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    <title>Il Foglio RSS</title>
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    <pubDate>Thu, 25 Jul 2024 02:36:08 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
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      <title>La difesa degli alleati europei secondo Kamala Harris</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’America difende e difenderà il rispetto delle regole internazionali, i valori democratici contro i dittatori e i propri alleati: &lt;/strong&gt;questo impegno ha reso il paese più florido e più... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>L’imperativo della Nuova Europa: ricostruirsi più forte</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/07/17/news/metsola-e-von-der-leyen-la-continuita-di-una-leadership-che-potrebbe-rivelarsi-un-illusione-6756326/"&gt;Ursula von der Leyen è pronta&lt;/a&gt;, si a... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Thu, 18 Jul 2024 02:58:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>L’alleanza di Washington non deve fallire</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il 7 ottobre del 1998, il premier ungherese Viktor Orbán era a Washington, teneva una conferenza stampa dai toni affabili seduto accanto all’allora presidente americano Bill Clinton. &lt;/stro... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Thu, 04 Jul 2024 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>L'effetto sull’Ue dell’onda anomala francese</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/06/27/news/l-effetto-sull-ue-dell-onda-anomala-francese-6689715/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/06/09/news/macron-scioglie-l-assemblea-nazionale-dopo-la-vittoria-alle-europee-di-le-pen-e-bardella-6630860/"&gt;Quando Emmanuel Macron ha annunciato a sorpresa lo scioglimento del Parlamento francese&lt;/a&gt; e nuove elezioni ravvicinatissime – venti giorni dopo – si sono spenti molti sorrisi. Era la sera dei risultati finali delle elezioni europee, &lt;strong&gt;l’estrema destra del Rassemblement national aveva confermato le previsioni con più del 30 per cento dei consensi&lt;/strong&gt; e il Partito socialista era resuscitato al 14 per cento dopo anni di sostanziale sparizione. Volevano entrambi festeggiare, insomma, ma Macron ha detto: voglio che ci contiamo anche in Francia, se davvero questo è l’assetto politico che c’è anche da noi, allora devo prenderne atto e impostare gli ultimi tre anni del mio mandato presidenziale su questa evoluzione. E’ iniziata la campagna elettorale più nervosa di sempre, nello sconvolgimento generale perché l’ipotesi che il prossimo premier francese possa essere il giovane lepenista Jordan Bardella non è remota, vuol dire coabitazione con il partito che da sempre tutti gli altri avevano tenuto dentro un cordone sanitario. &lt;strong&gt;E’ venuto giù tutto, sorrisi e certezze, e per quanto siano pochi quelli che pensano che l’azzardo di Macron potrà portare all’obiettivo che si è posto lui, &lt;/strong&gt;cioè togliere la maschera al Rassemblement national capace di urlare e smontare ma non di governare – per quanto appunto Macron non venga salvato nemmeno dai suoi, a reagire peggio di tutti è stata l’Unione europea, che l’instabilità francese non la sa gestire. Piromane, pazzo, irresponsabile, egoista: i sibili europei sulla decisione di Macron si sono moltiplicati, mentre è iniziata una fitta analisi dei rischi che si possono presentare.&lt;strong&gt; Il primo &amp;nbsp;turno è ormai qui – si vota il 30 giugno – e abbiamo cercato di capire i timori europei ed europeisti.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;L’orgoglio.&lt;/strong&gt; “L’orgoglio fa danni alla Francia, ma anche all’Ue”, dice un alto funzionario europeo. “Irresponsabile”, specifica un altro. In pochi, a Bruxelles, sanno rispondere alla domanda: perché Macron lo ha fatto? L’allargamento dello spread tra i titoli di stato francesi e quelli tedeschi, che ha trascinato verso l’alto anche gli spread dei titoli italiani, ha creato un grande spavento, e qualcuno è arrivato anche a evocare “il momento Liz Truss”, cioè un momento di caos dai danni indelebili – 40 giorni della premier britannica si sentono ancora sui pagamenti dei mutui – in caso di vittoria alle legislative francesi del Rassemblement national o anche del suo opposto, il tormentatissimo Nuovo Fronte Popolare che raccoglie i partiti di sinistra. In realtà, dal punto di vista finanziario, la zona euro è ben attrezzata per prevenire una crisi del debito sovrano come quella del 2010-15, ma qui non si sta parlando di choc economici, bensì di choc politici. La Francia è la Francia, senza il suo impulso il cuore franco-tedesco non batte più e l’Ue va in blocco a livello politico: Macron è il leader che più ha spinto per l’integrazione europea, cioè per l’antitesi dei nazionalismi e sovranismi, se dovesse ripiegarsi su se stesso, la spinta si ridurrebbe molto. Tanto che qualcuno, estremamente catastrofista ma di questi tempi non si esclude nulla, evoca il “momento Brexit” della Francia, pure se di là dalla Manica la sbornia brexitara è finita e c’è invero poca voglia di ubriacarsi di nuovo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Se Macron perderà la sua scommessa, è al Consiglio dell’Ue che le future leggi europee potrebbero essere affossate&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Coabitazioni non comode.&lt;/strong&gt; Una “coabitazione” tra Macron e un governo di estrema destra a Parigi sarebbe la rivincita per le forze anti sistemiche e anti Ue che non sono riuscite a cambiare gli equilibri alle elezioni europee. Prima delle elezioni europee la grande paura a Bruxelles era la possibilità di una paralisi dell’agenda legislativa a causa della fine della maggioranza europeista al Parlamento europeo. Invece la maggioranza tra Ppe, socialisti e liberali ha retto: con 400 seggi su 720 e la disponibilità dei Verdi a cooperare, direttive e regolamenti proposti dalla Commissione non resteranno impantanati nella plenaria di Strasburgo. Ma il 9 giugno è emersa un’altra minaccia sistemica per il buon funzionamento dell’Ue: se Macron perderà la sua scommessa e il Rassemblement national andrà al potere a Parigi, è al Consiglio che le future leggi europee potrebbero essere affossate. Con la Francia guidata da Jordan Bardella, potrebbe nascere una minoranza di blocco permanente formata con gli altri governi dominati dai paesi più ostili all’Ue: Italia, Paesi Bassi, Ungheria e Slovacchia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Dove si misura il rischio. &lt;/strong&gt;Il Consiglio dell’Ue è l’altro colegislatore dell’Ue. Lì siedono i rappresentanti dei governi, ministri e ambasciatori, che devono trovare un accordo tra loro e poi con il Parlamento europeo su ciascun testo legislativo. Ma il Consiglio è qualcosa di più di un Senato in Italia: nelle situazioni di emergenza – come è accaduto, per esempio, durante la pandemia e durante la crisi energetica – è lui a decidere ogni cosa senza nemmeno consultare il Parlamento europeo. Su politica estera e fisco, il Consiglio decide all’unanimità. Su tutto il resto – incluse questioni chiave come la riforma del Patto di stabilità e crescita, il Green deal o la politica migratoria – gli accordi si fanno con il voto a maggioranza qualificata. Ciascun testo deve ottenere il voto positivo del 55 per cento degli stati membri che rappresentano il 65 per cento della popolazione. La soglia magica – o famigerata, dipende dai punti di vista – per paralizzare un provvedimento è il 35 per cento, cioè un gruppo di paesi che rappresenti quella quota di popolazione nell’Ue. Normalmente è una quota difficile da raggiungere, una specie di soglia immaginaria, soprattutto tra stati membri piccoli o medi. Ma la Francia cambia tutto, e se associata all’Italia costituisce un gruppo con una certa consistenza. I Paesi Bassi tra pochi giorni avranno un governo in cui l’azionista di maggioranza è il leader di estrema destra Geert Wilders. L’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico già ora votano il più delle volte “no” al Consiglio. Con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, anche l’Italia ha moltiplicato i “no”. Insieme, Francia, Italia, Paesi Bassi, Ungheria e Slovacchia rappresentano il 35,69 per cento della popolazione dell’Ue: appena oltre la soglia magica della minoranza di blocco al Consiglio. Gran parte del programma del Rassemblement national è incompatibile con la legislazione dell’Ue. La Commissione si troverebbe di fronte a un continuo dilemma: &amp;nbsp;assecondare un governo di estrema destra a Parigi per contenere i danni o entrare in conflitto permanente con la Francia.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Un gruppo di paesi che rappresenti il 35 per cento della popolazione europea avrebbe un potere di blocco inedito&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Una contingenza infelice.&lt;/strong&gt; L’Ue è appena all’inizio del suo percorso verso l’autonomia strategica su cui Macron l’ha indirizzata durante il primo mandato. La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina è destinata a durare ancora a lungo e Macron, dopo la prudenza iniziale, si è trasformato in uno dei pochi leader di guerra della vecchia Europa. La Cina minaccia una guerra commerciale, se l’Ue andrà avanti con i suoi piani di imporre dazi ai veicoli elettrici cinesi e di proteggere meglio i suoi interessi economici dai comportamenti predatori di Pechino. Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti di novembre potrebbero riportare alla Casa Bianca Donald Trump, che nella sua politica ondivaga non perde occasione per parlare di dazi contro l’Ue e anche di abbandonare la Nato. Pure sul piano interno, l’Ue ha di fronte scelte esistenziali: l’allargamento all’Ucraina, alla Moldavia e ai Balcani occidentali non potrà essere realizzato senza riforme interne profonde, compresa la modifica dei trattati, e un bilancio dell’Ue completamente diverso. Il rafforzamento della difesa e la doppia transizione climatica e digitale hanno bisogno di un livello di investimenti tale che serve un nuovo strumento di debito comune europeo. Già in condizioni normali, sarebbe difficile per l’Ue affrontare tutte queste sfide senza una Francia forte e pure &amp;nbsp;la Germania è guidata da un cancelliere, Olaf Scholz, votato alla cautela e uscito indebolito dalle elezioni europee. Un gruppo di stati membri – dall’Ungheria ai Paesi Bassi, passando per l’Italia – è in preda a forze centrifughe, che spingono alla chiusura e a soluzioni nazionali. Un altro gruppo – i paesi nordici e i paesi baltici – è pronto a uscire dalle sue posizioni tradizionali sul debito comune e la maggior integrazione per rafforzare l’Ue e le sue capacità di difesa, ma non è in grado di imporre l'agenda senza il sostegno di almeno uno dei due grandi. Gli ottimisti vogliono credere che sarà il presidente Macron a fare la politica europea, perché è a lui che tocca la competenza della politica estera. Ma come dicevamo al Consiglio dell’Ue siedono i ministri del governo, non Macron. E sono loro i titolari del diritto di voto. Ai tempi della politica della sedia vuota del generale de Gaulle c’era l’unanimità nell’Ue. Tra il 30 giugno 1965 e il 30 gennaio 1966 tutto si bloccò. Oggi c’è il voto a maggioranza, ma basta la minoranza di blocco per paralizzare l’Ue.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I sondaggi francesi lasciano intravedere due scenari per la Francia: &lt;/strong&gt;un governo dell’estrema destra oppure l’assenza di una maggioranza. Entrambi i risultati possono portare a rallentamenti e intoppi più o meno seri, e l’Europa non ha più tempo per gli indugi. Macron scommette che la maschera dell’estremismo infine cadrà, molti dicono di aspettare che i francesi vadano al voto prima di allarmarsi troppo, ma intanto l’Europa dovrà imparare anche a muoversi in apnea.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;em&gt;(ha collaborato David Carretta)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 27 Jun 2024 03:19:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-06-27T03:19:00Z</dc:date>
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      <title>Lo specchio deformante di Orbán a Bruxelles</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/06/20/news/lo-specchio-deformante-di-orba-n-a-bruxelles-6668068/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Tutti lo cercano, in pochi lo vogliono. Sulla carta Viktor Orbán è l'uomo che vuole, può, brama federare l'estrema destra a Bruxelles.&lt;/strong&gt; Non è una novità, sentiamo ripetere dei progetti del premier ungherese dal 2021, quando lasciò il partito popolare europeo prima che fosse il Partito popolare europeo a cacciarlo. Uscì, sbattendo la porta, rinunciò alla più comoda delle poltrone del Parlamento europeo e si lasciò corteggiare un po' dai Conservatori di Ecr e un po' da Identità e democrazia (Id). Non volendo scegliere tra i due iniziò a disegnare la grande alleanza, ponendosi al centro. Ma in Ue i numeri contano eccome e Viktor Orbán è un prestigiatore, perché è riuscito sempre a trasformare il suo paese, che ha meno abitanti della Lombardia, come il regista dei “no” europei. Ha esaltato i suoi poteri di veto, è diventato maestro nel mettersi di traverso: come in uno specchio deformante il piccolo Viktor Orbán sembra un gigante. E' consapevole del suo potere anche adesso che è a un passo da assumere la presidenza di turno del semestre europeo e lo fa mentre dietro le quinte macchina per costituire il grande gruppo delle destre estreme. Ma anche dentro a questo gruppo, che ancora non esiste, quanto conta Orbán con il suo partito Fidesz? La strategia degli specchi deformanti funziona anche con i suoi colleghi, perché il premier ungherese ormai è un simbolo, uno schermo, un apripista: ma sono tutti contenti di mettersi dietro a Orbán? Non proprio, non sempre.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La presidenza.&lt;/strong&gt; Il primo luglio, inizierà il semestre europeo sotto la guida ungherese e Budapest ha scelto il motto: “Make Europe Great Again”. L'omaggio a Donald Trump è scontato, quasi didascalico per il premier che spera nel ritorno dell'ex presidente americano e che ospita suo figlio nella fucina della classe dirigente orbaniana, il Mathias Corvinus Collegium in cui Donald Trump Junior ha tenuto un discorso per dire che Budapest è l'ultima speranza dell'Europa. Al di là delle citazioni, il motto “Make Europe Great Again” sembra anche in controtendenza con le pretese di Orbán che dall'Ue pretende i soldi e rende difficile e complicata ogni spinta in avanti che sia in fatto di vaccini, di sicurezza o di energia. Il simbolo del semestre è un cubo di Rubik dipinto con i colori della bandiera ungherese da un lato e quelli della bandiera europea dall'altro. Budapest ha elencato le sue priorità: guerra, difesa, migrazione illegale, catastrofi naturali, cambiamento climatico. Non fa stare tranquilli che sia l'Ungheria, che continua a fare affari con Vladimir Putin, a dirigere il semestre mentre dovranno essere portati avanti i colloqui con l'Ucraina per l'ingresso nell'Unione europea, che rischiano di bloccarsi per sei mesi perché dal primo luglio al 31 dicembre sarà Budapest a decidere quali argomenti avranno la priorità rispetto ad altri e Kiev può finire in fondo alla lista. Non risponde all'agenda del Mega: quando il Consiglio europeo a dicembre dello scorso anno votò a favore dell'avvio dei negoziati per l'ingresso nell'Ue per l'Ucraina e la Moldavia, Orbán fu invitato a uscire dalla stanza e fu questo l'escamotage per superare il veto.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Per sei mesi sarà l'Ungheria a dettare l'agenda ei negoziati dell'Ucraina con l'Ue rischiando di finire in fondo alla lista&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Orbán e il PiS.&lt;/strong&gt; Il rapporto tra Orbán e la Russia è stato la ragione dello sfaldamento del gruppo di Visegrád, composto da Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia. Dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022, tra i quattro paesi, soltanto uno non si decideva a condannare Mosca, soltanto uno si ostinava a dire che mai avrebbe permesso il passaggio delle armi per Kyiv sul suo territorio, soltanto uno accusava Volodymyr Zelensky e non Vladimir Putin: l'Ungheria. Il partito polacco PiS, che all'epoca governava, iniziò a prendere le distanze da Budapest, ma già prima che Mosca dichiarasse l'inizio della sua “operazione militare speciale” le differenze tra l'Ungheria e la Polonia riguardo al rapporto con la Russia erano lampanti. Quando Orbán uscito dal Ppe iniziò a orchestrare la sua unione delle destre, alcuni politici del PiS ci avevano detto che parlare di “coalizione” era esagerato, si poteva prevedere di coalizzarsi su alcuni punti, ma non su tutto, sicuramente non sulla Russia. Varsavia era il baluardo contro Mosca e il PiS lo rivendicava. Oggi, dietro agli incontri tra destre c'è Mateusz Morawiecki, lo stesso che qualche anno fa definiva il rapporto con Mosca una linea rossa, lo stesso che prima delle elezioni polacche di ottobre voleva istituire una commissione per indagare sui rapporti con il Cremlino dei politici di opposizione. Se per Morawiecki e il PiS la linea russa è oltrepassabile e l'alleanza con Marine Le Pen e Viktor Orbán non è più tanto storta è perché conta di giocare in casa la partita europea e preferisce un gruppo nutrito di destre estreme per poter scardinare il potere del Ppe, dove è il rivale per eccellenza a fare da mattatore: il premier Donald Tusk. Così Morawiecki fa le sue trame e non è più interessato alla sacralità di Ecr come tempio dell'atlantismo e dell'antiputinismo, vuole esplorare, cercare, anche se questo può dare fastidio ai suoi alleati. Ma non è sempre andata così, anzi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il progetto d'unità.