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Umberto Saba,
tra classicismo e psicoanalisi

Il libro di Stefano Carrai alimenta il desiderio di conoscenza del poeta triestino, che ha la misura e la grandezza di una vita tormentata e di una poetica alta. Racconta anche l’esperienza interrotta con il Dott. Weiss, come s’era interrotto il rapporto con la balia. Traumaticamente 

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

6 Gennaio 2019 alle 18:11

Umberto Saba,tra classicismo e psicoanalisi

Umberto Saba

«Il portiere caduto alla difesa ultima vana, contro terra cela la faccia, a non veder l’amara luce». Sono i versi che, da ragazzo, mi avvicinarono alla poesia di Umberto Saba. Basta un’immagine, un goal subìto, l’estremo difensore caduto, per accendere la fantasia di un giovane e toccare la sua vena malinconica. Poi, rimasi da solo con Saba e Montale, con la poesia italiana praticata da tanti e conosciuta da pochi: «Sera di febbraio. Spunta la luna. Nel viale è ancora giorno, una sera che rapida cala. Indifferente gioventù s’allaccia; sbanda a povere mete. Ed è il pensiero della morte che, infine, aiuta a vivere». Ci divertimmo, proprio una sera di febbraio, con un altro poeta di nome Umberto, a chiedere a un gruppetto di liceali: «Sapete chi è Montale?». Nessuno rispose. Uno di loro, pensando di essere il più furbo, azzardò: «È forse lei?». Piersanti rise e non si stupì neppure un po’, certo che non avrebbe trovato risposta. Avessimo chiesto anche di Saba, chissà come sarebbe andata a finire! Saba chi?

Bisogna leggere Saba, di Stefano Carrai, Salerno Editrice, per comprendere quanto abbiano perso e quanto continuino a perdere quei liceali, oggi magari laureati, senza la compagnia di un verso di Saba, di una pagina di Saba, tra poesia e prosa. Carrai, che insegna Letteratura italiana a Siena, scrive: «La vera ambizione di queste pagine sarebbe quella di contribuire a far conoscere di più e meglio uno dei classici del nostro Novecento, paradossalmente trascurato a paragone di altri rispetto ai quali Saba non è stato inferiore che quanto a capacità autopromozionale. Egli ha attraversato la prima metà del secolo partecipando delle sue vicende intellettuali e politiche, senza mai omologarsi alle mode del momento, anzi mantenendo una sua rotta peculiare dovuta sia al carattere della propria formazione sia all’autenticità di fondo della propria poetica».

E nel libro emergono, a chiare lettere e con graduale intensità, sia il carattere della propria formazione, alquanto complicata, sia l’autenticità della propria poetica. Saba tra la mamma e la Balia, Saba e il dolore dell’abbandono, Saba e i conflitti interiori irrisolti, Saba e Trieste, Saba e gli esordi, Saba e il mestiere di libraio, Saba dall’oscurità al successo, Saba della persecuzione e Saba degli ultimi anni, Carrai racconta di una vita mista a più vite, di una fatica di vivere ma di un vivere fatto non di sola fatica. Il Canzoniere, una scontrosa grazia, è il capitolo centrale, per spiegare la breve storia di un capolavoro, i versi militari e familiari, Trieste e una donna, gli amori leggeri e vaganti. Ma è il terzo capitolo, dedicato alla fase della maturità, fra classicismo e psicoanalisi, che ha la forza di dirci di un’esperienza, quella psicoanalitica appunto, spezzata, interrotta, come s’era interrotto il rapporto con la balia. Traumaticamente. «Appeso al muro è un orologio antico così che manda un suono quasi morto».

Edoardo Weiss lasciò Trieste per Roma e la cura non fu portata a termine. Carrai riferisce di una lettera del 4 gennaio 1933 che Saba scrive all’amico Sandro Penna: «Tu non sai che cosa ho perduto col malaugurato trasloco di Weiss da Trieste a Roma. La psicoanalisi non era solo l’unica medicina per la mia nevrosi; ma anche la sola cosa al mondo che veramente m’interessasse; superavo con essa i conflitti abominevoli dell’epoca presente, e intravedevo qualcosa del mondo nuovo, in gestazione. Oltre alle profondità dell’Es, mi riappariva l’azzurro del cielo».

Aggiunge Carrai: «Il trauma più importante che ritornò a galla era relativo alla sua balia slovena; era quello strappo violento dovuto alla gelosia della madre che lo tolse, all’età di tre anni, all’amore della nutrice e del marito di lei». Saba non si era rifugiato nella psicoanalisi, ma alla psicoanalisi aveva affidato la speranza di vedere una nuova luce accettando la discesa agli inferi. Precisa l’autore: «L’entusiasmo del poeta per la psicoanalisi risulta anche da altri documenti epistolari. Poco dopo aver iniziato la cura con Weiss, egli ne scriveva a Giacomo Debenedetti in una lettera di cui mi limito a riportare uno stralcio dei più significativi, ma che è tutta importante: “Già da molti anni lottavo con l’idea di fare o non fare questa cura: ma troppe erano le resistenze che vi si opponevano, di carattere interno ed esterno. Sarebbe inutile che te le descrivessi ora: ma una delle principali, fra le esterne, era la falsa interpretazione di un passo di Freud, dal quale avevo arguito che il mio era un caso inguaribile. Ma la disperazione mi spinse a tentare. Che cosa devo dirti, Giacomino mio? Un mondo nuovo apparve davanti al mio spirito: incominciai quello che Nietzsche chiamava (alludendo ad altro) ‘la caccia grossa’ nel regno della psicologia. E, devo dire una volta per tutte, guarisca io o non guarisca (sono andato in analisi a 46 anni, e con una cronicità di 30 anni di malattia), la psicoanalisi è una delle più grandi cose che siano state scoperte in questo secolo; è però una cosa della quale non si può farsi un’idea senza essere analizzati. Le letture, a sé, non servono. E tu sai che io non sono suggestionabile, tutt’altro. E sono andato in analisi con una fiducia più che relativa».

La nuove poetica e il secondo Canzoniere insieme a un diverso canto, la prosa, chiudono il libro ma non chiudono, anzi alimentano il desiderio di entrare nella poesia, nella vita, nella città di un’anima travagliata, che tante cose nascose al mondo ma nulla a sé stesso, « perché il dolore è eterno, ha una voce e non varia. Questa voce sentiva gemere in una capra solitaria. In una capra dal viso semita sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita».

Saba ebbe una misura e una grandezza. Morì il 25 agosto 1957 ed Elsa Morante scrisse d’impeto: «Se agli uomini fosse dato (ciò che di rado è dato) di comprendere il valore e la misura dei loro contemporanei, oggi, per la scomparsa di Umberto Saba, tutta la nazione italiana dovrebbe essere in lutto, giacché la scomparsa di Saba è un lutto non soltanto per la gente di cultura, ma per tutti gli Italiani e per tutti gli uomini. Difatti a Umberto Saba si addice quel raro aggettivo che oggi non si ha mai il coraggio di usare per i poeti, ma che in compenso si usa troppo spesso (e troppo a sproposito) per dittatori sanguinari, attori mediocri, e simili: l’aggettivo ‘grande’. Umberto Saba è un grande poeta, e vivrà fra i più grandi poeti della nostra storia letteraria».

Carrai rileva una puntina di enfasi, ma Elsa Morante, nel lontano 1957, colse ciò che è vero anche ai nostri giorni. Quanti “grandi” piccini piccini ci ruotano intorno e quanti “grandi” grandi davvero neppure conosciamo! Il libro e queste righe servono per rimediare, per dire, soprattutto ai giovani: mettetevi in contatto con Umberto Saba. Potrebbe essere la voce che vi manca.

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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