cerca

Ferdinando Camon,
scrivere è tutto

Nell’ultimo libro del grande scrittore veneto ci sono le riflessioni di una vita, i libri di una vita, che iniziò con l’essere diseredato per colpa di “Un altare per la madre”, il capolavoro che ha fatto il giro del mondo partendo dalla triste e povera civiltà contadina. Poi Pasolini, Leopardi, la psicoanalisi, la mafia accademica e tanto altro

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

3 Maggio 2019 alle 16:07

Ferdinando Camon,scrivere è tutto

Ferdinando Camon

Scrivere è più di vivere. Vivere è tutto. Scrivere è più di tutto. Non è un sillogismo, prendetelo alla lettera, se volete, ma prendetelo soprattutto in libreria e leggetelo come si legge Ferdinando Camon, per Massimo Onofri «uno dei nostri scrittori più importanti e sicuri». Scrivere è più di vivere, edito da Guanda, non ha il punto interrogativo, in quanto è certezza, anzi di più: «Vivere senza scriversi la vita vuol dire perderla. Apprezzo tutti coloro che tengono un quaderno segreto, nel quale annotano quel che gli capita. Intorno a me i ragazzi miei coetanei, contadini, non scrivevano niente, han patito torti immensi, e non si sono fatti giustizia. Io ho fatto giustizia per loro. Il comandante tedesco che impiccava i contadini fu scoperto decenni dopo, quando i miei libri furon tradotti in Germania, fu portato in processo, e morì d’infarto. Immagino il mio libro come un colpo di fucile, sparato dall’Italia alla Germania, per colpire al cuore (l’infarto) un nemico della mia gente».

E pensare che Camon, con Un altare per la madre, riteneva di aver scritto una sciocchezza: «Davo i miei manoscritti a una dattilografa, sempre la stessa, che battendo a macchina separava le frasi con righe di puntini, perché si faceva pagare a battuta, e ogni puntino era una battuta. Costei mi battè Immortalità (questo era il mio titolo sul manoscritto, Un altare per la madre è il titolo imposto da Livio Garzanti), e mi disse: “Professore, in passato el gà scrito de mejo”. Rimasi annichilito. Era un libro che avevo riscritto 19 volte. Garzanti scelse la terza stesura, e mi disse: “Poi lei è impazzito”. Garzanti è un editore puro, non ha giornali né radio né tv, ogni volta che pubblicava un libro doveva inventare un modo per lanciarlo. Per l’Altare fece così: stampò fulmineamente mille copie, rilegate in tela rossa, in edizione fuori commercio, e le regalò ai commessi di libreria, in giro per l’Italia, in modo che quando poi fosse arrivato il libro sapessero che cos’era. Ho capito che il libro era al di sopra dei miei meriti quando Gallimard lo lanciò col giudizio di “Express” che diceva: “Attention: chef d’oeuvre”, quando un editore islamico lo tradusse a Istanbul, quando un editore della Lettonia lo stampò con la prima carta che riusciva a comprarsi… Io non sono all’altezza di quel libro, il libro sta al di sopra di me».  

In Scrivere è più di vivere ci sono le riflessioni di una vita, i libri di una vita, le storie vissute da Camon, la vita di Camon, che iniziò con l’essere diseredato per colpa di un libro, di quel libro: «Son venuti mio padre, mio fratello, due testimoni del paese e un notaio di Bologna, e hanno stilato il diseredamento. Credo che ci fosse una difficoltà giuridica, e che non si potesse diseredare un figlio, però ricorsero alla donazione con esclusione, insomma mi espulsero dalla famiglia. Perché si vergognavano di me. Avevo scritto che lavoravano come bestie, anche di domenica, perciò si sentivano privati del decoro. Mio padre era pre-galileiano, gli portavo da mangiare sui campi, alzava le mani verso il sole a perpendicolo sulla testa e diceva: “Varda in do’ ca sè el sole, e stamatina el jera là”, e indicava l’orizzonte, “e i dise che no ‘l se move?”. Li avevo disonorati con quel libro, e un libro non vale una vita».

