Machiavelli, Prezzolini e una bottiglia di Brunello

Davide D'Alessandro

I Grandi si annusano e si riconoscono tra loro. Elogio di una lettura particolare e mirabile del Segretario fiorentino fatta da chi seppe coglierne, con poche pagine, l’intima essenza del pensiero

“La leggenda è il premio che la storia concede ai grandi uomini per consolarli delle loro disgrazie in vita. Essi talora compiono con la loro leggenda quello che non poterono, in vita, raggiungere col loro ingegno. La leggenda s’impadronì del Machiavelli al letto di morte; ed essa lo porta ancora in cima alla sua ondata di gloria e d’infamia, e ce lo mostra in modo ch’è difficile guardarlo senza fremere d’ammirazione o d’orrore. Machiavelli fu odiato, temuto, negato, onorato, calpestato, bruciato, imitato, cantato, vantato, copiato, travestito, insultato: chi se ne fece scarpe, chi mantello, e chi grimaldello; chi ci volò, chi ci strisciò, chi ci uccise; chi lo centellinò come un elisir; chi se ne ubriacò, come una grappa; chi lo vendette al banco, come un vino d’osteria; chi lo prese infuso nell’acquetta propria. Nacquero tanti Machiavelli: quello dei Gesuiti, quello dei patrioti, quello dei filosofi, quello degli enciclopedisti, quello dei protestanti e quello dei cattolici, quello dei letterati e quello dei tesaioli, quello dei discorsi ufficiali e quello delle pubblicazioni per nozze, ed infine, il più conosciuto, quello degli scimuniti. Nacque il machiavellismo; e il Machiavelli avrebbe detto volentieri: io non sono stato machiavellico. Servì ai preti per farsi prìncipi, ai prìncipi per tener indietro i preti. Chi lo combattè in pubblico lo fece per meglio seguirne gl’insegnamenti in privato”.

Nel 1927 nacque anche il Machiavelli di Giuseppe Prezzolini, da dove ho tratto l’incipit per ricordare che è ancora il miglior Machiavelli, certo il più vero, il più aderente allo spirito dell’uomo e del tempo. Meglio di tanti accademici che citano Machiavelli senza averlo compreso, che scrivono di Machiavelli senza mai coglierne l’intima essenza. Peccato che Antonio Castronuovo, autore di un interessante saggio su Machiavelli e Prezzolini pubblicato sull’ultimo pregevole numero de la Biblioteca di via Senato, tutto dedicato al Segretario fiorentino, scriva: “Prezzolini non può essere accolto tra i più acuti studiosi del pensiero politico di Machiavelli; ha però avuto un innegabile ruolo nella divulgazione del suo significato umano e intellettuale”. Non può essere accolto? E chi sono quelli che possono essere accolti? Chi, di grazia, ha saputo, con una sola pagina, centrare il ruolo che Machiavelli ha avuto nella storia del pensiero e dell’azione? Chi, di grazia, ha saputo raccontarne tratti di vita e di pensiero con la vivacità e l’acutezza di Prezzolini? Perché ridurre a divulgatore chi non scrive tomi da mille pagine, spesso barbose, su Machiavelli? Gli studiosi riconosciuti a livello nazionale e internazionale li conosciamo, ma Prezzolini non sta di un’unghia al di sotto e la sua mirabile prosa non teme confronti. Continua Castronuovo: “Quella tra Prezzolini e Machiavelli fu un’appassionata attrazione intellettuale, sfociata in una ricca produzione in cui si tenta di interpretare il pensiero del fiorentino; essendo però l’autore più un polemista – capace anche di toni impertinenti – che un politologo, il complesso dell’opera dedicata al fiorentino non riesce a elaborare un’analisi profonda”. Eppure, se Machiavelli tornasse tra noi e avesse la possibilità di leggere biografi, interpreti, commentatori e traduttori della sua opera, non avrebbe dubbi. Chiamerebbe a sé Prezzolini e dividerebbe con lui una bottiglia del miglior Brunello di Montalcino. Sarebbe il segno non di una semplice attrazione intellettuale, ma di un riconoscimento di grandezza, poiché l’Accademia abitualmente distribuisce titoli e cattedre ma non riconosce i Grandi. I Grandi si annusano e si riconoscono tra loro. Bastano un cenno, poche righe, una pagina.