&lt;/strong&gt; Il primo aprile del 2021, Orbán ha invitato a Budapest il primo ministro polacco Morawiecki e Matteo Salvini – nelle immagini, tutti e tre indossavano le mascherine, stranamente. Il Fidesz orbaniano era fuori dal Ppe e il premier ungherese voleva cucire insieme la nuova alleanza all'insegna della difesa della sovranità nazionale e di quella che i tre chiamavano “il Rinascimento europeo fondato sui valori cristiani”. Tre mesi dopo, il 2 luglio, quel primo incontro è diventato una dichiarazione di sedici partiti europei – tra cui il Rassemblement national di Marine Le Pen, i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, lo spagnolo Vox e l'austriaco Fpö – che si sono unità contro le manie di integrazione dell'Ue: “L'Ue sta diventando sempre più lo strumento di forze radicali che vogliono portare avanti una trasformazione culturale e religiosa e che hanno come fine ultimo la costruzione di un'Europa che ambisce a essere un superstato europeo”. Non c'era la volontà di creare un unico gruppo al Parlamento europeo, ma ci si voleva contare e ostentare un collante antieuropeo più forte delle profonde e sostanziali differenze tra i diversi partiti. I pesi di ognuno erano diversi rispetto a quelli di oggi, ma in ogni caso sette mesi dopo l'invasione dell'esercito di Vladimir Putin in Ucraina avrebbe fatto saltare il collante: per molti partiti, a partire dal PiS polacco, l'aggressione russa rappresenta un pericolo ben maggiore rispetto alla spinta integrazionista dell'Ue. Orbán ha usato questi due anni per ritagliarsi un ruolo privilegiato dentro l'Ue e dentro la Nato – riuscendoci: può ancora comprare il gas russo e non può dare nessun contributo allo sforzo della Nato a sostegno ea difesa dell'Ucraina – e per costruire un network globale che di là dall’Atlantico fa capo a Donald Trump, mentre verso est si salda in relazioni cordiali e redditizie con il Cremlino e con la Cina. Dall'inizio di quest'anno, in vista del semestre di presidenza, Orbán ha ricominciato la sua tessitura e ora che vuole trovare un gruppo per Fidesz dice apertamente: uniamoci tutti, senza fare troppo gli schizzinosi e badare alle linee rosse che ci dividono, così possiamo assediare davvero gli europeisti. E per siglare l'unione insiste soprattutto su Meloni e Le Pen, le vittoriose delle europee che con i colori pastello si sono riposizionate nelle percezioni di molte capitali.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;In Ecr c’è chi non vuole Orbán e Meloni non ha molta convenienza a stare con Le Pen. Solo il PiS è convinto&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Orbán e Le Pen.&lt;/strong&gt; All'incontro di Budapest dell'aprile del 2021, Orbán non aveva invitato Le Pen. In un'intervista aveva detto che preferiva i leader con esperienza di governo, all'opposizione siamo bravi tutti. Nell'ottobre di quell'anno era stata la stessa Le Pen a chiedere di andare a Budapest in visita da Orbán: si era appena costituito in Francia il gruppo politico di Eric Zemmour, che allora sembrava molto fastidioso per il Rassemblement national (non lo era ) e che soprattutto aveva già avuto l'onore di essere accolto alla corte di Orbán. Ma come, non era una questione di esperienza e di governo? Ecco che Le Pen pretese la sua ribalta e il premier ungherese non si tirò indietro, anzi, l'accolse con tutta l'enfasi del caso. L'anno successivo, in occasione delle presidenziali francesi, una banca ungherese ha fatto un prestito milionario alla campagna di Le Pen: l'invasione su larga scala di Putin in Ucraina era già iniziata, la leader del Rn aveva dovuto gettare via in tutta fretta i volantini elettorali che la ritraevano assieme al presidente russo, ma la sintonia con Mosca ha permesso di rafforzare la relazione tra lei e Orbán. Nel settembre dello scorso anno, in vista dell'anno elettorale europeo e mentre iniziava a montare la cosiddetta “fatica” della guerra su cui i sovranisti filorussi di destra e di sinistra hanno soffiato maligni, Le Pen è tornata a Budapest, sempre accolta con l 'entusiasmo che si riserva ai vincitori annunciati: daremo insieme una risposta forte alle “ambizioni imperialiste di Bruxelles”, hanno detto i due leader vicini a Putin e senza senso del ridicolo, contrasteremo le politiche economiche, sociali e pro migranti dell'Europa, hanno continuato, facendo calcoli di unità.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Orban e Meloni.&lt;/strong&gt; Da molto tempo ci si interroga su che cosa voglia fare la premier italiana riguardo alle nomine e alle alleanze al Parlamento europeo. La sintonia colore pastello – stesso pantone – con Ursula von der Leyen ha contribuito alla convinzione che Meloni avrebbe confermato il presidente della Commissione al suo posto. La prima a convincersi è stata proprio von der Leyen che oggi, per i voti di Fratelli d'Italia, è disposta a fare concessioni ea ignorare la ben più conveniente e stabilizzante proposta di cooperazione dei Verdi. Ma al vertice informale post elettorale in cui sembrava si dovesse soltanto confermare i nomi che circolavano – von der Leyen alla presidenza della Commissione, l’ex premier portoghese Antonio Costa al Consiglio europeo e la premier estone Kaja Kallas alla guida della diplomazia europea – la “ queenmaker” Meloni è stata ad aspettare per tre ore che i leader delle grandi famiglie politiche europee si incontrassero e discutessero tra di loro, si è infuriata e intanto ha incontrato Orbán e Morawiecki. Agli occhi dei leader europeisti, che finora avevano apprezzato il pragmatismo di Meloni, questa scelta equivale a un'autoesclusione: tra essere la più conservatrice degli europeisti o la più cooperativa degli anti europeisti, la premier si è seduta con il premier ungherese e l' ex premier polacco che puntano a un gruppo unico con Le Pen, in cui tutte le linee rosse sono saltate e che a Meloni non conviene neppure troppo: perché privarsi del ruolo di leader accogliendo la cospicua formazione di deputati europei che offre in dote Marine Le Pen ? Inoltre, dentro ai Conservatori e riformisti, questa alleanza sregolata non viene presa con leggerezza: tutti insieme, qui, non ci stiamo e non ci staremo, dicono i sovranisti svedesi, cechi e fiamminghi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le linee rosse scompaiono, sbiadiscono in politica estera, interna, tra alleati, tra nemici e anche in fatto di musica e costumi.&lt;/strong&gt; Un rapper di ventidue anni che tutti in Ungheria conoscono con il nome biblico Azahriah sta facendo il tutto esaurito girandosi il paese. Riempie stadi, i ragazzi canticchiano le sue canzoni, un regista sta facendo un film su di lui. Il vero nome è Attila Bauko, è cresciuto con sua madre che lavorava per l'esercito, ha visto poco suo padre che si era trasferito in Germania per lavorare come meccanico. Bauko ha un fan inaspettato, il premier ungherese Viktor Orbán, che fa video su TikTok con le sue canzoni nonostante la più famosa, Rampapapam, sia un'ode alla cannabis: eppure al conservatore Orbán piace tantissimo e festeggia il tutto esaurito dei suoi concerti e il cantante ha detto di sentirsi un po' in imbarazzo, ma dopo tutto, non ci tiene a parlare di politica, quindi il premier può canticchiare le sue canzoni quanto vuole. Orbán ha paura di perdere i più giovani e poco male se si ritrova a canticchiare canzoni rap che poco hanno a che fare con l'osannata famiglia tradizionale, per vincere si fa di tutto, si superano tabù: glielo hanno insegnato anche i suoi colleghi in europei, dopo tutto.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 20 Jun 2024 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-06-20T04:00:00Z</dc:date>
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      <title>Se vuoi sentire quanto batte il cuore europeo, vai a est</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/06/11/news/se-vuoi-sentire-quanto-batte-il-cuore-europeo-vai-a-est-6639344/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il cuore dell’Europa sta benissimo, batte forte, molto chiaro, bisogna soltanto spostarsi per sentirlo pulsare.&lt;/strong&gt; E’ inutile cercarlo laddove per abitudine si era soliti andare ad auscultarlo, tra la Francia e la Germania. L’Europa muta, anche rapidamente, e improvvisamente accade che quella che per un vizio di pigrizia veniva chiamata la seconda Europa si stia trasformando nell’indaffarato laboratorio di una spinta nuova, europeista, atlantista, che sa di battaglia e di baluardo. L’invasione della Russia contro l’Ucraina ha cambiato l’Unione europea, la resistenza di Kyiv ne ha riordinato le priorità. Di tutti? Purtroppo no, ancora no, ma è lungo il confine centro-orientale dell’Europa che va cercato il cambiamento che il risultato del voto delle ultime europee non ha fatto altro che confermare.&amp;nbsp; I pesi non pesano più come un tempo e adesso che Parigi e Berlino hanno guai interni, che interessano tutti, da risolvere, il centro decisionale si sporge dall’altra parte, verso quei paesi che da due anni non fanno che insistere, spronare. Si sporge verso i meno titubanti, consapevoli che se Kyiv perde o se viene costretta a gettare le armi per la mancanza del nostro sostegno allora sì che la guerra sarà più grande. I problemi non vanno tamponati, vanno risolti, e Kyiv sta pagando il prezzo di una battaglia europea, chi lo ha riconosciuto per primo ha anche riscoperto, in alcuni casi, un europeismo sopito, intimidito, dimenticato. &lt;strong&gt;Siamo andate alla ricerca delle sorprese, delle conferme, di una rivoluzione che sta cambiando l’Ue, il suo centro decisionale, i suoi battiti, il suo baricentro.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il Donald giusto. &lt;/strong&gt;E’ la Polonia il centro del cambiamento, è il paese più grande, più numeroso, più produttivo di questo confine in movimento. E’ un paese che a stare in periferia non si è mai sentito a suo agio e soprattutto quando sentiva parlare di due Europe &amp;nbsp;aveva una parte di classe politica che sorrideva sorniona e scommetteva: vediamo chi corre più veloce. Tra i velocisti non ha rivali e le elezioni del 9 giugno hanno dato ancora più vigore al suo premier, ex presidente del Consiglio europeo, leader del Partito popolare europeo: Donald Tusk. Avrete fatto caso che Tusk non è affatto fotogenico, abbiamo spesso scherzato su questa sua non-dote, e la verità è che, come tutti gli iperattivi, non è in grado di stare fermo in posa. I suoi collaboratori ci hanno raccontato che per quanto sia gentile nei rapporti lavorativi, è spesso difficile stargli dietro, è insonne, vulcanico, vive la vita come una lotta per il cambiamento. La sua ultima battaglia è doppia: nazionale ed europea. Tusk è tornato a Varsavia da Bruxelles per sconfiggere il partito Legge e Giustizia, PiS, che ha governato la Polonia dal 2015, fino al ritorno di Tusk, che ha messo insieme una coalizione motivata a unirsi pur di salvare la democrazia polacca. Il PiS, da quando è iniziata la grande invasione dell’Ucraina, ha mantenuto una posizione fortemente anti putiniana, solidale con Kyiv, si è fatto frenare dalle rivolte dei contadini, ma forse l’afflato filoucraino del partito era legato più alla risposta dei polacchi che a una vera convinzione. Il PiS è stato fermo nell’aiutare l’Ucraina, ma, dicono i suoi critici, può averlo fatto più per opportunismo politico e infatti adesso, eccolo lì che nella sua famiglia a Bruxelles, i Conservatori e riformisti (Ecr) di cui fa parte anche Fratelli d’Italia, è pronto ad accogliere Viktor Orbán. Tusk ha vinto la scommessa delle elezioni legislative di ottobre, ma il suo partito non era riuscito da solo a battere i rivali del PiS, mentre alle europee ha migliorato il suo risultato, imponendo al PiS la sua prima sconfitta in dieci anni e regalando al Ppe circa venti &amp;nbsp;seggi. In Polonia, Tusk sta affrontando il compito mai visto prima di restaurare le crepe della democrazia polacca: abbiamo visto democrazie smontate, ma è la prima volta che ne vediamo una rimontarsi. Dopo le elezioni, il premier polacco sarà tra i leader più in vista per stabilire le sorti dell’Ue, è un popolare, appoggerà probabilmente Ursula von der Leyen come presidente della Commissione, ma rimane il suo progetto di intestare al suo paese la guida della politica estera, in attesa che ci sia una politica di difesa. Il bivio è chiaro, o dovrà scegliere per la Polonia o per l’Ue, intanto è il motivatore più vistoso del cuore che batte sul confine centro orientale, non per nulla il cuore è proprio il simbolo del suo partito.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ombre ungheresi. &lt;/strong&gt;Viktor Orbán ha sempre avuto grandi sogni da kingmaker, ma più punta i piedi più si trova rimpicciolito, questa volta da un partito appena nato, Tisza, del suo ex collaboratore e adesso acerrimo nemico Péter Magyar. Fidesz, il partito di Orbán, rimane il più votato, per il momento non ha una famiglia europea, accetta il corteggiamento di Ecr, ma &amp;nbsp;sta vedendo crescere un pericolo: non c’è settimana che Magyar non organizzi una manifestazione contro il premier, in tre mesi è riuscito a creare un movimento di arrabbiati, delusi, insoddisfatti pronti a riempire le strade ungheresi. I dati però mostrano che Magyar ha cannibalizzato l’opposizione e &amp;nbsp;a Fidesz per il momento ha tolto poco, ma c’è tempo, le sue marce sono appena iniziate, conosce uno a uno gli armadi in cui sono nascosti gli scheletri di Fidesz. Magyar ambisce a portare Tisza dentro al Partito popolare europeo, dove un tempo era anche Orbán, ambisce a diventare la parte dialogante dell’Ungheria, ma ci sono ombre su questo politico di buona famiglia: il dubbio del dispetto. Politicamente Magyar non ha idee molto diverse da quelle di Orbán, soprattutto in politica internazionale. Non condanna i legami con il Cremlino o con Pechino, non si sbilancia a favore di Kyiv, parla d’altro, ma orbaniano è stato e certe cose rimangono ed è per questo che è tanto temuto dal premier. La politica ungherese sta riscoprendo un sottobosco di personaggi ambigui, un altro è il candidato sindaco di Budapest Dávid Vitézy, ex ministro di Fidesz, uscito dal partito &amp;nbsp;in modo critico e arrivato alla corsa per la capitale come indipendente. Ecco il cavallo di Troia, hanno detto gli oppositori, i sostenitori del sindaco uscente Gergely Karácsony, che gode di una coalizione ampia ma ha un carisma fuggevole. Però l’accusa a Vitézy di essere un infiltrato orbaniano non era poi così lontana dalla realtà, fa parte di un partito chiamato Lmp, fondato da Péter Ungar, figlio di Maria Schmidt, che per Orbán è sempre stata una referente ideologica, oltre a essere la direttrice storica della Casa del Terrore di Budapest. Vitézy è figlio di arte politica, suo padre era un regista, sua madre invece militava dentro Fidesz: questa volta ha perso la sfida di Budapest per trecento voti e vuole il riconteggio. In un paese così piccolo, il legame con Orbán svetta fuori ovunque, o è questione di politica, o di infiltrati o di vendetta. Mai di cuore.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I liberali della Slovacchia. &lt;/strong&gt;Il premier slovacco Robert Fico è andato a votare l’8 giugno in maglietta e stampella, ha pubblicato la sua foto con l’aria seria e ha detto: ho dato il mio voto per la pace. A metà maggio Fico aveva subìto un attentato: cinque proiettili in corpo, una lunga operazione, aggiornamenti cauti, un grande sconvolgimento. E’ stata una campagna elettorale violenta, quest’ultima: sette politici aggrediti soltanto nell’ultimo mese, pugni, spintoni, botte, ma Fico è un’altra storia, molto più grave, molto più violenta. Per tre settimane c’è stato un lungo silenzio, gli slovacchi non hanno più avuto notizie e due giorni prima del voto europeo è arrivato il video che tutti aspettavano, in cui Fico ha detto: perdono ma non dimentico e ha attaccato i partiti dell’opposizione &amp;nbsp;di aver creato il clima d’odio e guerreggiante che ha portato al suo tentato omidicio. Quell’opposizione, in particolare il partito Progresívne Slovensko, la Slovacchia progressista (il simbolo è Ps), che è anche il partito della presidente uscente, l’europeissima Zuzana Caputová, è arrivata prima alle elezioni europee – a sorpresa. Si pensava che il partito di Fico si sarebbe imposto, visto che era arrivato primo alle elezioni dello scorso anno e anche in seguito all’attentato subìto. Invece no, la spaccatura dentro la Slovacchia – un paese che ribolle di divisioni, di insofferenza, di violenza – si è rifatta sentire e i liberali, guidati dall’ex premier Ludovit Ódor, hanno aumentato il loro consenso rispetto al 2019 e hanno vinto contro un premier e un presidente entrante, Peter Pellegrini, che dicono di voler contrastare il Partito globale della guerra, cioè l’Europa che aiuta e sostiene l’Ucraina. Questo finto pacifismo che usa toni furibondi e minacciosi esce un pochino ridimensionato. Lo Smer di Fico ha preso comunque più voti rispetto al 2019, mentre il partito di Pellegrini, Hlas, ha avuto un risultato molto modesto: entrambi esponenti del sovranismo di sinistra, al momento questi due partiti, nel conteggio del Parlamento europeo, risultano tra i non iscritti, in quanto sono stati sospesi dalla famiglia europea ed europeista dei socialisti. La retorica anti europea, che si somma a uno slancio filorusso che in Slovacchia è evidentemente presente, si è però piazzata al terzo posto, con Republika, un partito di estrema destra esplicitamente putiniano che avrà due seggi a Strasburgo e che è in quel centinaio di non iscritti da cui le destre estreme vorrebbero attingere per contrastare l’asse europeista su cui si regge ancora l’Ue. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La spia russa lettone non ha più un seggio. &lt;/strong&gt;Tatjana Ždanoka, che ha sempre risposto alle accuse di spionaggio per la Russia dicendo “sì, certo che sono un’agente, ma un’agente di pace”, non è stata riconfermata al Parlamento europeo, a differenza di quel che è accaduto con il capolista dell’AfD tedesca, Maximilian Krah, che nonostante le accuse di spionaggio, l’arresto di un suo assistente e la sospensione dalla campagna elettorale andrà a Strasburgo. Invece il partito di Ždanoka, che rappresenta la minoranza russa in Lettonia, ha perso il suo unico seggio. Ždanoka ha 73 anni, è europarlamentare dal 2004 e le molte accuse che le sono state rivolte in passato sono state confermate a gennaio da un’inchiesta di Insider e di Re:Baltica, che ha documentato tutti gli scambi di informazioni tra Ždanoka e l’Fsb russo. Un esempio: nel 2014, quando ci furono le proteste europeiste a Kyiv e l’allora presidente Yanukovych non era ancora fuggito, l’EuroParlamento inviò una delegazione per parlare con il presidente ucraino e convincerlo a firmare l’accordo di integrazione con l’Ue. In quella delegazione c’era anche Ždanoka, che in seguito non consegnò alcun resoconto al Parlamento europeo ma in compenso spedì un dossier al suo contatto nell’Fsb, in cui diceva: “Non sarà una protesta facile da dissipare”. Ma la politica più chiacchierata dei Paesi baltici, che sono i più determinati a difendere e integrare l’Ucraina, è la premier estone Kaja Kallas: il suo partito liberale, soprannominato il partito dello scoiattolo, è arrivato terzo – per la prima volta il partito conservatore è arrivato primo – ma lei è considerata una candidata molto forte dei liberali europei un po’ acciaccati per un “top job” della Commissione: l’Alto rappresentante per la Politica estera. Se von der Leyen dovesse essere confermata alla guida della Commissione, il Ppe non potrebbe ambire a un altro ruolo apicale, cosa che aprirebbe la strada a Kallas, che non fa più alcun mistero di essere interessata a guidare la diplomazia europea in particolare nella difesa necessaria e a lungo termine dall’aggressione russa.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E’ questione di sicurezza, di ambizione, di consapevolezza. Il premio Nobel polacco &lt;strong&gt;Czeslaw Milosz&lt;/strong&gt; si meravigliò molto quando vide che la traduzione francese del suo bellissimo “Rodzinna Europa” (Europa famigliare) &amp;nbsp;era stata pubblicata con il titolo “Une autre Europe”, un’altra Europa. &lt;strong&gt;In Italia uscì come “La mia Europa”&lt;/strong&gt; e durante il suo discorso a Stoccolma nel 1980 Milosz disse: “Non v’è dubbio che esistano due Europe e che a noi, abitanti della seconda, sia toccato in sorte di discendere nel ‘cuore di tenebra’ del XX secolo”. Oggi chissà cosa direbbe a sentire tanti battiti provenire da quel confine resistente, deciso, pronto a rifare tutto, per la prima e per la seconda Europa, guardando un po’ più a est, dove l’europeismo della libertà e della convivenza si vede bene.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 11 Jun 2024 03:43:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-06-11T03:43:00Z</dc:date>
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      <title>Che piani hanno i kingmaker d'Europa</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/06/09/news/che-piani-hanno-i-kingmaker-d-europa-6616747/</link>
      <description>&lt;p&gt;Da giovedì&amp;nbsp;373 milioni di persone votano per eleggere i rappresentanti nazionali al Parlamento europeo – molti elettori sono alla loro prima volta, visto che l’età per poter votare è stata abbassata a 16 anni in Germania, Austria, Belgio e Malta, e a 17 anni in Grecia. Le ultime proiezioni realizzate da Europe Elects ed Euractiv, alla vigilia del voto nei Paesi bassi che iniziava giovedì, confermano le tendenze registrate finora sulla composizione del Parlamento europeo:&lt;strong&gt; al Partito popolare europeo sono attribuiti 182 eletti, che gli consentiranno di restare il primo gruppo. Ai Socialisti&amp;amp;Democratici dovrebbero andare 136 deputati. I liberali di Renew potrebbero rimanere la terza forza con 81 seggi (una ventina in meno di quelli attuali), ma sono tallonati dal gruppo sovranista dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) con 79 eletti.&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/05/23/news/afd-e-fuori-da-identita-e-democrazia-l-annuncio-del-gruppo-6574102/"&gt;Dopo l’espulsione di Alternative für Deutschland&lt;/a&gt;, al gruppo di estrema destra Identità e democrazia sono attribuiti 69 eletti.&lt;/strong&gt; Tuttavia i due gruppi delle destre nazionaliste hanno un potenziale bacino dove raccogliere altri deputati, cioè circa 80 seggi che andranno a partiti che siedono tra i non iscritti o sono non affiliati. Ai Verdi sono attribuiti 55 seggi, mentre al gruppo la Sinistra sono attribuiti 38 seggi. Sulla base dei risultati elettorali, i capi di stato e di governo dei paesi europei inizieranno i negoziati per decidere chi saranno i leader della prossima legislatura: le nomine dovranno poi essere confermate dal Parlamento europeo. Al momento, lo scenario più probabile è che la Spitzenkandidatin del Partito popolare europeo, il primo gruppo al Parlamento europeo, Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione, sarà nominata dal Consiglio europeo post elettorale. Von der Leyen deve trovare una maggioranza al Pe, e nel caso in cui non dovesse trovarla, si dovrebbe passare a un piano B. &lt;strong&gt;Siamo andate a vedere quali sono le attese, i calcoli e le preoccupazioni dei kingmaker dell’Europa che verrà.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Emmanuel Macron.&lt;/strong&gt; Il presidente francese è il kingmaker politicamente più debole di tutti i leader: i sondaggi danno il partito della sua principale e storica rivale Marine Le Pen, il Rassemblement national, al 33 per cento, cioè con il doppio dei consensi rispetto alla lista macroniana Besoin d’Europe. La storia più importante di questa campagna elettorale è questa: il successo dei lepenisti e lo sconvolgimento negli equilibri francesi ed europei che ne deriverà. Macron ne è perfettamente consapevole ed è anche responsabile degli errori fatti finora, primo fra tutti la scelta di una capolista, Valérie Hayer, che si è rivelata fragile. Il presidente francese ha comunque i suoi piani: von der Leyen è una sua creatura, fu lui a indicarla nel 2019 quando crollò il sistema dello Spitzenkandidat. A febbraio, una visita di von der Leyen all’Eliseo era passata come il momento dell’investitura non esplicita, ma poi la campagna elettorale della presidente della Commissione è stata un susseguirsi di inciampi e di frenesie varie che si sono sommate al fatto che von der Leyen, in questi cinque anni, non ha fatto grandemente gli interessi francesi, anzi in alcuni casi li ha proprio contrastati, come è accaduto con il nucleare che al momento è mezzo fuori dalla tassonomia delle energie eco-sostenibili dell’Ue. Negli ultimi tempi, quando l’insofferenza di Macron si è fatta evidente, von der Leyen ha cercato di recuperare, con la mancata firma del Mercosur e introducendo la possibilità di mettere dazi sulle auto elettriche. Il presidente francese quindi è pronto a dare il suo sostegno alla riconferma della presidente della Commissione, ma ha alzato il prezzo: in termini di nomine, ambisce a dare alla Francia un vicepresidente della Commissione, il vicecapo gabinetto di von der Leyen e il segretario generale della Commissione. In più Macron vuole che le priorità della prossima Commissione tengano in conto (eufemismo: vorrebbe la priorità) delle posizioni francesi su politica industriale, accordi commerciali, difesa, protezionismo. Il piano b c’è e con tutta probabilità è Mario Draghi, che è forse il piano b più rilevante che ci sia, pure se Macron è convinto che parlarne sia il modo migliore per bruciarlo: tutte le volte che sono uscite indiscrezioni che legavano il presidente francese all’ex primo ministro italiano, l’Eliseo le ha smentite.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;C’è chi è convinto che fare il nome di Draghi finisca solo per bruciarlo. La soluzione tutta “verde” di Scholz&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Olaf Scholz. &lt;/strong&gt;Da quando è stato eletto, il cancelliere tedesco ha dovuto badare alla tenuta della sua coalizione di governo tra socialdemocratici, verdi e liberali, all’ascesa dell’AfD e alle relazioni burrascose con Parigi. Nei sondaggi, il suo Spd si litiga il secondo posto dietro ai cristianodemocratici con i Verdi e con l’AfD, tutti e tre attorno al 14-15 per cento dei consensi. Scholz è pronto a riconfermare von der Leyen alla guida della Commissione, in virtù del fatto che lei ha tenuto in questi cinque anni molto in considerazione le aspettative e anche le tempistiche della Germania su tutte le questioni più rilevanti per Berlino. Il cancelliere però ha escluso l’ipotesi di costruire una “maggioranza Ursula” assieme ai partiti dell’estrema destra: non ha fatto, come invece von der Leyen, una distinzione tra destre frequentabili e destre che non lo sono né ha mai discusso di linee rosse. Il messaggio di Scholz è chiaro: la maggioranza a Strasburgo deve essere formata da partiti europeisti, come è sempre stato. Se così non fosse, anche il cancelliere ha il suo piano b: secondo il sito Politico, sta scritto nell’accordo di coalizione del governo tedesco. Se la presidenza della Commissione non va alla Germania, allora i Verdi possono indicare un nome per una carica rilevante – i famosi “top job” di Bruxelles – nella Commissione. I nomi che circolano assieme al piano b sono quattro: Franziska Brantner, che è stata europarlamentare per i Verdi per un decennio, ha una grande esperienza sulle politiche del commercio e oggi lavora nel ministero dell’Economia tedesco, guidato dal vicecancelliere Robert Habeck; il secondo nome è quello di Sven Giegold, anche lui europarlamentare per un decennio, esperto di piccole e medie imprese e considerato il braccio destro di Habeck. Poi ci sono i nomi più stellari, anche se i più improbabili: l’attuale ministra degli Esteri Annalena Baerbock a capo della diplomazia europea e lo stesso Robert Habeck in un altro “top job”. Entrambi hanno ambizioni più tedesche che europee. &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Donald Tusk. &lt;/strong&gt;Il primo ministro polacco è il kingmaker più forte, perché viene da una vittoria elettorale storica che ha cambiato di segno il ruolo del suo paese in Europa, perché conosce molto bene i meccanismi dei negoziati e delle nomine, essendo stato presidente del Consiglio europeo e presiedendo il Partito popolare europeo, perché è il leader più autorevole dell’Europa centro-orientale e perché nel quadro del cosiddetto “triangolo di Weimar” è stato molto coinvolto da Francia e Germania nella gestione degli equilibri europei. Von der Leyen ha cercato di corteggiare Tusk con molta enfasi, ma secondo diverse fonti, la priorità del premier polacco non è la riconferma della candidata del Ppe, quanto il posto di Alto rappresentate per la politica estera dell’Ue, che lui vorrebbe dare al suo ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski. Ma il Ppe non può avere due “top job”, la presidenza della Commissione e l’Alto rappresentante, e quindi per forza Tusk deve scegliere tra la Polonia e il Ppe. Dentro al Ppe, molti temono che sarà proprio il premier polacco a fare il nome sospiratissimo di Mario Draghi per la presidenza della Commissione, ponendo così fine a vent’anni di dominio dei popolari sull’esecutivo dell’Ue. In questo modo i socialisti potrebbero indicare il nome del presidente del Consiglio europeo (il più gettonato è l’ex premier portoghese Antonio Costa) e al Ppe andrebbe l’Alto rappresentante, quindi il polacco Sirkoski, che per quel che riguarda la minaccia più grande alla sopravvivenza dell’Europa, cioè la Russia, sarebbe la nomina perfetta. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Macron è politicamente il più debole, ma è anche il più stufo. Tusk deve scegliere tra il Ppe e la Polonia. L’enigma Meloni&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Giorgia Meloni. &lt;/strong&gt;Anche la premier italiana è un kingmaker forte. Ha sorpreso gli altri leader con il suo spirito pragmatico e cooperativo durante i vertici europei e il suo partito Fratelli d’Italia diventerà una delle grandi delegazioni del Parlamento europeo. Von der Leyen ha scommesso su di lei, annunciando pubblicamente l’intenzione di allargare la sua maggioranza a Meloni: “E’ chiaramente pro europea, pro Ucraina e pro stato di diritto”. Il problema è che gli altri partner della “maggioranza Ursula” – i socialisti e i liberali – sono convinti del contrario. Lo Spitzenkandidat dei socialisti, Nicolas Schmit, continua a dire che Fratelli d’Italia è di estrema destra e se ci sarà una cooperazione formale con Meloni, lui e i liberali hanno promesso di votare contro von der Leyen. L’altro problema è il flirt ambiguo che è nato con Marine Le Pen: anziché rifiutare il corteggiamento e la proposta di unire le forza in un grande gruppo di nazionalisti al Pe, Meloni ha risposto che Le Pen “sta facendo un percorso interessante”. La sua volontà dichiarata di esportare a Bruxelles la maggioranza tutta di destra che guida a Roma è aritmeticamente improbabile (le proiezioni indicano che i numeri di Ppe, sovranisti ed estrema destra non sarebbero sufficienti) e politicamente impossibile (il Ppe imploderebbe in caso di coalizione formale con partiti nazionalisti). Il progetto della “maggioranza Giorgia” nell’Ue semmai contribuisce a rafforzare, tra i socialisti e i liberali, l’immagine di Meloni di leader di estrema destra che vuole distruggere l’Europa dall’interno. I suoi colleghi capi di stato e di governo, così come von der Leyen, sono convinti che da lunedì, finita la campagna elettorale, tornerà a essere pragmatica e cooperativa. Se la conferma della presidente della Commissione dipenderà dai voti di Fratelli d’Italia, la sua posizione negoziale sarà ancora più forte.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;I più piccoli.&lt;/strong&gt; Se von der Leyen dovesse essere scartata (dal Consiglio europeo o dal Parlamento europeo) molto dipenderà da cosa sceglieranno di fare il Ppe e i suoi leader. Uno degli ostacoli a una candidatura Draghi è la determinazione del Ppe di mantenere il controllo della Commissione. Il Ppe ha già pronta una lista di candidati alternativi a von der Leyen: il premier greco Kyiriakos Mitsotakis, quello croato Andrej Plenkovic, il presidente rumeno Klaus Iohannis. Il jolly è la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Ma nessuno di loro ha un vero calibro politico. Tra i piccoli kingmaker c’è anche Pedro Sánchez, che negozierà a nome del Pse i “top job”. Ma il premier socialista spagnolo è un leader scaltro e cinico, che negozia più per sé che per i compagni socialisti. Cinque anni fa aveva una sola priorità e l’ottenne: lo spagnolo Josep Borrell come Alto rappresentante per la politica estera. Questa volta la sua priorità è piazzare Teresa Ribeira alla Commissione come vicepresidente per il Green deal e l’Energia. Se von der Leyen sarà confermata (Sánchez è a favore), il premier spagnolo potrà vendere ai compagni socialisti europei un successo che è scontato per la necessità di rispettare gli equilibri tra partiti: l’ex premier portoghese, Antonio Costa, nominato presidente del Consiglio europeo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Oltre ai kingmaker ci sono i piccoli elettori, generalmente ai margini (a volte solo informati) delle trattative tra i grandi. Ma c’è un gruppo di piccoli elettori che, dopo l'aggressione della Russia contro l’Ucraina, sta guadagnando sempre più peso politico. Sono i paesi nordici (Finlandia, Svezia e Danimarca) e i Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania). La minaccia rappresentata da Vladimir Putin ha dato loro ragione e forza politica. Ma ha anche cambiato il loro modo di pensare l’Ue. Uno a uno questi paesi stanno abbandonando il gruppo dei “frugali”, perché si rendono conto che c’è bisogno di più Europa (e più soldi) per proteggersi. La premier estone, Kaja Kallas, ha lanciato l’idea di Eurobond per la difesa per 100 miliardi di euro. Gli altri baltici sono d’accordo. Ultima in ordine di tempo, la premier danese, Mette Frederiksen, ha detto di non avere linee rosse ed essere pronta a discutere di tutto. Non saranno loro a opporsi a Mario Draghi, se infine la candidatura di von der Leyen dovesse crollare dopo tante, forse troppe, scorribande ai margini dell’europeismo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;em&gt;(ha collaborato David Carretta)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sun, 09 Jun 2024 04:19:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>Quanto è spregiudicato Pedro Sánchez</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il sempiterno conflitto tra le due Spagne, quella rossa e quella blu, ora avvampa e ora si acquieta. &lt;/strong&gt;In questo momento la temperatura è decisamente alta: ieri, dopo che l’Audiencia provincial di Madrid ha contraddetto il precedente pronunciamento della Fiscalía e ha dichiarato che l’indagine sulle attività lavorative della moglie del premier socialista Pedro Sánchez può procedere, quest’ultimo e il capo del Partito popolare di centrodestra Alberto Núñez Feijóo si sono presi a male parole (“Lei ha mentito, la Moncloa è indagata per corruzione”, ha detto Fejóo; “E’ fango, fango, solo fango” e “il 9 giugno perderete di nuovo le elezioni”, ha replicato Sánchez). Ecco, al di là delle notizie di giornata, già da un anno la metà del paese o giù di lì – con l’avallo di una parte almeno del Partito popolare e di tutta l’estrema destra sovranista e con la media partnership di un bel pezzo dell’informazione conservatrice più arrembante – considera in fondo illegittimo il governo di Sánchez. Le elezioni dello scorso luglio – pensano (e dicono) a destra – sono state vinte dai popolari: i socialisti sono arrivati secondi fermandosi a 1,3 punti percentuali e a sedici seggi di distanza dal partito guidato da Feijóo. Poi – pensano (e dicono) a destra – Sánchez ha messo insieme una baraonda di regionalisti, nazionalisti, secessionisti, terroristi, comunisti e movimentisti e solo così è riuscito a ottenere la maggioranza, ma questo non è un governo: è un amalgama colloso che Sánchez ha confezionato per riuscire a rimanere appiccicato alla poltrona. Le elezioni europee erano quindi attese, a destra, come l’occasione per infliggere una débâcle elettorale ai socialisti, mostrare che il premier è nudo e pretendere nuove elezioni. E, in effetti, nei mesi scorsi – e soprattutto mentre si dibatteva in un clima arroventato della legge di amnistia per l’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont e gli altri leader politici che avevano tentato la secessione nel 2017 – i sondaggi in vista delle europee mostravano delle distanze siderali tra il Pp e il Psoe: 10, 12, 15 punti percentuali. Da ultimo, però, qualcosa è cambiato. E i sondaggi (che per la verità, in Spagna, non sono troppo attendibili né quando il Psoe scende né quando il Psoe sale) hanno cominciato a registrare una notevole riduzione del distacco: 8, 5, 3 punti. E i socialisti ora sognano il pareggio. Ma che cosa è successo?&lt;strong&gt; E’ successo che Sánchez ha affinato e accelerato la sua consueta, cinica spregiudicatezza.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le cinque giornate e le elezioni. &lt;/strong&gt;In aprile, sull’onda di alcuni scoop di dubbia fondatezza intorno a presunte condotte indebite da parte della moglie di Sánchez, Begoña Gómez, e su istanza del sedicente sindacato Manos Limpias, che ha come unica ragion d’essere il fare denunce un po’ a caso basate su ritagli di giornale, un magistrato ha aperto un’indagine per corruzione e traffico d’influenze, che rimane basata su presupposti fragili, nonostante la decisione di ieri dell’Audiencia provincial di Madrid. Sánchez, vestendo i panni del premier offeso e innamorato, è allora ricorso a un’iniziativa inusitata, ritirandosi per cinque giorni di silenzio durante i quali decidere se valesse la pena continuare a svolgere il suo incarico se questo voleva dire esporre sua moglie a iniqui attacchi. Questa mossa da re di cuori – un po’ maschio depatriarcalizzato disposto a fare un passo indietro per non immolare la consorte sull’altare della propria carriera e un po’ macho superalfa che ruggisce: non toccate mie moglie sennò tiro giù il mondo! – aveva spiazzato tutti. Ma quando ha finalmente sciolto la riserva, annunciando di voler rimanere a svolgere il suo mestiere di capo del governo “con più forza di prima”, ecco che Sánchez è riuscito a stringere a coorte intorno all’“o noi o i fascisti” le falangi di elettori nostalgici del “¡No pasarán!”. Intanto nelle elezioni regionali dei Paesi Baschi, in cui si è andato al voto subito prima delle “cinque giornate” di Sánchez, e soprattutto in quelle catalane che si sono svolte subito dopo, i socialisti sono andati molto bene. E visto che i vari partiti secessionisti catalani, per la prima volta in molti anni, non hanno raggiunto un numero complessivo di seggi che possa permettere loro una maggioranza indipendentista, ecco che Sánchez ha potuto affermare che la sua ricetta era quella giusta: laddove i popolari, con il loro pugno di ferro, hanno fornito per anni combustibile retorico (e voti) ai separatisti, lui, invece, tendendo a Puigdemont &amp;amp; C. una mano rivestita del guanto di velluto dell’amnistia, ha bucato la bolla del vittimismo e ha sconfitto l’indipendentismo nelle urne.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Mia moglie non si tocca! Il premier innamorato costruisce i nemici perfetti, mettendo a rischio interessi non piccoli&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La crisi diplomatica con Milei. &lt;/strong&gt;In questo momento le relazioni tra Spagna e Argentina sono interrotte, Madrid ha richiamato il suo ambasciatore a Buenos Aires, “permanentemente”, dice il comunicato ministeriale – cosa improbabile, ma si vedrà. La faida con il presidente argentino, Javier Milei, serve adesso e funziona. La storia, in breve: Milei è arrivato in Spagna all’inizio del mese invitato da Vox, che ha organizzato un festival internazionale con i leader dei partiti alleati in Europa e nel mondo. Il presidente argentino non ha organizzato parallelamente incontri di cortesia con il governo (non era una cosa dovuta) e nel suo discorso come d’abitudine scoppiettante – faceva il cantante rock, Milei, ha senso del palco e dello spettacolo – ha detto che il Partito socialista di governo ha un’influenza “malefica e cancerogena” sulla società spagnola e poi, parlando di Sánchez: “Ha una moglie corrotta e ci ha messo cinque giorni per pensarci su”. Apriti cielo, mia moglie non si tocca, ha detto il premier, o ti scusi o qui succede un casino. Milei ha risposto che il primo a essere stato offeso era stato lui – alcuni ministri del governo di Madrid avevano detto in passato che il presidente argentino assume sostanze stupefacenti, è un drogato, è un uomo fuori controllo e quindi pericoloso – e che semmai toccava a Sánchez scusarsi, e ancora: lo sanno tutti che la moglie del premier spagnolo è corrotta e che pure lui è immischiato e ha fatto pressioni per i giudici; il premier spagnolo è ossessionato da me, accenna a scenari apocalittici causati da me e nessuno si è verificato, e – citiamo – “chi è totalitarista qui? Lui usa i suoi problemi personali per favorire un movimento che aspira a creare un colpo di stato” in Argentina. Nessuno si è più scusato, entrambi si sono offesi, Sánchez ha ritirato l’ambasciatore, Milei no. Il Partito popolare s’è infilato nella diatriba dicendo che il primo ministro è isterico e sproporzionato nelle reazioni, ma sa che di vantaggi gliene vengono davvero pochi. Semmai si è ringalluzzito l’elettorato di Vox e quello che del Pp del moderato Feijóo non sa proprio che farsene, quindi il risultato netto per i popolari è in perdita. Sánchez poi attacca anche sull’altro fronte: Feijóo ha detto di essere pronto a una collaborazione in Europa con Giorgia Meloni, all’interno di quel dialogo aperto tra il Partito popolare europeo e parte dell’Ecr meloniano, e il Psoe ha pubblicato un video di camicie nere e braccia alzate intervallate dalla faccia di Meloni dicendo: “Questi sono i fascisti con cui Feijóo vuole fare patti in Europa”. Che, da parte di Sánchez, è un’altra utile mostrificazione, con un sottotesto: se proprio dovete votare i fascisti, votate quelli veri, non i mezzi travestiti.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ammazziamoli di baci. &lt;/strong&gt;Poco dopo le elezioni catalane, Fernando Garea, vicedirettore del quotidiano digitale El Español, ha scritto: “In questi giorni, un importante esponente dello staff di Sánchez, parlando della strategia di accordi del capo del governo con Junts e Esquerra republicana de Catalunya che hanno finito per ridurre in macerie questi stessi partiti indipendentisti nelle urne, affermava: ‘Li abbiamo ammazzati con i baci, li abbiamo ammazzati di amore, come avevamo già fatto con Podemos’. E questo stesso dirigente socialista ora fa un mezzo sorriso quando gli si chiede se il premier sta adottando la stessa strategia con la sua vice, Yolanda Díaz, leader della piattaforma della sinistra radicale Sumar: ammazzarla di amore, di dialogo, di patti e di riconciliazione”. E di amore per la Palestina, si potrebbe aggiungere.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;“O noi o i fascisti” e il soffocamento della sinistra radicale. Poi per le cose concrete si vedrà, basta per ora dare le carte&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il riconoscimento dello stato palestinese.&lt;/strong&gt; Il premier spagnolo ha riconosciuto formalmente lo stato palestinese, con maggiori fanfare rispetto a Irlanda e Norvegia ma con la stessa inevitabile vaghezza, ché sulle istituzioni di questo stato, su chi le governa e su quale territorio, ci sarebbero un paio di cose da puntualizzare. Ma Sánchez va a caccia di simboli e di trofei da esibire, procede con questo suo cinismo spregiudicato ammantandolo di cause giuste e doverose, come dice lui, e naturalmente il riconoscimento di uno stato per i palestinesi non gli fa perdere, nella sinistra spagnola, nemmeno un voto. Anzi, semmai sbriciola quel che resta dei due partiti alla sua sinistra, Sumar e Podemos, che non si presentano uniti alle elezioni europee e che si sono persi in cannibalismi vari fino a sfinirsi di irrilevanza. Poiché questa è una gara per rimanere al potere e diminuire le rogne interne, Sánchez è disposto a tutto. Yolanda Díaz dice che a Gaza è in corso un genocidio? Poco dopo arriva la ministra della Difesa, la socialista Margarita Robles a rilanciare: “Non possiamo ignorare il fatto che a Gaza è in corso un vero e proprio genocidio”. Il calcolo di Sánchez è sempre lo stesso: se una bandiera della sinistra posso sventolarla io e consolidare voti e potere, perché dovrei lasciarla a Sumar o a Podemos?&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’accordo bilaterale con Kyiv. &lt;/strong&gt;Questa settimana, il premier spagnolo ha accolto a Madrid Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, con un accordo bilaterale in materia di sicurezza e difesa che prevede aiuti militari di oltre 1,1 miliardi di euro nel 2024. Il memorandum d’intesa ha una durata decennale, che comprende oltre alle armi, cooperazione civile e umanitaria fino alla ricostruzione e all’entrata dell’Ucraina nella Nato. “Resteremo accanto all’Ucraina per tutto il tempo necessario, fino a che sarà garantita la sua libertà, rispettata la sua sovranità nazionale e restaurata l’integrità territoriale”, ha detto Sánchez, ricordando che la Spagna ha già stanziato nei fondi europei 11 miliardi di euro e ne prevede altri 5 fino al 2027. Un giornalista ha posto la domanda fatidica: queste armi, che comprendono anche i Patriot, potranno essere usate in territorio russo? “L’accordo non lo contempla”, ha risposto Sánchez equilibrista, ma è comunque un impegno “enorme” e duraturo. Come questi fondi saranno approvati nel Parlamento spagnolo è tutto da vedere, visto che c’è una certa ostilità a spendere soldi per l’Ucraina e il premier ha bisogno del sostegno di altri partiti, ma questo ora non gli importa. Gli accordi bilaterali sono in linea con quello che stanno facendo i paesi europei pro Kyiv per ovviare ai veti e ai ritardi che si accumulano quando si deve decidere in 27 paesi, ed è anche in linea con quel che vuole il cancelliere tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, cioè con un capo di governo che appartiene alla stessa famiglia europea di Sánchez e con il quale sarà utile collaborare quando, dopo il voto, si dovranno decidere i prossimi leader dell’Unione europea.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ora bisogna vedere se i sondaggi continueranno a segnalare un accorciamento delle distanze tra i popolari e i socialisti,&lt;/strong&gt; e se all’apertura delle urne i voti veri, espressi dagli elettori spagnoli per il rinnovo del Parlamento europeo, confermeranno quei sondaggi. Tra l’altro molti dei mille fronti aperti da Sánchez nelle ultime settimane rimarranno comunque aperti. Chi governerà in Catalogna (si troverà un accordo o si tornerà al voto)? Lo si vedrà poi. Come si ricucirà lo strappo con l’Argentina, che per la Spagna resta un tassello molto importante? Lo si vedrà poi. Chi voterà davvero nel Parlamento spagnolo a favore degli aiuti promessi all’Ucraina? Lo si vedrà poi. Come si farà a gestire l’alleanza di governo con una sinistra radicale in grave affanno elettorale e a cui il premier ha strappato a una a una quasi tutte le bandiere, mettendosi a sventolarle lui? Lo si vedrà poi. Intanto, però, solo al comando, sempre più spregiudicato nelle sue scelte, incline al perenne raddoppio della posta e perlopiù incurante di chi nel Psoe, da Felipe González in giù, ha manifestato a più riprese le sue perplessità – sulla legge d’amnistia, sulle alleanze, sui rapporti con il Partito popolare e con i partner europei, sull’opportunità di ritirarsi per cinque giorni sull’Aventino perché la moglie si è offesa lasciando il paese appeso al suo punto di domanda – Sánchez continua la sua navigazione. Almeno per ora, è sempre e solo lui quello che distribuisce le carte. Gli altri – e in particolare il capo dell’opposizione Feijóo – rimangono a guardare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;em&gt;(ha collaborato Guido De Franceschi)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 30 May 2024 02:03:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>I calcoli e le illusioni delle (quattro) destre europee</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/05/21/news/le-pen-rompe-con-afd-si-infrange-il-sogno-della-destra-sovranista-unita-6566566/"&gt;Il divorzio tra l’estrema destra francese e quella tedesca è stato dichiarato in modo sbrigativo,&lt;/a&gt;&lt;strong&gt; a ridosso delle elezioni europee, ma si è consumato nel tempo,&lt;/strong&gt; anzi forse c’è anche la data della rottura: il 10 gennaio di quest’anno, quando una prima inchiesta giornalistica ha rivelato che degli esponenti dell’&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/afd/"&gt;Alternative für Deutschland, l’AfD,&lt;/a&gt; e di altri movimenti paranazisti si erano ritrovati a Postdam per un incontro segreto in cui si pianificavano deportazioni di massa dalla Germania. Ci furono delle proteste, l’AfD negò la partecipazione a quell’incontro, ma poi il 31 gennaio un’altra inchiesta confermava e rilanciava. Ma vi chiederete: che cosa avrà mai turbato tanto il Rassemblement national francese, il partito lepenista che non ha mai sguazzato in ambienti poi così distanti? La risposta è: il calcolo politico. Marine Le Pen ambisce a diventare presidente della Francia e per farlo deve diventare una destra di sistema: da tempo ha avviato un’operazione cosmetica fatta di colori pastello, di dichiarazioni meno brusche e ora di un candidato alle europee che ha interpretato in modo impeccabile quest’idea di restaurazione, &lt;strong&gt;Jordan Bardella. &lt;/strong&gt;La strategia si è rivelata efficace, il Rn ha sondaggi sontuosi, quel che non gli è riuscito nel 2019, quando di fatto pareggiò con i macroniani, riuscirà, e alla grande, nel giugno del 2024: &lt;strong&gt;viaggia attorno al 30 per cento dei consensi, quasi il doppio del partito del presidente Emmanuel Macron&lt;/strong&gt;. In questo calcolo lepenista, per ora perfetto, un alleato come l’AfD che invece vuole prendere i voti estremisti – e che non disdegna di rilasciare dichiarazioni filonaziste per cui finisce in tribunale – non ci sta più. Come sempre, alle elezioni europee, c’entrano più le dinamiche nazionali che quelle europee, e ancora più vale per partiti che appartengono a un gruppo – Identità e democrazia – che rifiuta regole e ispirazioni comunitarie. La goccia che ha portato al divorzio ufficiale si chiama Maximilian Krah, è il capolista dell’AfD alle europee, è sospettato di essere il terminale di azioni di destabilizzazione e spionaggio da parte della Russia e della Cina e ha detto in un’intervista a Repubblica che l’appartenenza alle SS naziste non fa di te un criminale. Krah è stato ora interdetto dalla stessa AfD e non potrà partecipare agli eventi elettorali: resta il capolista e &lt;strong&gt;poiché l’AfD è circa al 15 per cento dei consensi sarà rieletto al Parlamento europeo.