In Scrivere è più di vivere c’è il ricordo della civiltà contadina, il passaggio dalla povertà al benessere, il Pasolini che avrebbe dato tutta la Montedison per una lucciola e i contadini che «avrebbero bruciato tutte le lucciole per un posto alla Montedison», il Cantico di Frate Sole, per Camon la poesia più bella della nostra storia letteraria, Leopardi che si macera nella scelta tra immensità e infinità, la lotta…infinita contro le baronie universitarie: «Ho scritto una ventina di pagine contro i baroni universitari mafiosi, e contro il ministero, perché ero andato al Ministero con un verbale di facoltà in mano, una fotocopia legale, e al Ministero ho scoperto che avevano un’altra fotocopia, anch’essa legale, cioè timbrata e firmata, ma falsa, con una riga in più. Ho denunciato la cosa alla funzionaria e questa mi ha cacciato. Non lo dimenticherò mai. Ho mandato una copia di Scrivere è più di vivere al ministro Bussetti, con un biglietto: “Caro ministro, le pagine 9-24 sono scritte per Lei”. Prima o poi mi risponderà». 

Ogni volta che leggo Camon penso a Primo Levi, alla loro Conversazione: «C’era un fondo d’indicibilità in lui. C’è qualcosa che non poteva dirmi e non mi ha detto. Questo qualcosa ha a che fare con la sua morte. Lui dice: “C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio”. È la sua ultima risposta. Quando gli mandai il testo sbobinato e dattiloscritto, aggiunse due righe a mano: “Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo”. È un’aggiunta importante. Dicendo: “C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio”, dice che Dio non c’è. Aggiungendo: “Non trovo una soluzione al dilemma”, dice che la soluzione negativa non lo placa, al problema non trova una soluzione. Aggiungendo: “La cerco”, indica che la ricerca continua, non si ferma. Aggiungendo ancora: “Ma non la trovo”, indica che la ricerca dura all’infinito, infinitamente senza risultato».      

In Scrivere è più di vivere c’è la psicoanalisi, che può essere fatta e/o raccontata, «un sogno è sogno finché lo sogni, poi diventa conscio». Camon è riuscito in entrambi i casi, anche se «farla è più difficile. Chi smette di farla, è perché teme di morirne. Pasolini ha smesso, ed è morto per questo. La colpa fu di Musatti. Dopo 7-8 sedute saltò fuori il problema dell’omosessualità, Pasolini disse: “Non ne parlerò, perché è Natura”. Musatti rispose: “Ne parlerà comunque, anche non volendo”. Pasolini entrò in una crisi tremenda, e non si presentò più, interruppe l’analisi. È morto per quell’interruzione. Ma Musatti non doveva dire all’analizzando (Musatti lo chiamava paziente) qualcosa che l’altro in quel momento non era in grado di accogliere. Aspetta, hai tutto il tempo a disposizione. Ma Musatti era un chiacchierone. A me raccontava che Ottieri beveva i profumi della moglie. Ottieri beveva alcolici, la moglie glieli nascondeva, e lui beveva i profumi perché contengono alcol. Ma uscendo da Musatti io andavo a salutare Ottieri, Musatti non doveva raccontarmi quelle storie».       

Se la “mafia accademica” domani affidasse un Corso a Camon, lo scrittore lo dedicherebbe a Pasolini e quando arriverà la fine, non della mafia accademica ma sua, vorrebbe andarsene avendo tra le mani una copia di Un altare per la madre, «in lingua italiana, in lingua francese, in lingua inglese, in lingua spagnola. In qualche lingua parlata nell’aldilà. Rinuncio alla lingua russa, perché visto com’è finita l’Urss, è chiaro che di là non conoscono il russo».

Ha scritto Onofri: «Leggere o rileggere Camon è per me sempre puro godimento spirituale: basterebbe un pezzo come Carducci, Nobel e morte, in cui, con chiarezza e una straordinaria capacità di sintesi l’Ottocento e il Novecento ci sfilano davanti, l’uno contro l’altra armato. Ma i motivi possono essere anche altri: assoluta indipendenza intellettuale (vedete quel che scrive sulla mafia accademica); punti di vista mai banali e quasi sempre spiazzanti (un articolo per tutti: Facile uccidere, difficile uccidersi); vasta conoscenza letteraria, dentro una cultura che, per fortuna, oltrepassa sempre la mera religione delle lettere; attenzione alla contemporaneità; vocazione autenticamente democratica, perché nulla cambia se si tratta di discutere con Pavese o con l’uomo della strada, quando è vero che a Camon sono del tutto estranei piaggeria e timore reverenziale, ma anche il disprezzo aristocratico di chi, pure, sa bene chi è e quanto vale».

In Scrivere è più di vivere c’è l’uomo, la malattia chiamata uomo. Si pensa, si ragiona e si scrive sulle gesta umane. Quel libro, favoloso, datato 1981, è alla decima edizione. In Francia ha fato teatro pieno, tutte le sere, per quattro anni. Scrivere è più di vivere. Vivere è tutto. Scrivere è più di tutto. Chapeau, Monsieur Camon!

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi