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Girodiruota – Musica in Giro

Zakarin al Lago Serrù conquista il pensiero stupendo di Mollema

Il russo vince l'arrivo in salita della 13esima tappa del Giro d'Italia 2019. Roglic e Nibali si studiano, mentre Landa guadagna su tutti gli altri uomini di classifica. Polanc ancora in rosa. Colonna sonora: Pensiero stupendo di Patty Pravo

24 Maggio 2019 alle 17:40

Il russo Ilnur Zakarin vince la tredicesima tappa del Giro d'Italia 2019, la Pinerolo-Ceresole reale (Lago Serrù), 196 km. Sul primo arrivo in salita della corsa rosa è riuscito a precedere Mikel Nieve, secondo al traguardo, e Mikel Landa, autore di una grande rimonta dopo essere scattato dal gruppo dei migliori a 15 chilometri dal traguardo. La maglia rosa è ancora sulle spalle di Jan Polanc.

 


 

Sarà che i corridori hanno i piedi su pedali che stanno a qualche decina di centimetri dal suolo. Sarà che la fatica che si prova pedalando ha la capacità di distrarre la mente e di farla astrarre dai problemi quotidiani, abbracciando quasi uno stato mistico. Sarà che nulla come il vento in faccia "simula la sensazione del volo", parola di Orio Vergani. Sarà per tutto questo, ma a volte la bicicletta si trasforma in un'appendice della fantasia. Succede spesso a chi su di una sella scorrazza per strade domenicali e mentre muove le pedivelle, nel guardare i panorami nei quali si immerge, immagina altri scenari, scatti alpini o pirenaici, evasioni ad alta quota. Succede a volte anche ai corridori lungo le strade del Giro d'Italia. Come fosse "un pensiero stupendo/ nasce un poco strisciando / si potrebbe trattare di bisogno d'amore / meglio non dire". Un bisogno d'amore a pedali, grande come una montagna. Un pensiero stupendo che nasce in pianura, lungo la strada che porta alle prime rampe della Colletta di Cimiana, antipasto di quello che la giornata propone: salita, e tanta. Un pensiero stupendo che si materializza sotto i caschetti bianchi che brillano al sole piemontese sopra magliette rosse e bianche, quelle della Trek-Segafredo. Non è un trio d'amore un po' strano, come quello cantato da Patty Pravo, ma è un trio in bicicletta al servizio di un capitano: Nicola Conci, Giulio Ciccone, Michele Brambilla uniti in un abbraccio ciclistico in favor di Bauke Mollema, uomo di classifica che alla relativa stabilità del gruppo ha preferito inoltrarsi nella precarietà della fuga.

 

 

Un pensiero stupendo che sale e scende dal Colle del Lys e dal Pian del lupo, che sembra evaporare verso Pont Canavese, che riprende forma e stabilità dopo Locana, quando la strada che porta al Lago Serrù inizia a puntare, prima piano e poi decisa, al cielo. È lì che i venticinque avanguardisti si sparpagliano. È un'esplosione iniziale, poi un costante e inesorabile rarefarsi: di ossigeno, di forze, di uomini. Brambilla e Ciccone spendono anima e forze per lanciare l'olandese, si accartocciano sfiniti sul manubrio, unica zattera alla quale aggrapparsi lungo quella striscia nera bordata di bianco che non vuole saperne di placarsi. Lo accompagnano a lungo, poi lasciano il loro destino in mano alla clemenza del tempo. E così a cinque dall'arrivo rimangono avanti soltanto Ilnur Zakarin, Mikel Nieve e Bauke Mollema. È un attimo soltanto però, perché a quattro chilometri e novecento metri il pensiero stupendo che fu di Mollema si trasforma in quello di Zakarin. Il russo scatta e nella solitudine di pareti di neve e strade invase da rivoli d'acqua che scende a valle, contempla per primo le vette alpine riflesse nel Lago Serrù.

 

Un pensiero stupendo che prova a cullare pure Mikel Landa, quando a una quindicina di chilometri dall'arrivo evade dal plotone buono e, dopo aver notato un certo disinteresse nei suoi confronti, insiste. La sua è una scalata determinata e rabbiosa, un incedere cadenzato sui pedali, una danza alpina agevolata, per qualche chilometro dall'incontro con Andrey Amador e Héctor Carretero, gregari che avevano aperto la giornata in fuga per farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. Landa ne sfrutta l'altruismo, poi prosegue solitario la sua rincorsa impossibile alla testa: finirà terzo alle spalle del russo e di Nieve, ma un minuto e mezzo davanti rispetto a Roglic e Nibali.

  

Le montagne arrivano e mettono in scena ciò che sino a ieri si poteva soltanto sperare, ossia la lotta dura e disperata tra chi questo Giro lo vuole vincere. "Prima o poi / poteva accadere, sai / si può scivolare, se così si può dire / questioni di cuore". E come una coppia d'innamorati Primoz Roglic e Vincenzo Nibali procedono assieme, fianco a fianco, gettandosi occhiate interessate, ma per niente complici, mentre tutt'attorno gli avversari provano l'avventura solitaria. Ma nulla conta davvero per lo sloveno e l'italiano, nulla a eccezione del loro incedere di coppia. È un dialogo muto fatto di poche parole: se parti ti vengo a prendere, non ti conviene sfidarmi. E così il primo non sfida il secondo e il secondo non sfida il primo. Arrivano a braccetto aspettando il domani.

 

 

Un domani che in tanti speravano fosse migliore. Simon Yates per primo, scivolato dal desiderio rosa della vigilia, all'inseguimento un po' depresso frutto di secondi e minuti lasciati sulla strada, di ghigni di fatica e di gambe che non girano come dovrebbero girare. Un domani che probabilmente sarà meglio dell'oggi per Miguel Ángel López. Il colombiano ha dovuto mettere il piede a terra a causa di un salto di catena, si è intestardito in un inseguimento violento, si è dovuto arrendere a un aggancio che non è mai arrivato.

 

Un domani che Jan Polanc vede "duro, molto duro", ma tutto sommato felice. Perché anche da Saint-Vincent partirà ancora in maglia rosa, perché verso Courmayeur vivrà un altro giorno da capoclasse, avrà un'altra possibilità di sognare.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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