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;L’effetto di un divorzio. &lt;/strong&gt;Le ripercussioni del distacco tra il Rn e l’AfD non si limitano ovviamente a Francia e Germania. E’ uno smottamento per tutti i gruppi a destra dei conservatori del Partito popolare europeo (Ppe): infatti l’ipotesi vagheggiata di costruire una maggioranza alternativa a quella tra le tre forze europeiste al centro dell’emiciclo del Parlamento europeo – cioè il Ppe, Socialisti&amp;amp;Democratici e i liberali di Renew Europe – si fa molto più remota. La cosiddetta “maggioranza Giorgia” – dal nome della premier italiana Meloni e della sua coalizione che comprende il suo partito, Fratelli d’Italia che siede nel gruppo dei Conservatori e riformisti europei, l’Ecr; la Lega, che siede nel gruppo Identità e dimocrazia; e Forza Italia che è nel Ppe – non ha grandi possibilità di prenderà il posto della cosiddetta “maggioranza Ursula”, cioè dei gruppi che hanno sostenuto nel 2019 la nomina dell’attuale presidente della Commissione von der Leyen, costituita dal centro dell’emiciclo europeo. Lo scontro interno all’estrema destra dimostra le infinite divisioni che impediscono ai partiti nazionalisti di offrire un progetto comune per l’Unione europea: l’incompatibilità è strutturale. In questo contesto la tentazione del Ppe e della sua candidata alla presidenza della Commissione, cioè sempre von der Leyen, di aprire alla collaborazione con alcuni partiti nazionalisti considerati a Bruxelles “frequentabili” è quanto mai rischiosa. Con il divorzio dall’AfD, la coppia Le Pen-Bardella indebolisce le prospettive del gruppo Id, che perderà una quindicina di deputati. Gli altri scenari su cui si consumano caffè e cene a Bruxelles, come l’ingresso di Le Pen e di altri partiti di estrema destra nell’Ecr a trazione meloniana, accenderebbero scintille una via l’altra, creando &amp;nbsp;fughe e ricollocamenti.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Il cordone sanitario. &lt;/strong&gt;Il via libera da parte del partito liberale Vvd del premier uscente, Mark Rutte, all’accordo di governo con il leader islamofobo e antieuropeo Geert Wilders non è piaciuto alla leadership del gruppo Renew al P. Il Pvv di Wilders “è l’opposto di ciò che difendiamo sui valori, lo stato di diritto, l’economia, il clima e, ovviamente, l’Europa”, ha detto la capogruppo di Renew, la francese Valérie Hayer. Il 10 giugno, il giorno dopo le elezioni europee, ci sarà una riunione di Renew nella quale Hayer chiederà l’espulsione del Vvd, per anni un pilastro della famiglia politica liberale europea. E’ una questione di coerenza. L’8 maggio Renew ha firmato una dichiarazione congiunta con il Partito socialista europeo, i Verdi e la Sinistra per impegnarsi a rifiutare qualsiasi cooperazione o alleanza con l’estrema destra al Parlamento europeo e a livello nazionale. I socialisti hanno sospeso il partito slovacco Smer, dopo che Robert Fico ha formato una coalizione con l’estrema destra per tornare al potere. Tra le famiglie politiche europeiste, soltanto il Ppe ha rifiutato di firmare la dichiarazione congiunta “in difesa della democrazia”, che vorrebbe essere un impegno assoluto ad applicare il cordone sanitario europeista e liberale. Il suo capogruppo, Manfred Weber, ha scelto di chiudere gli occhi sulle alleanze con l’estrema destra per permettere il ritorno al potere nelle capitali dei partiti del Ppe. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Il sogno orbaniano. &lt;/strong&gt;L’alleanza di tutti i nazionalisti è il sogno di Viktor Orbán. Nel 2021 il premier ungherese aveva promosso un manifesto di tutti i partiti nazionalisti anti europei, al quale avevano aderito Meloni, Le Pen, Matteo Salvini, leader della Lega, Mateusz Morawiecki, allora premier polacco del PiS, Santiago Ascabal, leader di Vox, l’estrema destra spagnola, &amp;nbsp;e altri sovranisti. Oggi Meloni ha un altro piano e vorrebbe esportare nell’Ue la maggioranza che guida a Roma, che quindi dovrebbe andare dal Ppe a Id, con l’Ecr come perno e regia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Da tre a quattro.&lt;/strong&gt; Il divorzio tra il Rn e l’AfD mostra che ci sono quattro destre in Europa: quella tradizionale moderata del Ppe, che si sta spostando su posizioni sempre più conservatrici, come dimostra l’apertura di von der Leyen a Ecr; quella sovranista e nazionalista della parte “frequentabile” dell’Ecr considerata tale perché è al governo e siede al Consiglio europeo con Meloni e con il premier ceco, Petr Fiala. Poi c’è la terza destra, quella che &amp;nbsp;vuole mostrarsi “frequentabile” e si ripartisce tra l’Ecr e Id: Le Pen e Salvini (membri di Id) hanno bisogno di dimostrare ai loro elettori nazionali di contare nell’Ue, così come gli spagnoli di Vox (membri di Ecr) hanno interesse a essere associati a Meloni per offrirsi come alternativa credibile di governo a Madrid. La quarta destra è l’estrema destra che rivendica la propria infrequentabilità, come l’AfD in Germania e come l’Fpö in Austria, il Vlaams Belang fiammingo in Belgio, l’Ekre in Estonia o gli eredi di Alba dorata in Grecia. In questi quattro mondi ci si sposta a seconda delle convenienze nazionali. Geert Wilders (il cui partito Pvv è nel gruppo Id) ha edulcorato le sue posizioni antieuropee per diventare l’azionista di maggioranza del prossimo governo nei Paesi Bassi. I Democratici svedesi e i Finlandesi (entrambi di Ecr) hanno accettato alcuni compromessi per andare al potere. I polacchi del PiS (di Ecr) si sono radicalizzati dopo che hanno perso elezioni e governo lo scorso anno e ora sembrano pronti a un’alleanza di tutte le destre estreme, malgrado le posizioni filorusse di Le Pen e Salvini. Ma ogni spostamento a livello di gruppi al Parlamento europeo provoca un altro smottamento per le incompatibilità reciproche tra questi partiti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Un Ecr più grande. &lt;/strong&gt;Come dicevamo, un’ipotesi dopo la rottura tra il Rn e l’AfD è la creazione di un grande gruppo dell’Ecr, che potrebbe fare concorrenza ai Socialisti&amp;amp;Democratici per diventare la seconda formazione del Pe, grazie all’ingresso della Lega di Salvini e del Fidesz di Orbán. Ma il partito ceco Ods di Fiala e i Democratici svedesi minacciano di andarsene se saranno aperte le porte al Fidesz ungherese filorusso. I nazionalisti fiamminghi dell’N-VA hanno già detto che stanno cercando un’altra famiglia politica europea perché l’Ecr si è spostato troppo a destra. Un grande gruppo nazionalista dell’Ecr con Le Pen e altri, inoltre, isolerebbe Meloni dentro il Consiglio europeo, proprio come lo stesso Orbán. Pure per il Ppe ci sono dei grandi rischi: i belgi francofoni Engagés stanno cercando un’altra casa perché questa è troppo a destra. La Coalizione civica del premier polacco Donald Tusk, che è stato presidente del Ppe, non accetterebbe mai di cooperare con il PiS. E non abbiamo ancora citato le incompatibilità e le divergenze su temi essenziali per la prossima legislatura: la governance economica, gli aiuti militari all’Ucraina, l’allargamento, il rafforzamento dell’industria della difesa finanziato dall’Ue, gli aiuti di stato, il mercato unico e l’unione dei mercati dei capitali. Poi ci sono i numeri: le proiezioni in vista delle elezioni dicono che le quattro destre non sarebbero in grado di avere la maggioranza assoluta degli eletti, a meno di non includere i partiti populisti di sinistra della Slovacchia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Fino al 9 giugno Le Pen può dire ai suoi potenziali elettori che con l’AfD ha chiuso.&lt;/strong&gt; Il 10 giugno sarà un’altra storia, che non riguarda soltanto l’aritmetica interna alle destre. Von der Leyen è la candidata del partito che prenderà più voti alle elezioni, ma sono i leader di stato e di governo che devono indicarla come prossima presidente della Commissione ed è il Parlamento europeo che deve confermarla. Le sue aperture a destra le stanno costando il sostegno dell’altra metà del cielo e pure del suo centro, dove c’è pure Macron che avrebbe qualche difficoltà a sostenere una candidata che ha anche il sostegno di Le Pen. Che fare? Quando dicevamo che di fronte a una grande emergenza istituzionale in Europa, Mario Draghi sarebbe risultato il salvatore necessario, forse pensavamo a questo, alla realizzazione di quel che ci aveva detto nel 2019 la filosofa ungherese Agnes Heller: &lt;strong&gt;i nazionalisti finiranno per prendersi tutti a calci nel sedere. &amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;(ha collaborato David Carretta)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 23 May 2024 02:24:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-05-23T02:24:00Z</dc:date>
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      <title>La Georgia corre, è una maratona a ostacoli</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/05/16/news/la-georgia-corre-e-una-maratona-a-ostacoli-6549580/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Non siamo soli”, ha detto la presidente della Georgia Salomé Zourabichvili, &lt;/strong&gt;pensando ai suoi alleati europei che dopo &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/05/15/news/il-governo-georgiano-ha-ottenuto-la-legge-russa-e-ha-iniziato-la-caccia-ai-traditori--6543632/"&gt;l’approvazione della “legge russa” da parte del Parlamento &lt;/a&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/05/14/news/l-ue-spera-nelle-elezioni-per-salvare-la-candidatura-della-georgia-6539810/"&gt;sono arrivati a Tbilisi per far sentire la presenza di Bruxelles e la lontananza di Mosca.&lt;/a&gt; &amp;nbsp;M&lt;strong&gt;olto in questi giorni ruota attorno alle decisioni della presidente, al suo veto che sarà simbolico&lt;/strong&gt; perché il Parlamento, un monolite in cui la maggioranza appartiene senza screzi a Sogno georgiano, può sovvertirlo. &amp;nbsp;La piazza georgiana attende. &amp;nbsp;E’ arrabbiata non soltanto perché la legge che obbliga le organizzazioni che ricevono più del 20 per cento dei finanziamenti dall’estero dovranno autodenunciarsi come agenti stranieri.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; E’ furiosa non soltanto perché la decisione del partito di governo Sogno georgiano mira a reprimere il dissenso, si ispira al Cremlino e allontana il paese dal suo cammino europeo. E’ smaniosa anche perché questa è una corsa e porterà fino alle elezioni di ottobre, è una maratona e da questi cinque mesi dipenderà il futuro del paese, in cui non soltanto la democrazia è in pericolo, ma anche l’economia ed è questa l’alchimia della protesta perfetta. In Georgia tutto è iniziato prima, quello che è successo &lt;strong&gt;in questo paese il cui territorio è occupato per il 20 per cento da Mosca&lt;/strong&gt; è la prova in piccolo di ciò che poi abbiamo visto in Ucraina. Piccolo, ma non meno devastante, soltanto più lontano, ma non meno visibile. La diplomazia di alcuni paesi europei si muove con più velocità e non è un caso che a far sentire Zourabichvili meno sola fosse la presenza a Tbilisi dei tre ministri dei paesi baltici e dell’Islanda. Lituania, Lettonia ed Estonia condividono il passato con la Georgia, conoscono la paura di un’invasione di Mosca. Sono sempre i primi a muoversi, come è accaduto anche con l’Ucraina, sono partiti, hanno cercato un legame. Il ministro degli Esteri lituano, l’iperattivo e sempre esplicito &lt;strong&gt;Gabrielius Landsbergis&lt;/strong&gt;, ha detto: “Siamo venuti come i più vicini dei vostri amici, amici che hanno a cuore la Georgia, i suoi cittadini e il suo futuro europeo”. Vista da est, l’Europa è più grande, è più larga, ha valori sempre più comuni. Tra i primi a parlare con Salomé Zourabichvili dopo l’approvazione della legge russa c’è stato anche &lt;strong&gt;Volodymyr Zelensky&lt;/strong&gt;. I due paesi si parlano, si studiano convinti che se l’aggressione contro la Georgia nel 2008 non fosse rimasta impunita, non ci sarebbe mai stata l’invasione dell’Ucraina. Vladimir Putin ha fatto prove generali su prove generali, e il sipario non era mai chiuso, tutto era visibile. Lo è ancora, eppure nonostante la diplomazia assennata dei baltici, l’Ue è rimasta in platea, non guarda il palco.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I tempi di reazione.&lt;/strong&gt; L’Unione europea ci ha messo quasi 24 ore a reagire, con una dichiarazione dell’Alto rappresentante, Josep Borrell, insieme alla Commissione per dire un paio di banalità. Primo, che “l’Ue sostiene il popolo georgiano e la sua scelta a favore della democrazia e del futuro europeo della Georgia”. Secondo, che “l’adozione di questa legge ha un impatto negativo sui progressi della Georgia nel percorso verso l’Ue”. Borrell e la Commissione hanno chiesto alle autorità georgiane di ritirare la legge e proseguire nelle riforme necessarie ad aprire i negoziati di adesione. Ma per arrivare a dichiarare ciò che dovrebbe essere scontato, tanto più alla luce del conflitto geopolitico in corso nel piccolo paese del Caucaso, ci sono voluti lunghi negoziati, segnati da una serie di imbarazzanti intoppi. In realtà, la bozza del testo dell’Alto rappresentante era pronta da giorni. Ma Borrell non ha potuto fare la sua dichiarazione a nome dei ventisette stati membri, perché l’Ungheria ha messo il veto, sostenuta dalla Slovacchia. Dopo l’adozione della legge martedì, Borrell è rimasto comunque muto perché il commissario responsabile dell’Allargamento, l’ungherese Olivér Várhelyi, non era d’accordo con il contenuto della dichiarazione. Quando il testo è stato finalmente pubblicato martedì a mezzogiorno a nome dell’Alto rappresentante e del commissario all’Allargamento, Várhelyi ha ritirato la sua firma, costringendo Borrell a chiedere il permesso a Ursula von der Leyen per procedere. Várhelyi è il commissario di Orbán ma non è l’unico responsabile del mutismo delle istituzioni comunitarie. Tra i ventisette ci sono opinioni diverse su quanto cercare di influenzare gli eventi a Tbilisi. La Francia è particolarmente prudente per il timore che l’Ue venga accusata di ingerenza. Altri paesi, come l’Italia, appaiono disinteressati – ieri il ministro degli Esteri Tajani ha detto che la legge è contraria ai principi Ue. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, &amp;nbsp;ha parlato con la presidente Zourabichvili e il primo ministro Kobakhidze. Ha scelto un “approccio cauto”, spiega una fonte dell’Ue. La minaccia implicita dell’Ue a Sogno georgiano è di congelare il processo di adesione, rifiutando di approvare il quadro negoziale e aprire i negoziati. La revoca dello status di paese candidato può essere bloccata dal veto di Orbán. Lo stesso vale per le sanzioni contro l’imprenditore e vero leader di Sogno georgiano &amp;nbsp;Ivanishvili o contro il premier Kobakhidze. Paralizzata dai suoi putiniani, muta per paura di innescare una nuova Euromaidan, l’Ue rischia di far scivolare la Georgia verso un futuro stile Bielorussia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il veto di Salomé. &lt;/strong&gt;Il primo passo per riportare la Georgia sul suo sentiero europeo lo farà la presidente, Salomé Zourabichvili, il suo cognome si scrive seguendo la traslitterazione francese perché, figlia di politici emigrati, è nata a Parigi, è cresciuta parlando in francese. Conosce l’Europa, l’ha vissuta, e il suo ingresso politico in Georgia lo ha fatto come ambasciatrice. Si trova a suo agio nell’incontrare i leader stranieri, lo scorso anno il Parlamento voleva aprire una procedura di impeachment contro di lei per i viaggi all’estero non approvati dal Parlamento: lei rispose con un book fotografico di strette di mano tra le capitali europee. Ha una lunga storia di litigi politici e di determinazione. Prima con l’ex presidente Mikheil Saakashvili – che oggi è in prigione, magro, grigio, silenziato, con tutta probabilità avvelenato – è stata ministro degli Esteri e fu lui a darle la cittadinanza &amp;nbsp;georgiana. Dissentivano su molte questioni, e negli anni è diventata una delle sue più forti e organizzate oppositrici. &amp;nbsp;Con Sogno georgiano neppure era iniziata male, anzi. Ma poi i rapporti hanno iniziato a consumarsi. Anche con la piazza il rapporto non è stato sempre dei migliori, ma adesso è lei che sfida il partito che vuole sovvertire tutto. E’ lei che firma le grazie per i detenuti che non piacciono al governo. E’ lei che si è proposta di mettere insieme un fronte europeista che possa arrivare dritto fino alle elezioni.&amp;nbsp;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’oligarca padrone.&lt;/strong&gt; Bidzina Ivanishvili è l’oligarca che ha creato &amp;nbsp;Sogno georgiano, e che è entrato attivamente nella politica georgiana per contrastare &amp;nbsp;Saakashvili &amp;nbsp;che definiva “un dittatore” degno dei tempi sovietici: la Russia di Vladimir Putin è più libera della Georgia di Saakashvili, diceva. Nel 2012, quando decise di sfidare direttamente il suo rivale, &amp;nbsp;Ivanishvili diceva di aver dismesso due terzi delle sue fortune – accumulate in Russia negli anni Novanta, nel settore farmaceutico, in quello bancario e nel real estate – anche se ancora aveva una quota nel colosso russo Gazprom. Allora più che dei suoi legami con Putin &amp;nbsp;si favoleggiava della sua villa tutta vetri a Tbilisi, della piscina piena di squali, degli alberi esotici, della sua passione per le opere d’arte e di quella, ben &amp;nbsp;più eccentrica, per gli animali selvatici: pinguini, lemuri, canguri, una zebra, non si dava limiti. I pettegolezzi si mischiavano con il suo progetto politico, distraendoci tutti mentre Ivanishvili, da cui dipende circa un terzo del pil della Georgia, indicava politici, ministri, premier e faceva diventare Sogno georgiano il partito al potere e del potere. Complice la sua riluttanza a mostrarsi in pubblico, &amp;nbsp;Ivanishvili è entrato e uscito dalla politica attiva, fino a quando, il 30 dicembre dello scorso anno, al congresso di Sogno georgiano, si è nominato presidente onorario del partito e ha dato le indicazioni per prepararsi alle elezioni previste per ottobre. Quattro mesi dopo, poco prima della pausa per la Pasqua ortodossa, nel pieno delle proteste contro la “legge russa”, con Tbilisi invasa ogni sera di giovani, famiglie e bandiere europee, ha tenuto un discorso-manifesto in cui ha detto che la Georgia è contro il Partito della guerra globale, cioè l’occidente, e che impedirà a chiunque di stravolgere il governo con azioni governate dall’estero: entreremo nell’Unione europea, ha detto Ivanishvili, forte dell’apertura dei negoziati decisa da Bruxelles nonostante le condizioni non fossero del tutto soddisfatte, ma con i metodi decisi da lui, con le influenze esterne decise da lui – e pare di sentire il governo ungherese che dice che l’Ue è peggio dell’Unione sovietica – e con le leggi liberticide decise da lui.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il premier del “secondo fronte”.&lt;/strong&gt; Irakli Kobakhidze è uno dei prescelti e a febbraio è diventato primo ministro. Quarantasei anni, l’aria sciupata, una somiglianza con il presidente argentino Javier Milei (forse per via dei capelli), Kobakhidze è un costituzionalista che ha studiato all’Università di Düsseldorf e che è entrato molto presto nel Sogno georgiano, di cui è stato presidente, e in Parlamento. Kobakhidze ripete da tempo il copione del partito, dice che l’occidente vuole trascinare la Georgia nella guerra in Ucraina e anzi aprire “un secondo fronte” in Georgia, avallando così la propaganda russa. Nonostante sia il governo che ha ottenuto l’apertura della porta di accesso all’Ue – quando questo è accaduto, molti esperti georgiani dicevano che la decisione europea si sarebbe infine rivelata controproducente – Kobakhidze sbraita contro le ingerenze europee e soprattutto americane, lanciandosi sui social in invettive contro i diplomatici occidentali che sono stati in Georgia e che, secondo lui e il suo governo, hanno gettato i semi della destabilizzazione per trascinare il paese in una guerra contro la Russia che evidentemente non vuole.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Ecco i volti di questa Georgia in subbuglio, di questa maratona di battaglia, speranze e repressione. &lt;/strong&gt;Saranno cinque mesi rischiosi, ma più guardiamo, più ci concentriamo, più sembra che ne manchi uno di volto in questa galleria di ritratti: quello di un candidato dell’opposizione. Per ora è una piazza che si allarga, pronta a tutto, ma a ottobre ci saranno le elezioni e il dissenso dovrà diventare voto. Un politico dell’opposizione ci ha detto che contro Sogno georgiano c’è &amp;nbsp;un piano: unirsi tutti, fare una coalizione per battere il partito illiberale che deraglia verso Mosca. Ci ha detto di avere in mente un modello: la Polonia. &lt;strong&gt;L’opposizione a Varsavia ha vinto le elezioni, &lt;/strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/09/30/news/in-polonia-l-opposizione-si-conta-ha-due-leader-un-simbolo-e-diversi-slogan-5725159/"&gt;è stato un successo, ma un volto ce lo aveva eccome e ha dato forma a tutto.&amp;nbsp;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;em&gt;(ha collaborato David Carretta)&lt;/em&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 16 May 2024 08:26:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>Il tracollo dell’Afd, tra scandali e soldi russi e cinesi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/05/09/news/il-tracollo-dell-afd-tra-scandali-e-soldi-russi-e-cinesi-6525077/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;E' incredibile quello che ci stanno facendo, al nostro movimento e al nostro partito, i mezzi che stanno utilizzando per colpirci, per creare confusione e sfiducia, ma noi manterremo il sangue freddo e ci rialzeremo: così il co-leader dell'Alternative für Deutschland, il partito dell'estrema destra tedesca, ha inaugurato la campagna elettorale per le europee&lt;/strong&gt;. Si tratta di Tino Chrupalla , che è formalmente coleader assieme alla ben più popolare Alice Weidel (ma si sa che è lei che comanda), è soprannominato “pennello” perché faceva l'imbianchino, è l'addetto alle teorie del complotto ed è naturalmente filorusso e filocinese. La guerra di Vladimir Putin in Ucraina la risolvebbe con la pace, cioè con la resa degli ucraini, e con sollievo: “Così un milione di ucraini potranno lasciare il nostro sistema sociale e tornare nella loro patria”. Se il suo nome vi dice qualcosa è perché Chrupalla era sul palco assieme a Matteo Salvini nel dicembre scorso, i&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2023/12/04/news/sovranisti-a-firenze-con-la-lista-dei-nemici-5973535/"&gt;n occasione della kermesse dei sovranisti europei alla Fortezza da Basso di Firenze:&lt;/a&gt; l'AfD fa parte del gruppo europeo Identità e democrazia, in cui c 'è anche la Lega. Lanciando la campagna elettorale per le elezioni del 6-9 giugno, Chrupalla ha puntato sul vittimismo, che s'accompagna sempre al complottismo: ci attaccano con mezzi impropri perché ci temono, e via dicendo. Ma la verità è che è dovuto salire lui sul palco perché il candidato di punta alle europee dell'AfD, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/04/23/news/l-assistente-del-sovranista-tedesco-krah-e-una-spia-di-pechino-6482309/"&gt;l'eurodeputato Maximilian Krah,&lt;/a&gt; non c'era. Un suo assistente al Parlamento europeo, Jian G., tedesco di origini cinesi, è stato arrestato perché è accusato di “attività di spionaggio” a favore della Cina: secondo un altro europarlamentare dell'AfD, Krah è “il vassallo della Cina più loquace ” (lui lo dice con orgoglio). Contro Krah non ci sono accuse, ma un procuratore a Dresda ha aperto un'indagine preliminare su Krah perché sospetta che “per il suo incarico da europarlamentare” abbia ricevuto pagamenti dalla Russia e dalla Cina. Qualche giorno fa c'è stata una perquisizione negli uffici di Krah: il mandato autorizzava una perquisizione della scrivania di Jian G., che però era occupata da un altro assistente di Krah nonostante ci fosse su il nome di Jian. Ci sono volute altre due ore e un nuovo mandato per poter controllare la scrivania giusta. Krah resta il primo candidato dell'AfD alle europee, così come resta lo slogan elettorale del partito che è: “Responsabilità per la Germania”, ma questo 2024 di inchieste e scandali legati ai rapporti con la Russia, che fa la guerra all'Europa , e con la Cina, che aiuta la Russia in questa guerra, un impatto ce l'ha avuto, e il vittimismo può al limite convincere lo zoccolo duro dell'elettorato dell'AfD, non gli altri.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Krah, l'Fbi e gli altri nella lista. Lo Spiegel e l'emittente pubblica Zdf hanno raccontato che nel dicembre del 2023 Krah era stato interrogato per diverse ore dall'Fbi durante un viaggio a New York, dove aveva partecipato a un galà organizzato dal Young Republican Club al quale era presente anche Donald Trump . L'argomento dell'interrogatorio era una serie di messaggi che l'Fbi aveva intercettato, che si riferivano a una misteriosa “compensazione finanziaria” che Krah avrebbe ricevuto dall'ex parlamentare ucraino Oleg Voloshyn, che è vicino al Cremlino. Il partito avrebbe voluto puntare anche su Petr Bystron, che è al Bundestag dal 2017 e che è il secondo candidato in lista. Ma Bystron è sospettato di aver ricevuto denaro dal sito web con sede a Praga Voice of Europe, che è stato chiuso alla fine di marzo dopo che i servizi segreti cechi l'hanno identificato come un vettore di corruzione progettato per pagare i deputati che diffondono la propaganda del Cremlino. Secondo il quotidiano di Praga Denik N ei media tedeschi Zeit e Ard, i servizi cechi hanno registrazioni che dimostrano che Bystron ha ricevuto una busta contenente 20 mila euro in contanti da un manager di Voice of Europe. A un evento elettorale di fine aprile nel sud della Germania, sul palco è dovuto salire il quinto in lista perché agli altri prima di lui è stato chiesto di non esporsi troppo. Il terzo, René Aust, è molto vicino a Björn Höcke, che è il capo della corrente dell'AfD più estrema: Höcke è al momento a incontro processo per aver ripetuto a un pubblico gli slogan del gruppo nazista Sturmabteilung, le forze paramilitari che garantivano la protezione a Hitler. La quarta, l'europerlamentare Christine Anderson, ex del gruppo paranazista Pegida e no vax accanita, ha invece problemi con la leadership del partito che lei considera troppo moderata.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Le inchieste su Krah, candidato di punta alle europee, e quelle sul numero due per i rapporti con la Russia. Poi c’è l’ala nazista&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Le aggressioni.&lt;/strong&gt; Ieri l’ex sindaca di Berlino, la socialdemocratica Franziska Giffey è stata ferita da un uomo che l’ha colpita alla testa e alle spalle con una borsa in cui c’era dentro un oggetto contundente mentre era in una biblioteca. L’uomo ha 74 anni ed era già noto alle forze dell’ordine per atti relativi &amp;nbsp;alla “sicurezza dello stato e crimini d’odio”. Il 3 maggio a Dresda, verso sera, l’eurodeputato tedesco e candidato principale dell’Spd in Sassonia, Matthias Ecke, è stato aggredito e preso a calci da quattro ragazzi di 17 e 18 anni mentre stava attaccando i manifesti elettorali – poco prima avevano aggredito un volontario che affiggeva manifesti dei Verdi. Ecke è rimasto gravemente ferito ed è stato operato. Secondo la Zeit, la polizia ritiene che almeno uno dei quattro picchiatori abbia un movente provato di estrema destra: il ragazzo si è consegnato alla polizia e a casa sua e nel suo smartphone sono stati ritrovati materiali legati all’estremismo di destra tedesco. Il 2 maggio a Essen, nel Nord-Reno Vestfalia, due esponenti dei Verdi, tra cui il parlamentare tedesco Kai Gehring, sono stati avvicinati da due uomini che li hanno colpiti con dei pugni e sono scappati su un taxi. Il movente in questo caso non è ancora stato verificato, ma ieri i gruppi europei dei Socialisti, dei Verdi, dei Liberali e della sinistra hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui denunciano &amp;nbsp;la minaccia ai valori europei rappresentata dall’ascesa dell’estrema destra: “Chiediamo alla presidente della Commissione – scrivono – e ai partiti democratici ed europeisti di rigettare con durezza qualsiasi normalizzazione, cooperazione o alleanza con la destra estrema e i partiti radicali. Ci aspettiamo che questo rigetto sia presente in modo inequivocabile nei loro manifesti elettorali e nelle dichiarazioni dei partiti”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’effetto in Europa&lt;/strong&gt;. L’AfD sta diventando ingombrante perfino per i suoi alleati del gruppo di estrema destra Identità e democrazia (Id) al Parlamento europeo. La leader del francese &amp;nbsp;Rassemblement national, Marine Le Pen, ha preso le distanze dai tedeschi, dopo che la stampa ha rivelato la partecipazione di alcuni esponenti dell’AfD a una riunione sulla “remigrazione” dalla Germania, cioè la deportazione dei migranti anche se naturalizzati: le Pen sta cercando (con un certo successo) di ripulire l’immagine del suo partito per riposizionarsi come forza di governo alle presidenziali del 2027. La Lega di Salvini non ha più invitato i leader dell’AfD al lancio della campagna europea di Id a marzo. L’affaire Krah ha spinto alla cautela l’Fpö austriaca, che vuole evitare che i suoi elettori si ricordino dell’Ibizagate e della corruzione russa. Il gruppo Id era stato la grande novità delle europee del 2019, quando era passato da 36 a 73 deputati soprattutto grazie alla Lega. In cinque anni c’è stata un’emorragia di eurodeputati da Id che all’ultima sessione di aprile registrava appena 59 membri. Gli altri si sono trasferiti in altri gruppi o tra i non iscritti a causa dei dissensi interni. Secondo le ultime proiezioni di Europe Elects basate sui sondaggi nazionali, a giugno Id dovrebbe ottenere 84 seggi, appena dietro il gruppo liberale di Renew e quello sovranista dei Conservatori e riformisti europei (Ecr). Dopo una legislatura dominata dalla Lega, il nuovo azionista di maggioranza sarà il Rn francese e il suo giovane capolista, Jordan Bardella, che in Francia potrebbe superare il 30 per cento. Ma per fare cosa? E con chi? A parte l’AfD, gli altri partiti di Id hanno abbandonato l’idea di uscire dall’Ue o dall’euro, oggi troppo impopolare, ma tra loro sono divisi sulla solidarietà finanziaria, le regole di bilancio, il debito comune. Ciò che li accomuna sono la demonizzazione dei migranti e dell’islam, l’aggregazione della rabbia sociale, l’ostilità alle norme climatiche, il sostegno alla Russia di Putin e la volontà di distruggere l’Ue dall’interno. Le affinità ideologiche dovrebbero spingere Id a cercare un’alleanza – perfino una fusione – con l’altro gruppo della destra nazionalista, quello sovranista di Ecr. Un unico gruppo della destra nazionalista avrebbe un impatto enorme sul Pe: con 160/170 seggi potrebbe fare concorrenza al Partito popolare europeo. E’ il sogno di Viktor Orbán, il premier ungherese che sta cercando di coalizzare tutte le forze antisistema dell’estrema destra europea, ma le incompatibilità interne a Id diventano esponenziali se si aggiungono i partiti &amp;nbsp;di Ecr.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;I calcoli del gruppo Id, ora a trazione dei lepenisti, sulle alleanze al Parlamento europeo. Le aggressioni in Germania&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L'effetto in Germania.&lt;/strong&gt; Il professore Ulrich von Alemann, politologo dell'Università di Düsseldorf, ci ha detto che secondo i dati più affidabili dei sondaggi l'unione della Cdu e della Csu, è scesa dal 36 per cento della fine del 2023 al 33 per cento di oggi; l'Spd è salita dal 13 al 18 per cento; i Verdi sono rimasti stabili al 15 per cento, con alcuni alti e bassi; i liberali dell'Fdp al 4 per cento, la Linke ancora più in basso, e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht al 6 per cento; l'AfD è scesa dal 18 al 13”. Questo vuol dire che un'alleanza dei cristianodemocratici con i socialdemocratici ei Verdi sarebbe possibile, “ma il leader della Cdu, Friedrich Merz, ha in pratica escluso una coalizione con i Verdi all'ultimo congresso del partito: una strategia rischiosa perché la Cdu governa bene con i Verdi in tre Länder e potrebbe non avere altra scelta”. Von Alemann ci ha ricordato che “raramente le elezioni europee vengono disputate sul tema dell'Europa, la politica nazionale è di solito al centro della scena e sarà così anche adesso: l'Europa è una questione di valore – dice il professore – non una questione di posizione, come mostrano i sondaggisti e gli analisti elettorali, che guardano non solo il governo, ma il clima politico in generale, che al momento è negativo per la coalizione rosso-verde-gialla al governo, mentre anche la Cdu/Csu potrebbe non saperne approfittare al meglio”. Sul minore consenso dell'AfD von Alemann dice che “le ragioni sono molteplici: l'effetto della protesta si sta esaurendo man mano che la gente si abitua alle emergenze. In più c'è un nuovo partito di protesta, il Bsw”, cioè l'alleanza Sahra Wagenknecht, fondata dall'ex capogruppo della Linke, un partito comunista con forti venature nazionaliste che Wagenknecht ha lanciato in polemica con la svolta ambientalista del suo ex partito, accusandolo di aver dimenticato la questione sociale. “L'AfD soffre anche per la conferenza di Potsdam”, dice il professore citando lo scandalo dello scorso gennaio, quando emerse che esponenti dell'AfD avevano partecipato a una rete segreta il cui obiettivo era espellere milioni di stranieri dalla Germania.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; In sostanza, osserva von Alemann, “l'AfD non è così resistente agli scandali come si pensava in precedenza”. Ad approfittarsene sembra proprio che sia l'algida Sahra Wagenknecht, comunista cresciuta nella Germania dell'est, ex moglie del leader socialdemocratico Oskar Lafontaine, che con le sue posizioni filorusse e anti immigrazioni parla all'elettorato rossobruno, quello dell'AfD, ma con tono severo, capelli raccolti e senza gli scandali. &lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;(hanno collaborato David Carretta&amp;nbsp;&amp;nbsp;e Daniel Mosseri)&amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 09 May 2024 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-05-09T04:00:00Z</dc:date>
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      <title>Herbert Kickl e l'Austria che si gira 3,5 gradi più a destra</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/04/18/news/herbert-kickl-e-l-austria-che-si-gira-3-5-gradi-piu-a-destra-6455417/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’arresto di Egisto Ott, accusato di aver passato informazioni al Cremlino in cambio di soldi, ha fatto precipitare l’Austria nel suo passato mai dimenticato &lt;/strong&gt;– se avete visto “Il terzo uomo” sapete di cosa stiamo parlando – e ha reso ancora più nero il suo presente, in cui la destra estrema vicina alla Russia è il primo partito del paese. Il sessantenne Egisto Ott, che lavorava all’Ufficio federale per la protezione della Costituzione e del Controterrorismo, che oggi non esiste più, è stato arrestato alla fine di marzo, dopo un’inchiesta durata sette anni. Il mandato d’arresto di 86 pagine indica le accuse: ha fornito informazioni sensibili a Jan Marsalek, l’ex ceo di Wirecard latitante dal 2020, ricercato per frode e anche lui per scambio di informazioni con Mosca (a Marsalek, Ott ha fornito &amp;nbsp;l’indirizzo della casa di Vienna di Christo Grozev, giornalista investigativo di Bellingcat: alcuni uomini mandati da Marsalek sono entrati in casa di Grozev e gli hanno rubato un computer e una chiavetta usb); ha fornito i dati dei cellulari di alcuni funzionari austriaci; ha raccolto informazioni su alcune persone che interessavano ai russi e le ha condivise con Marsalek; ha aiutato Marsalek a far pervenire a Mosca un laptot Sina, usato da alcuni governi europei per trasmettersi informazioni crittografate; ha scritto un’analisi su come migliorare le operazioni russe all’estero, dopo che è stato trovato l’assassino di un dissidente ceceno a Berlino. Se vi viene il dubbio che, per quanto grave, quest’attività di spionaggio sia circoscritta a Marsalek e al suo entourage, vi sbagliate. La rete è grande, la remunerazione è alta, l’accessibilità ai documenti riservati europei è elevata. &lt;strong&gt;Le intelligence occidentali si sono allarmate: quanto è esposta l’Austria alle attività di spionaggio russe?&lt;/strong&gt; Il governo conservatore del cancelliere Karl Nehammer, votato alla neutralità e all’equidistanza (l’Austria non fa parte della Nato), ha cercato di limitare i danni chiedendo una revisione delle procedure di controspionaggio, ma soprattutto ha cercato di utilizzare elettoralmente lo scandalo. Oltre alle elezioni europee, in ottobre l’Austria ha anche le legislative e secondo i sondaggi il partito di governo, l’Övp, ha quasi dimezzato i suoi consensi, è di poco dietro ai socialdemocratici dell’Spö. Il primo partito è l’estrema destra, quell’Fpö che collassò mentre era in coalizione di governo proprio per i suoi legami con&lt;strong&gt; la Russia e che oggi invece si è rimessa in sesto, cavalcando i soliti temi nazionalisti e sovranisti, e anzi aggiungendone altri, più a destra ancora.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il leader dell’Fpö. &lt;/strong&gt;Herbert Kickl, classe 1968, è nato in Carinzia in una famiglia della working class: suo nonno Florian era stato un nazista, ma questo è accaduto a molti uomini di quella generazione nati in questa regione austriaca. Secondo i suoi biografi, Kickl era un bravo studente che amava i Beatles e i pantaloni con le tasche ampie, che acquistava in un negozio che vendeva indumenti militari americani. Non ha finito l’università a Vienna, dove studiava filosofia, e non ha fatto il servizio militare, ma la sua vita è cambiata quando lo notò, per la sua dialettica e per le sue capacità comunicative, Jörg Haider, il leader più carismatico che l’Fpö abbia mai avuto, dal 1986 al 2000 (Haider è morto in un incidente d’auto nel 2008). Sembra che fu proprio Kickl a suggerire, all’inizio di questo secolo, a Haider la frase che disse a Ariel Muzicant, leader della più grande associazione ebraica dell’Austria che aveva denunciato la carriera antisemita di Haider e il pericolo dell’aumento dei casi di antisemitismo nel paese. Haider disse: “Non capisco come faccia uno che si chiama Ariel ad avere così tante zozzerie appiccicate addosso” – Ariel è una marca famosa di saponi. Kickl era il suggeritore di queste e altre brutture, Haider lo coccolava anche per questo, quindi fece un certo scalpore il fatto che nel 2005, quando Haider lasciò stizzito l’Fpö per fondare un altro partito, il suo protetto decise di non seguirlo. Non si è mai capito davvero il perché, ma in ogni caso Kickl entrò nelle grazie di Heinz-Christian Strache, che è stato leader dell’estrema destra in tempi vittoriosi e che era vicecancelliere quando, nel 2019, emerse un video, risalente a due anni prima, in cui discuteva, in un appartamento di Ibiza, di finanziamenti russi alla sua campagna elettorale in cambio di appalti ad aziende russe assieme alla sedicente nipote di un oligarca russo vicino a Vladimir Putin. A quel punto Kickl, che fino a quel momento andava dicendo (e dimostrando) di essere più interessato alla “sala macchine” che alla ribalta, ha iniziato la sua ascesa che lo ha portato alla guida dell’Fpö. Una volta in cima, &amp;nbsp;è riuscito a spostare il partito ancora più a destra durante la pandemia, galvanizzando le proteste contro vaccini e mascherine. Xenofobo, filorusso, antiamericano, Kickl ha il mito dell’ungherese Viktor Orbán, con il quale condivide – o forse è emulazione – molte idee e molti legami internazionali. In una recente inchiesta pubblicata dal magazine Falter dal titolo “Chi aiuta Putin a Vienna”, la gran parte dei nomi citati è legata all’Fpö.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Il rapporto con i grandi capi dell’estrema destra, l’ascesa inattesa, l’antisemitismo e l’antiparassitario per il Covid&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le chance di Kickl cancelliere. &lt;/strong&gt;Il professor Laurenz Ennser-Jedenastik non è stupito dell’ascesa dell’Fpö, “è da molto tempo che questi dati stanno emergendo e non è la prima volta che il partito è in testa ai sondaggi”, ci ha spiegato. Ennser-Jedenastik si occupa di politica austriaca proiettandola nel contesto europeo presso l’Università di Vienna, e dice che &amp;nbsp;“le crisi degli ultimi anni, la pandemia, la guerra della Russia all’Ucraina e l’inflazione, hanno sicuramente aiutato il partito”. L’ultima ricerca dell’Eurobarometro appena pubblicata conferma: gli austriaci, che non hanno una percezione positiva dell’Unione europea (meno positiva della media), pensano che Bruxelles abbia gestito male tutte le crisi che ha attraversato in questi anni – la pandemia, la guerra, l’immigrazione e la situazione economica – tranne due, cioè il cambiamento climatico e la Brexit. L’insoddisfazione si riversa sul governo in carica – l’Övp è in coalizione con i Verdi – ma neppure questo per il professor Ennser-Jedenastik è sorprendente: “In generale è molto difficile rimanere popolari – ci ha detto – durante una pandemia, una crisi energetica, uno choc inflazionistico e una guerra che scatena un massiccio arrivo di rifugiati nel tuo paese”. La sostituzione di questo governo con uno guidato dall’Fpö però non è automatica: Kickl diventerà cancelliere se il suo è il primo partito?, gli abbiamo chiesto. “No – risponde il professore – In breve: sarà il presidente a scegliere il cancelliere. Di solito, il capo dello stato sceglie la persona che guida il partito più grande in Parlamento, ma è una consuetudine, non un obbligo di legge. Tuttavia, il presidente Alexander Van der Bellen, un ex politico dei Verdi, per nulla amico di Kickl, ha già segnalato che questa volta potrebbe non attenersi a questa regola non scritta. Quindi, in realtà non sappiamo cosa succederà dopo le elezioni. Se c’è la possibilità di una maggioranza di governo funzionante che escluda l’Fpö, il presidente spingerà in quella direzione. Il processo potrebbe essere lungo, però”. Bisogna anche considerare il fatto che che Kickl, uomo dietro le quinte che è emerso per le dichiarazioni antisemite e perché ha scatenato la corsa all’ivermectina per curare il Covid, non è considerato “uno statista naturale”, dice Ennser-Jedenastik, “ed è anche molto impopolare al di fuori della cerchia dei sostenitori dell’Fpö. Quindi, sarebbe molto controverso e risulterebbe antipatico a molti”. Ma quindi, Kickl è il nuovo Haider o il nuovo Strache? “Dipende da cosa si intende. La sua personalità è molto diversa da quella dei due leader, meno grandiosa, meno stravagante, meno roboante, più concentrata, più calcolatrice, più razionale, direi”. In più serve un patto di coalizione, cioè un accordo con l’Övp: i popolari hanno detto che non vogliono lavorare con Kickl ma, se proprio proprio dovesse essere necessario, con l’Fpö sì. Il veto è personale, sembra. Quindi, riassume il professor Ennser-Jedenastik, “l’Övp dovrebbe fare marcia indietro o trovare nuovi leader che non si sentano vincolati a questo impegno. Date queste difficoltà e l’opposizione del presidente, penso che sarà un compito difficile per Kickl, forse possibile solo quando le altre alternative saranno fallite durante i negoziati, ma questa è l’Austria, quindi non si sa mai”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Gli austriaci non andrebbero in difesa di un paese europeo sotto attacco, ma si aspettano molto sostegno se toccasse a loro&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Questa è l’Austria che non ama granché l’Europa, l’Austria che vuole fare da ponte tra est e ovest ma adopera l’equidistanza, &lt;/strong&gt;un metodo che in tempi di guerra diventa impraticabile, l’Austria delle spie e delle ambiguità, l’Austria che fa esperimenti con la destra estrema che terrorizzano il resto del continente, l’Austria in cui c’è una grande insofferenza economica, che guarda anche alla vicina Germania con cui ci sono legami non ignorabili, l’Austria che non consuma e cova risentimento. E’ anche un’Austria parecchio egoista. Secondo una ricerca dell’Università di Innsbruck, soltanto il 13,6 per cento degli austriaci pensa che il proprio paese dovrebbe partecipare alla difesa di un altro paese europeo se dovesse essere attaccato, ma in compenso il 72,3 per cento degli intervistati dice che questi stessi stati europei dovrebbero correre in aiuto dell’Austria se fosse lei a essere attaccata. Un’Europa al proprio servizio insomma, che è poi la ragione per cui, nell’Eurobarometro, pochi austriaci dicono che la loro priorità è la difesa europea. Si consumano invece sul dibattito riguardo alla statua di Karl Lueger, che fu sindaco di Vienna tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che era antisemita e che era considerato da Hitler il sindaco più forte mai esistito. C’è chi vuole abbattere la statua, chi dice giù le mani, si è infine deciso per una “contestualizzazione”. &lt;strong&gt;I lavori cominceranno all’inizio dell’estate, il costo stimato è di 500 mila euro: la contestualizzazione consiste nel ruotare la statua di 3,5 gradi, verso destra.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;em&gt;(ha collaborato Daniel Mosseri)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 18 Apr 2024 03:13:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-04-18T03:13:00Z</dc:date>
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      <title>Péter Magyar, il rampollo ribelle che fa impazzire Orbán</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/04/11/news/pe-ter-magyar-il-rampollo-ribelle-che-fa-impazzire-orba-n-6426108/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Come si fa a parlare male di Viktor Orbán quando, in Ungheria, Viktor Orbán è tutto, è ovunque?&lt;/strong&gt; Come si fa a far capire agli ungheresi a che livello il loro primo ministro ha messo un clan a reggere il paese? Come si fa a denunciare la corruzione, il familismo e anche la crisi economica? &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/04/06/news/l-ex-orbaniano-che-sfida-orba-n-e-porta-gli-ungheresi-in-piazza-6411822/"&gt;La risposta la sta suggerendo Péter Magyar, &lt;/a&gt;&lt;strong&gt;il &amp;nbsp;rampollo ribelle che parla l’orbaniano, la lingua del potere in Ungheria.&lt;/strong&gt; Che conosce ogni scheletro nell’armadio del premier e del suo partito e li sta tirando fuori uno a uno. Li sventola davanti agli ungheresi, li urla durante le manifestazioni. Ha conoscenze ottime e determinazione vorace. Per Orbán, Magyar è il traditore. Proviene da due importanti casate giuridiche ungheresi. Uno dei suoi nonni era Pál Eross, che negli anni Settanta era il Santi Licheri ungherese, accendevi la tv e c’era lui a dirimere le cause. L’altro nonno era Ferenc Mádl, &amp;nbsp;professore di diritto all’Università di Budapest, esponente del Forum per la democrazia e poi presidente della Repubblica. Sua madre è un magistrato importante: &amp;nbsp;era scolpito &amp;nbsp;nel corredo genetico che Péter prima o poi avrebbe scritto almeno un paragrafo della storia dell’Ungheria. Bisogna ricostruire con ordine la vicenda che ha portato il giurista e diplomatico &amp;nbsp;Magyar a sfidare il suo stesso mondo e si scopre che dietro si cela una costante della politica ungherese: il privato è un fattore politico. &lt;strong&gt;Magyar è l’ex marito dell’ex ministra della Giustizia, Judith Varga,&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;la coppia d’oro dell’orbanismo,&lt;/strong&gt; il nido tradizionale ostentato dal premier come modello da seguire e specchio della funzionale famiglia ungherese tipo. Dentro casa Magyar-Varga, le cose però non andavano benissimo. I due si sono &amp;nbsp;sposati quindici anni fa, avevano avuto tre figli, e poi hanno &amp;nbsp;divorziato nel 2023. Sono tutti e due di formazione conservatrice, erano i giovani studenti che poi sono confluiti tutti insieme dentro a Fidesz, il partito di Orbán. Lo storico &lt;strong&gt;Stefano Bottoni,&lt;/strong&gt; professore associato dell’Università di Firenze, conoscitore dell’Ungheria e studioso della sua politica, ci ha raccontato che la coppia d’oro è vissuta per molto tempo a Bruxelles, ha frequentato un ambiente internazionale e sicuramente più aperto di quello ungherese, quasi fosse un’onda lunga dei loro Erasmus. Nel 2018 i due sono tornati &amp;nbsp;a Budapest, quando a lei venne proposto di diventare ministra della Giustizia e lui decise di iniziare a fare il padre e il marito, “nell’ombra di lei, ed è una cosa rara in Ungheria, un paese molto maschilista”. Orbán aveva capito di avere bisogno di donne per rafforzare l’elettorato femminile e per cambiare l’immagine dell’Ungheria all’estero: Varga era perfetta, anche per la sua famiglia, per il marito, i tre figli. Per questo, quando la coppia andò in crisi, due anni dopo, fu proprio Fidesz a impedir loro di divorziare: “Ecco perché il privato è politico in Ungheria, per ragion di stato e di partito i due furono costretti a rimettersi insieme, fino alle elezioni del 2022. Dopo la grande vittoria di Orbán ottennero il permesso di lasciarsi”, ci spiega Bottoni. In quel momento la ministra aveva già un altro compagno, anche lui un pezzo grosso del clan, il presidente della Corte dei conti. I grovigli famigliari sono infiniti nel paese-partito, &lt;strong&gt;tutti sono stati con tutti, tutti sanno tutto di tutti.