Ricerchi il senso? Vedi alla voce Calasso

L’innominabile attuale ha il suo punto d’appoggio su ciò che ineluttabilmente frana, ma c'è una prova del fuoco da sostenere per sperare

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

12 Novembre 2017 alle 18:32

Ricerchi il senso? Vedi alla voce Calasso

Nella foto, che è copertina del libro, Giambattista Tiepolo: “L'Olimpo e i continenti, Asia” (1753) – Residenz, Würzburg

L’ubi consistam dell’ultimo libro di Roberto Calasso consiste nell’età dell’inconsistenza. Non è un gioco di parole. L’innominabile attuale, che fece la sua apparizione in La rovina di Kasch del 1983, ha il suo punto d’appoggio su ciò che ineluttabilmente frana, dopo aver perso le basi, i sostegni, i riferimenti, i nutrimenti della tradizione, della trascendenza, del sacro. Non è scomparso, il sacro, ma è divenuto altro e ci viene restituito dal mondo liquido in forme e dimensioni nuove e inaspettate: “Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato con cura, con insistenza. Lo ha anche espunto dal lessico di ciò che è. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto spontaneo, momentaneo, non trasponibile in uno stato”.

Se in qualcosa bisogna pur credere, o puntare, la società crede, o punta, soltanto in sé stessa. L’uomo post-qualcosa  o, meglio, post 1933-45, è soggiogato da bolle, da schiume, da panna montata ad arte, persino con i crismi della scientificità, a tavolino. Dentro gli edifici, i capannoni, le lande silenziose e senza insegne dell’America che conta, tra San Francisco e Palo Alto, l’America vera che detiene il potere vero, reale, sniffando virtuale, si muovono, operano e preparano mutazioni continue esseri che non comprendono l’essere, che giocano a dadi con l’essere, con le vulnerabilità dell’essere, che hanno occupato stabilmente l’anima dell’essere, sradicandolo dalla pienezza, dalla sostanza, mettendone in discussione persino la morte, la fine. Lo vorrebbero vivo in eterno per mangiarselo in eterno.

Per Calasso, l’uomo uscito frastornato, obnubilato da quei dodici anni di autoannientamento quasi riuscito, non si è più ripreso. Ha messo i piedi nell’età dell’inconsistenza, ne è stato fagocitato, ha smarrito le coordinate. L’uomo turista, terrorista, secolarista, hackerista, fondamentalista, transumanista, algoritmista, digitalista. Questo è l’uomo che attraversa le pagine di un libro diviso in tre parti, ma unito da ciò che è ormai incerto, labile, inafferrabile. Per Calasso, “la sensazione più precisa e più acuta, per chi vive in questo momento, è di non sapere dove ogni giorno sta mettendo i piedi. Il terreno è friabile, le linee si sdoppiano, i tessuti si sfilacciano, le prospettive oscillano”.

Si può vivere così? Evidentemente sì, sempre si può vivere, basta avere ossigeno per respirare, qualcosa da mettere sotto i denti e un tetto sotto cui riparare. Ma il senso? Conta ancora il senso? Dare senso, trovare senso, indicare un senso. È possibile vivere immersi in una schiuma che tutto copre, che tutto avvolge, e dare senso, trovare senso, indicare un senso? Ci sono libri, autori, uomini-altri, che si possono incontrare per strada, sugli scaffali delle librerie, parte di una "costellazione clandestina", con i quali tentare di riprendere l’ordito, di tessere una tela che forse presto, prima che prenda forma, risulterà già sfrangiata, ma che altro resta a chi a quel senso non rinuncia, a chi, senza quel senso, fatica a compiere i propri passi quotidiani?

L’innominabile attuale va nominato, gli va dato un nome, va conosciuto e frequentato. Bisogna immergersi in quella schiuma, entrare in quei capannoni dove si scrive il libro del mondo che ci circonda, un libro che stentiamo a leggere e a comprendere, ma cercando di tenere la mente dentro e fuori, maturando una capacità di entrare e di uscire, di bagnarsi e di asciugarsi, senza mai lasciarci una parte di sé. Forse non basterà, forse non ce la faremo, forse saremo destinati a naufragare, forse siamo quel mondo ma, senza questa prova del fuoco, vivere che vale?

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Insegno Ermeneutica filosofica all'Università di Urbino Carlo Bo, PhD in Etica e filosofia politico-giuridica, saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, e La vita del potere, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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Commenti all'articolo

  • Mercurio 8

    Mercurio 8

    14 Novembre 2017 - 16:04

    L’apparente scomparsa del sacro è dovuta alla mancanza di spiritualità delle religioni. Il loro consumismo, l’eccesso di parole ritualizzate, fanno ombra all’Innominato. Metafore svuotate: basta un sito “più gettonato” e i sacerdoti del tempo di juke-box e flipper “vanno in tilt”, inconsistenti come la cultura smartphone. L’ermeneutica può demolire quel nuovo “religioso” ma trova lo “spirituale”? Serve l’ontologia, combinata con l’epistemologia. Come Cartesio, l’onto-epistemologia fa tabula rasa e giunge al Salto di Icaro. La cima è pericolosa però se ci si avvicina solo di tanto in tanto, tenendo un occhio a valle e non aprendo troppo l’altro, si sente un silenzioso Indicibile. Serve un udito fine, e scarpe buone. Segnalo un viaggio ermeneutico durante il quale un viandante fa tabula rasa peggio di Attila, fino alla cima indicata: “Nostra Signora Dea & Il Femminicidio degli Eroi” su un sito accademico di San Francisco: https://independent.academia.edu/JeanSantilli

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  • mristoratore

    13 Novembre 2017 - 15:03

    io sono un po' più ottimista. Quando la vita aveva più senso, forse quando nel mondo c'era più sofferenza fame e guerre??

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  • fabriziocelliforli

    13 Novembre 2017 - 14:02

    Grandissimo Calasso (vedasi anche alla voce: "L'ardore"). Il sacro e la tensione dell'uomo verso di esso come necessità ancestrale, in quanto necessità ancestrale c'è sempre anche se non si vede. Il problema, connesso con ciò di cui si è egregiamente detto, è anche l'occupazione di quello spazio del nostro cervello che la tensione verso il sacro richiede anche in epoca di desacralizzazione. Ecco che ti spieghi le folle oceaniche a concerti rock; i fans di questo o quel personaggio noto. Preferisco Dio.

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