Silvano Petrosino, l'impossibilità del desiderio

Davide D'Alessandro

Con l’ultimo libro, edito da Vita e Pensiero, il filosofo milanese continua l’indagine su uno dei temi capitali che angoscia l’umano. Lo fa convocando filosofi e letterati, prima che irrompa la psicoanalisi con l’insostituibile lettura di Jacques Lacan

Gli studi di Silvano Petrosino, professore all’Università Cattolica di Milano, dove insegna Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media, sono sempre approfonditi e preziosi. Chi lo ha seguito nei percorsi introspettivi di Lévinas e Derrida, conosce lo spessore del filosofo e la capacità di far dialogare vecchi e nuovi schemi, vecchi e nuovi pensieri, lavorando su parole e temi che agitano l’umano. Penso all’invidia, al denaro, al desiderio. Il desiderio. Non siamo figli delle stelle, edito da Vita e Pensiero, si presenta con l’esergo di Stefano D’Arrigo e Jacques Lacan. Il primo, in Horcynus orca, annota: “[…] che non li saziava mai, perché la loro felicità doveva forse consistere tutta nel fatto che non si potevano saziare mai, perché la felicità non c’è cibo che la possa saziare”; il secondo, in Il seminario. Libro VI, aggiunge: “Si può persino sostenere che, se non si sono affatto messi in chiaro i propri conti con il desiderio, è perché non si è potuto far di meglio, non è infatti una strada in cui si possa avanzare senza pagare nulla”.

Che cos’è il desiderio? Petrosino spiega che “il verbo latino ‘desiderare’ deriva dal composto latino della particella de – che può indicare una mancanza oppure un’azione distruttiva – con il termine sidus, sideris (plurale sidera), che significa ‘stella’ e continua: “Da queste righe emerge con chiarezza il carattere disorientante, inquietante, sconcertante se non addirittura impossibile del desiderio; in effetti, in qualsiasi modo si interpreta la particella de, quando si parla del desiderio ci si riferisce inevitabilmente a qualcosa che eccede e destabilizza un certo ordine stabilito. Si tratta senza alcun dubbio di un primo tratto fondamentale sul quale bisognerà soffermarsi; vi sono poi altri due aspetti che non si potrà fare a meno di considerare: il desiderio s’impone come una realtà essenziale all’interno del particolare modo d’essere dell’uomo (non si può parlare seriamente dell’uomo, delle sue avventure e disavventure, senza confrontarsi seriamente con il desiderio); quest’ultimo, inoltre, rappresenta qualcosa di irriducibile e di continuamente ritornante all’interno dell’esperienza umana (in tal senso non può in alcun modo essere eliminato o superato o normalizzato, così come non può neppure essere relegato all’interno di un certo periodo della vita del soggetto, la gioventù ad esempio). Essenziale, sconcertante, irriducibile e ritornante: ecco gli snodi fondamentali attorno ai quali le pagine che seguono tesseranno il loro discorso”.

E le pagine che seguono, in effetti, tessono il loro discorso appoggiandosi sulle intuizioni di Heidegger, di Cassirer, di Lévinas, di Sartre, di Kafka, in un incrocio di proficue sollecitazioni tra filosofia e letteratura, prima che irrompa la psicoanalisi con la lettura insostituibile di Lacan. Scrive Petrosino: “Riferendosi al desiderio Lacan parla di una ‘certa difficoltà’, di un ‘certo punto d’inciampo’, ma anche, come si è già sottolineato, di ‘sconcerto’ e di ‘impossibile’. Perché? Per rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi sulla differenza e di conseguenza anche sulla vicinanza tra bisogno e desiderio. Ad accomunare il primo al secondo sono l’evidenza di una certa carenza, di un certo vuoto, e la tensione che quest’ultimo puntualmente genera; tuttavia, mentre il bisogno è caratterizzato da un vuoto che può essere colmato con il conseguente passaggio da un’assenza a una presenza, il desiderio è caratterizzato da una mancanza incolmabile rispetto alla quale il soggetto non ha alcun sapere. In altre parole, mentre nel bisogno il soggetto ha sempre un sapere su ciò di cui avverte l’assenza (ha sete di questo e fame di quello), nel desiderio il soggetto manca di ciò che non sa o anche non sa di che cosa manca, e anzi l’unica certezza di fronte alla quale la sua esperienza quotidiana con insistenza lo pone è quella relativa al rilancio stesso che il desiderio riceve da parte di tutto ciò che in un primo momento si configura come capace di soddisfarlo. Il soggetto sa che desidera, ma non sa mai che cosa propriamente desidera, e ogni qualvolta crede o sogna di avere individuato l’oggetto del proprio desiderio, ecco che quest’ultimo, l’oggetto, con rigore fallisce, puntualmente non mantiene le promesse e il desiderio si acuisce”.

Per Lacan, “il desiderio è un rapporto da essere a mancanza. Questa mancanza è mancanza di essere, nel senso proprio della parola. Non è mancanza di questo o di quello, ma mancanza di esser grazie a cui l’essere esiste. Questa mancanza è al di là di tutto ciò che può farla presente […]Il desiderio, funzione centrale di ogni esperienza umana, è desiderio di niente di nominabile. E questo desiderio è nel medesimo tempo fonte di ogni specie di animazione. Se l’essere non fosse che ciò che è, non ci sarebbe neppure posto per parlarne, l’essere arriva a esistere in funzione proprio di questa mancanza. È in funzione di questa mancanza, nell’esperienza di desiderio, che l’essere giunge a un senso di sé in rapporto all’essere […] È il desiderio che compie la strutturazione primitiva del mondo umano […].

Chiude Petrosino: “Si deve quindi affermare che il soggetto desidera sempre ciò di cui non ha bisogno, così come si deve riconoscere che è proprio la sua ‘struttura umana’ a sollecitarlo oltre la ferrea legge dei bisogni e della loro agognata soddisfazione: rispetto alla stabile stella del bisogno e all’ampia costellazione ch’essa raccoglie attorno a sé, il desiderio è sempre sconcertante e irriducibilmente de-costellizzante”.

Anch’io mi fermo qui, celandovi l’approdo di Petrosino che convoca altri autori e altri pensieri per un finale aperto, poiché su questi temi non può esservi finale chiuso. Tutto resta perennemente aperto per l’uomo che non smette di desiderare.