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Manlio Sgalambro,
lo spettacolo dell’intelligenza

Filosofo anomalo, aspro, urticante, vero. Non dimentichiamo le sue parole…

 

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

17 Dicembre 2017 alle 23:13

Manlio Sgalambro,lo spettacolo dell’intelligenza

Manlio Sgalambro

Dovette morire, Manlio Sgalambro, oltre tre anni fa, perché La cura, il capolavoro che affidò nelle mani di Franco Battiato, tornasse prepotentemente sulle pagine culturali dei nostri stanchi quotidiani, a dirci di due siciliani veraci, di una coppia feconda e luminosa, di un’arte raffinata che non andrà perduta. Se è vero, ed è vero, che “nomen omen”, il destino che risiede in Manlio Sgalambro è di qualcosa che sta di traverso, di sghimbescio, che suona irregolare e perciò singolare, a tratti unico. Se ti chiami Manlio Sgalambro e la terra che ti ha visto nascere si chiama Lentini, sotto la luce impietosa dell’isola bedda, il resto viene da sé. Chi non smette di divorare La morte del sole, sa. Chi lo lesse, appena l’autore lo inviò ad Adelphi, non perse tempo a scartarlo. Fortuna, o destino, volle che finì sotto la lente di Roberto Calasso, il quale vi avvertì “un timbro anomalo rispetto a chiunque altro scrivesse di filosofia in Italia”. Anomalo. Aspro. Urticante. Perché Sgalambro non scriveva di filosofia. Viveva la filosofia. Che quasi sempre non si lascia scrivere, ma vivere. E cantare. Come lui l’ha cantata. Con disperazione e leggerezza. Con eterna grandezza.

Ieri sera riascoltavo Non dimenticar le mie parole, cantata, direi sussurrata da Sgalambro, filosofo vero perché non riconosciuto da chi filosofo sembra, ma non è. La riascoltavo poiché la leggerezza e la grandezza sono il sale della vita. A Vincenzo Mollica, che gli ricordava come qualcuno trovasse sorprendente la sua scelta canora, Sgalambro rispondeva: “Un aneddoto storico dice che un filosofo può fare tutto. Io non ho scelto la pratica politica, come fanno molti. Ho scelto la pratica dello spettacolo”, mentre un segno ironico del viso, tutto siciliano, accompagnava e scolpiva le parole appena pronunciate.

“Non dimenticar le mie parole, bimba tu non sai cos’è l’amor, è una cosa bella più del sole, più del sole dà calor. Scende lentamente nelle vene, e pian piano giunge fino al cuor, nascono così le prime pene, con i primi sogni d’or. Ogni cuore innamorato si tormenta sempre più, tu che ancor non hai amato, forse non mi sai capire tu”. Manca, Sgalambro, anche se rileggere i suoi libri allevia la pena, dell’amor e del dolor. Il prossimo 6 marzo saranno quattro anni dalla dipartita. Gli italiani verranno chiamati, due giorni prima, a votare, forse a scegliere di non scegliere. Io voto Non dimenticar le mie parole, perché è un sogno di vita, una speranza di vita, un sapere che c’è ancora vita. Non dimentichiamo le sue parole.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    18 Dicembre 2017 - 17:05

    Gentile professore, ancora una volta con Cioran ci incontriamo: Sgalambro, aspro come lui, potremmo definirlo, essendo nato a Lentini un Cioran agli agrumi e agro come a volte la Sicilia è. Tra l'altro dove vivo da un pò, Siracusa, riesco dal terrazzo con un potente binocolo a vedere le distese dei "giardini" e sullo sfondo l'Etna. Un saluto.

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    • Davide D'Alessandro

      18 Dicembre 2017 - 17:05

      Mi saluti l'Etna e mangi gli agrumi anche per me. Buonissime Feste!

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      • Nambikwara

        Nambikwara

        18 Dicembre 2017 - 19:07

        Un tarocco alla sua salute, e buonissime anche a lei.

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