oppure ce li hanno da poco. Quelli che riteniamo siano il futuro, quelli che crediamo possano essere la faccia e il volto di un ciclismo nuovo, pulito.

 

Ma è questo termine, questa ossessione di trovare il candore anche dove non ce ne sarebbe bisogno a fregarci, a farci pensare che sia tutto uno schifo, che "l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare". Perché nello sport tutto pulito non può essere e non può essere perché lo sport, almeno nella sua versione moderna, è competizione e lotta, è vittoria o vittoria, perché la sconfitta non è più ammessa. Non è più passatempo aristocratico, è passione popolare, non è più fisico al servizio dell'intelletto, è eccezionalità al servizio della pancia.

 

Per questo più che Lucca dovrebbe sconvolgere altro, dovrebbe far inorridire quel che succede tra chi la bici la usa non per professione ma per divertimento, o presunto tale. Sono i casi di positività in corse amatoriali, sono gli amatori che vengono beccati a trafficare con medicinali e sostanze proibite, sono le prestazioni taroccate di chi la bici la dovrebbe amare e invece si trucca per farsi amare e invidiare dagli altri. Dovrebbero essere amatori e la parola amatore dentro c'ha tutto, basterebbe pronunciarla e riflettere su essa per capire che amare non è competere, o meglio che amare è altra cosa da competere. Lo si può fare, non c'è divieto, anzi. Ma lo si deve fare mossi dalla passione per questo meraviglioso mezzo che è la bici.

 

Truccare, sia farmaceuticamente che meccanicamente, la bici significa sputare sulla bici, significa non averne rispetto, significa infangare una storia fatta di fatica, non essere degni della bici, sputtanarla. Perché la bici è ed è sempre stata velocità, ma lenta, è sempre stata chilometri, ma reali, è sempre stata fatica, ma tanta. La bici si muove perché è mossa, altrimenti cadrebbe, si nutre di velocità, non ne può fare a meno. Ma è velocità umana, a trazione umana. "La bici è il miglior modo per volare, fa girare la testa, rende accessibile la distanza, l'accorcia", raccontò nei suoi diari Albert Einstein. "Ma è anche un mezzo che insegna una cosa fondamentale: l'assoluta libertà di dipendere esclusivamente da te".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi