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Quegli storici 100 metri di Filippo Tortu

Era da 32 anni che un italiano non arrivava alla finale: il milanese ha chiuso settimo nella finalissima dello Stadio Khalifa con il tempo di 10”07. Buone notizie da salto con l'asta

29 Settembre 2019 alle 00:36

Quegli storici 100 metri di Filippo Tortu

Foto LaPresse

Trentadue anni. Questo è il tempo che ci separava dall’ultima volta che un italiano, Pierfrancesco Pavoni, aveva corso una finale nei cento metri. L’attesa è finita, Filippo Tortu, classe 1998, compie l’impresa ed è settimo nella finalissima dello Stadio Khalifa con il tempo di 10”07, in una gara sorprendentemente veloce vinta dallo statunitense Coleman con 9”76. Un momento esaltante per i nostri colori che viene preceduto dalla buona notizia dal salto con l’asta dell’ingresso in finale di Claudio Stecchi con un salto a 5,75 m. Insomma una giornata indimenticabile per i colori azzurri, che finirà nei libri di storia dell’atletica italiana grazie al nostro Filippo.

 

Mentre scrivo stanno per partire i valorosi marciatori e marciatrici azzurri della 50km di marcia. Avete letto bene, 50km in questo forno a cielo aperto chiamato Doha; Eleonora Anna Giorgi, Dottoressa della Bocconi, ha i favori dei pronostici, ma sarà una dura battaglia contro il caldo e l’umidità come dimostrano i dati sconcertanti della maratona femminile della scorsa notte, il 40 per cento delle atlete si sono ritirate per svenimenti o malori, praticamente un bollettino di guerra.

 

Voglio chiudere con una riflessione: questa sera ero allo stadio ed ho notato come una struttura modernissima pensata per ospitare i mondiali di atletica leggera e di calcio avesse un bagno per le donne ogni sei per gli uomini. In un attimo in quella enclave nel mondo di uguaglianza uomo-donna che è l’atletica e, per molti versi (purtroppo non tutti), lo sport in generale, ha fatto irruzione la realtà del Qatar e le sue contraddizioni. Pensavo, camminando per i tunnel dello stadio che qualcuno dovrà pur fargli capire che non possono organizzare così i servizi di un impianto sportivo che vuole essere  internazionale. Poi, per chiedere un’informazione, mi sono fermata da una ragazzina molto giovane, una volontaria, e le ho chiesto se parlasse inglese, lei, velo, maniche e pantaloni lunghi come vogliono le regole, mi ha guardato con due occhi neri e grandi come la notte  e con non celato orgoglio e mi ha detto che si, parlava inglese ed ha risposto con una pronuncia perfetta alla mia domanda. L’ho guardata sorridendo, forse troppo, perché aveva un’aria stupita della mia felicità quando me ne sono andata via pensando che glielo spiegherà lei, un giorno, quando sarà grande, quanti bagni per le donne devono costruire negli stadi.

Silvia Salis

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