Conor Washington in azione agli Europei (foto LaPresse)

Il sogno del postino di St. Ives, che oggi gioca l'Europeo

Leo Lombardi
Quattro anni fa Conor Washington si alzava alle 5, consegnava la posta per la Royal Mail, giocava a pallone nella Southern Football League (settimo livello del calcio inglese, in una piramide con la Premier al vertice) e vedeva l'Europeo alla televisione.

Quattro anni fa Conor Washington si alzava alle 5, consegnava la posta per la Royal Mail, giocava a pallone nella Southern Football League (settimo livello del calcio inglese, in una piramide con la Premier al vertice) e vedeva l'Europeo alla televisione. E se sognava una Nazionale, di certo non era l'Irlanda del Nord. Vi è arrivato quasi per caso, grazie al suo agente, pronto a segnalare che l'attaccante aveva padre inglese, madre scozzese e nonna nordirlandese e quindi, grazie a quest'ultima, era convocabile. Tutto di corsa per Washington: il debutto il 24 marzo contro il Galles, a completare un personalissimo tour del Regno Unito; il 28 il match con la Slovenia a Belfast, la città natale della nonna, mai vista fino a quel giorno. E il primo gol, come i tanti (53 in 50 partite) che segnava nel St. Ives, il paese dove tutti lo conoscevano come postino.

 

Una delle storie singolari di una Nazionale che, battendo 2-0 l'Ucraina, ha centrato la prima vittoria assoluta all'Europeo, dimostrando di non essere poi così tanto scarsa. Washington è uno dei sette che giocano (lo fa nel Qpr) in Championship, la nostra serie B, altri quattro arrivano addirittura dalla League 1, paragonabile alla Lega Pro, quattro stanno in Scozia, uno in Irlanda del Nord e uno è emigrato in Australia: roba di basso profilo. I sei di Premier League sono in netta minoranza ma questo, sul campo, proprio non si nota.