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Non abbiate paura. &lt;/strong&gt;Magyar, anche dopo il divorzio, era rimasto in disparte, nell’ombra, senza troppi drammi. Fino a quando qualcuno non ha notato &amp;nbsp;che sul suo profilo Facebook è stata &amp;nbsp;pubblicata una frase: “Non abbiate paura”, come Giovanni Paolo II. Era il gennaio del 2024 e nessuno sapeva che cosa intendesse dire il taciturno e modaiolo Péter. A chi stava parlando? Lo svelò lui dopo non molto, quando qualche settimana più tardi scoppiò lo scandalo della grazia a un pedofilo, in cui erano coinvolte anche le due donne di Fidesz, Varga e la presidente Katalin Novák. Il partito decise che liberarsi di loro era il modo più semplice per ripulire l’immagine e mai avrebbe pensato che sarebbe arrivato l’ex marito ad aggiungere macchie con &amp;nbsp;una strana operazione di vendetta. Le due politiche, da brave soldatesse di Orbán, si dimisero e Magyar si presentò da un’emittente online chiamata Partizan, parlò per due ore, fece due milioni e mezzo di visualizzazioni e raccontò tutte le sporcizie del sistema, “ma ancora difendeva l’ex moglie e alle domande se intendesse entrare in politica rispondeva: non ci penso neppure. Fidesz decise di ignorare. Magyar però nel frattempo era diventato un fenomeno mediatico”, racconta lo storico. Ovviamente non compariva sulla televisione pubblica né sulle principali testate che sono gestite da amici del primo ministro, ma era presente su alcuni siti dell’opposizione, sui social, e Fidesz non poteva continuare a ignorare questo marito che attaccava tutti, tranne sua moglie, che si infuriava contro un regime che si nasconde sotto “la gonna di due donne”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Il privato è un fatto politico, quando Magyar e Varga volevano divorziare, Fidesz lo impedì. La famiglia di stato&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;L’audio.&lt;/strong&gt; Quella che sembrava &amp;nbsp;una telenovela famigliare era diventata un enorme affare di stato. Dopo quindici anni di relazione, Magyar sapeva tutto, aveva anche registrato una conversazione in cui l’ex ministra della Giustizia raccontava che il ministro della Propaganda e dei Servizi segreti, Antal Rogán, “un personaggio vampiresco”, &amp;nbsp;aveva fatto entrare i suoi uomini in procura e fatto cancellare ogni traccia relativa a lui da vari dossier compromettenti. Lei lo raccontava in una conversazione in cucina, in famiglia, tra marito e moglie. Secondo Bottoni basta questo dettaglio per capire il clima di sospetto e di terrore generale del sistema, in cui ogni posizione dipende dal grado di fedeltà al capo: si può cadere in ogni momento. Il resto dell’audio riguardava invece il procuratore capo ungherese, Péter Polt, scelto per insabbiare i casi sensibili e non più efficiente come un tempo perché nelle procure gira una nuova generazione di procuratori che iniziano a far uscire scandali e dettagli che Polt non sa &amp;nbsp;tenere a freno. Varga si lamentava della mancanza di ordine e l’audio, oltre a toccare l’orbanismo, ha toccato anche lei. Inizia in quel momento lo scontro totale, iniziano le minacce a Magyar e Varga &amp;nbsp;è andata in televisione a raccontare di tutto sul suo ex marito, di liti furibonde e botte. L’intervista venne trasmessa su tutti i canali televisivi. E’ il tutto per tutto, tutti contro Magyar, che fino a quel momento non aveva mai toccato Orbán, ma i suoi collaboratori. Ma non aveva senso continuare ad attaccare i numeri due del regime, bisognava arrivare al suo apice e nessuno finora era stato in grado di farlo come Magyar.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le manifestazioni. &lt;/strong&gt;Dopo la prima intervista a Partizan, in Ungheria venne organizzata una manifestazione a febbraio, ribattezzata la protesta degli influencer. Non c’era Magyar, ma ne era l’ispiratore e fu il segnale che qualcosa iniziava a scricchiolare. Gli influencer, attori, comici, personaggi noti, &amp;nbsp;dopo la bomba lanciata dall’ex orbaniano decisero di chiamare gli ungheresi a protestare, perché quello che prima era un sospetto, era diventata una certezza. “Il successo di Magyar è stato incrementale, neppure lui probabilmente si aspettava tanto seguito, &amp;nbsp;credo che quando disse &amp;nbsp;di non voler entrare in politica, non stava mentendo”, racconta &amp;nbsp;Bottoni. Poi si è ritrovato con un capitale e si è spinto oltre, fino a indire il 15 marzo una sua manifestazione. Il 15 marzo in Ungheria è festa nazionale, il premier aveva il suo raduno a cui aveva fatto arrivare persone da ogni dove, ma l’evento di Magyar ha avuto una partecipazione ben più grande: lo scontro era diventato diretto. E gli ungheresi, si è scoperto, &amp;nbsp;hanno voglia di protestare. Non accadeva da tempo. Non c’entrano i diritti, non c’entra la democrazia, gli scricchiolii sono puramente economici.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Sulla politica internazionale la pensa come il premier: se gli ungheresi &amp;nbsp; protestano è per la crisi economica&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Questo conservatore di buonissima famiglia, &amp;nbsp;questo marito infuriato e chissà, ancora innamorato, &amp;nbsp;questo impetuoso politico improvvisato &amp;nbsp;ci ricorda qualcuno: Viktor Orbán. &lt;/strong&gt;Magyar ha visto perdere le opposizioni, usa il linguaggio della maggioranza, dice di volersi riappropriare dell’idea di orgoglio nazionale, non sparla dell’Ue, ma è nazionalista, vuole mantenere aperti i rapporti con Mosca e con Pechino, non ringhia contro la Nato, ma non vuole che le armi per Kyiv passino per l’Ungheria. In politica interna, gli anni brussellesi gli hanno dato qualche ispirazione in più, vorrebbe cambiare scuole e sanità, ma il cambiamento è cosmetico, sembra un Orbán dei vecchi tempi, prima di spostare il partito sempre più alle estremità della destra. Vuole cambiare il modello, non il sistema e ha un obiettivo: strappare il cuore a Fidesz, prendergli elettori e alcuni protagonisti, magari i pentiti, come lui. &lt;strong&gt;Qualcuno lo chiama Mr. Cleaner, &lt;/strong&gt;un settimanale lo ha messo in copertina con il suo volto su un prodotto per la pulizia della casa. Chissà non diventi il nome del suo partito.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 11 Apr 2024 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-04-11T04:00:00Z</dc:date>
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      <title>Xi, Putin e i nostri voti. Ecco come si combatte la disinformazione durante la campagna elettorale europea</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/03/28/news/xi-putin-e-i-nostri-vostri-ecco-come-si-combatte-la-disinformazione-durante-la-campagna-elettorale-europea-6380815/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Questo è “un anno cruciale per le democrazie”, ripete la vicepresidente della Commissione europea, Vera Jourová,&lt;/strong&gt; che ha dato il via a quello che definisce “un tour della democrazia” nei paesi dell’Ue per sensibilizzare tutti gli interlocutori – i leader, i partiti, i media, i cittadini europei – sui pericoli della “disinformazione on steroids” che deforma i processi elettorali in occidente. Il voto europeo è previsto dal 6-9 giugno, riguarda quasi 450 milioni di persone ed è costantemente sotto attacco delle ingerenze straniere e di quelle interne, con l’aggiunta dell’ultima innovazione tecnologica, l’intelligenza artificiale.&lt;strong&gt; La Commissione e il Parlamento sono impegnati dal 2019 a trovare misure di contenimento della disinformazione,&lt;/strong&gt; con agenzie e progetti dedicati, con una responsabilizzazione delle piattaforme online – social e motori di ricerca – e con progetti dedicati ai cittadini. E’ un lavoro collettivo che deve durare nel tempo, dice Jourová: si basa sulla “fiducia”, come qualsiasi rapporto tra i cittadini e la cosa pubblica, in cui nessuno deve sentirsi sollevato dalle proprie responsabilità. E’ un lavoro che, quando funziona, dimostra quanto capillare sia la deformazione disinformativa. Ieri &lt;strong&gt;l’Agenzia per la sicurezza informativa della Repubblica ceca &lt;/strong&gt;ha scoperto &lt;strong&gt;un network a guida russa &lt;/strong&gt;che cercava di influenzare il processo elettorale in vista delle europee in &lt;strong&gt;Germania, Francia, Polonia, Belgio, Paesi bassi e Ungheria. &lt;/strong&gt;Questo network sosteneva finanziariamente politici che parlano della necessità di una pace (cioè di una resa) in Ucraina e che dicono che sospendere l’invio di armi metterà fine alla guerra della Russia. &lt;strong&gt;Erano previsti anche fondi per il sito Voice of Europe, che è a Praga ed è prorusso.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Kuleba e la propaganda russa. &lt;/strong&gt;Il ministro degli Esteri ucraino, Dmitro Kuleba, ha incontrato ieri online alcuni giornalisti stranieri e ha detto che “la propaganda russa non è così un successo come pretende di essere”: i pacchetti di assistenza a Kyiv continuano a essere approvati, “i sondaggi dimostrano che i cittadini europei continuano a sostenere l’Ucraina” così come i governi. Ci sarà un’intensificazione della propaganda russa, dice Kuleba, in vista delle elezioni europee, e poi di quelle americane: “La &amp;nbsp;Russia non risparmia sforzi per accusare l’Ucraina di ogni tipo di crimine per screditarla e per diminuire il sostegno”. Mosca “non ha linee rosse”, dice il ministro, mentre l’occidente ne pone molte perché si ispira a valori e regole che devono essere rispettati nella convivenza democratica, ma Kuleba si augura che ci sia una risposta più dura per controbattere alla propaganda, la nostra libertà e il nostro pluralismo non bastano per sconfiggere l’offensiva disinformativa russa: “Se le permettete di operare nel vostro paese, seminerà divisioni e farà di tutto per &amp;nbsp;destabilizzare il vostro paese”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;“La propaganda russa non è un successo così grande come pretende di essere”, ha detto &amp;nbsp;il ministro degli Esteri ucraino Kuleba&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;La campagna Doppelgänger. &lt;/strong&gt;Rispetto alle elezioni europee di cinque anni, la situazione è cambiata parecchio, Innanzitutto siamo cambiati noi. Mattia Caniglia, direttore associato dell’Atlantic council, ci ha detto che c’è una grande differenza di visione e di sensibilità strategica. L’Ue si è mossa e anche i paesi membri hanno creato delle agenzie governative con lo scopo di combattere la disinformazione, come Viginum, in Francia. “Sulla lotta alle disinformazione c’è un po’ un’Europa a più velocità. I paesi Baltici, la Polonia, gli scandinavi si sono mossi da tempo, il resto dei paesi è stato più lento”. Mentre noi ci svegliamo, e oggi una campagna come quella avvenuta durante le elezioni americane del 2016 non sarebbe più possibile, anche gli attori della disinformazione hanno affinato le loro tecniche. C’è un esempio che spiega bene che evoluzione c’è stata: la campagna Doppelgänger. “Si tratta di un’operazione molto sofisticata, diffondeva sui social o su Telegram dei link &amp;nbsp;che rimandavano a siti identici al Guardian o al Monde e ad altre testate, ma diffondevano &amp;nbsp;disinformazione. L’evoluzione che s’è stata in questi anni riguarda anche il microtargeting, per esempio sulle armi”. Caniglia ci spiega che in Francia c’è stata tutta una campagna contro l’invio dei cannoni Caesar, che raccontava che una volta finiti in mani ucraine sarebbero stati venduti a paesi autocratici. In Italia, invece, era più generica perché il dibattito non si concentrava su un’arma specifica. Ma gli attacchi non sono soltanto contro i paesi, anche contro le istituzioni comunitarie.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Attacchi settimanali.&lt;/strong&gt; Gli attacchi contro il Parlamento europeo (Pe) avvengono praticamente ogni settimana. Quando a febbraio gli agricoltori hanno assediato Bruxelles con i loro trattori sui social media si sono moltiplicati i post con la foto delle barriere di sicurezza installate dalla polizia belga davanti alla sede del Pe. Il messaggio era: i deputati, barricati nel loro palazzo, non vogliono ascoltare la gente comune, dicono di andare a votare per le elezioni, ma poi mettono il filo spinato perché non sono interessati al dialogo. Un altro caso recente riguarda un post con una foto di un deputato europeo che sniffa cocaina in plenaria, associato a Volodymyr Zelensky che meriterebbe un posto nell’emiciclo di Strasburgo. In realtà la fotografia risale a diversi anni fa, è stata scattata al Bundestag tedesco e l’ex deputato sniffava tabacco. Il messaggio: sono tutti cocainomani. Spesso vengono usate foto di emendamenti presentati da pochi deputati – il più delle volte dell’estrema destra e dell’estrema sinistra – mostrati come documenti ufficiali adottati dal Pe, anche se nessuno li ha votati o sono stati bocciati.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;EUvsDisinfo. &lt;/strong&gt;Nel corso degli anni nell’Ue ha assunto un ruolo sempre più importante la Task force East StratCom del Servizio europeo di azione esterna diretto da Josep Borrell. Il suo sito EUvsDisinfo è diventato un punto di riferimento per svelare e contrastare la disinformazione della Russia (e della Cina). Partita come attività secondaria e mirata su Ucraina, Georgia e paesi dei Balcani, la StratCom diretta da Lutz Guellner è cresciuta sempre più in termini di risorse finanziarie e umane. Sono state organizzate esercitazioni e simulazioni con le istituzioni dell’Ue e i 27 stati membri per migliorare le capacità di individuare il più rapidamente possibile le minacce ibride e coordinare le risposte. L’Ue ha soprattutto rafforzato il suo dispositivo legislativo con l’entrata in vigore del Digital Services Act (Dsa).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le linee guida per Big Tech.&lt;/strong&gt; Martedì la Commissione ha pubblicato le sue raccomandazioni alle grandi piattaforme. Le linee guida prevedono di rafforzare i processi interni delle piattaforme, con la creazione di squadre dotate di risorse adeguate per mitigare i rischi. Le piattaforme sono invitate a promuovere informazioni ufficiali, attuare iniziative di alfabetizzazione mediatica e adattare i loro sistemi di raccomandazione per ridurre la viralità dei contenuti che minacciano l’integrità dei processi elettorali. La Commissione chiede anche di adottare misure specifiche per l’intelligenza artificiale per contrastare l’uso di deep fake. Le piattaforme dovrebbero introdurre un meccanismo di risposta agli incidenti durante un periodo elettorale. Alla fine di aprile la Commissione organizzerà uno stress test: “Le elezioni per il Pe sono particolarmente vulnerabili”, ci ha detto una fonte della Commissione: “Le risorse delle piattaforme saranno sotto pressione perché ventisette paesi vanno al voto”. Le piattaforme che non fanno tutto il necessario per mitigare i rischi rischiano multe fino al 6 per cento del fatturato globale annuale o multe quotidiane fino al 5 per cento del fatturato giornaliero.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Oggi non basta il fact checking, servono misure proattive &amp;nbsp;e non solo reattive: non basta guardare il proiettile, bisogna risalire all’arma&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Gli influencer della disinformazione. &lt;/strong&gt;Gli autori della disinformazione sono russi, cinesi, gruppi complottisti, anti migranti o anti Lgbt. Le tecniche e gli strumenti si sono affinati nel corso degli anni e ognuno ha il suo stile. I russi, per esempio, sono più diretti, i cinesi agiscono sottotraccia e a volte cavalcano gli uni le campagne degli altri. Poi c’è la “cattura delle élite”, cioè utilizzare personalità mediatiche e politiche per diffondere i temi e i messaggi della disinformazione, ha un ruolo sempre più centrale. Il Pe ha messo in piedi una task force apposita sulla disinformazione, che collabora con le altre task force delle istituzioni dell’Ue. I tre pilastri dell’azione sono: l’analisi del rischio, la resilienza attraverso l’educazione mediatica e il coordinamento della risposta se il Pe è direttamente attaccato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La mappa fino a ora. &lt;/strong&gt;In vista delle europee è stata fatta la mappatura di ciò che è accaduto negli ultimi 18 mesi alle elezioni nazionali. Sono emerse tre tendenze comuni: la disinformazione per dire che le elezioni sono fraudolente o rubate, il tentativo di scoraggiare alcuni gruppi a partecipare al voto, e il ricorso ai temi considerati polarizzanti per accrescere la polarizzazione, seminare il caos e dare l’impressione che chi sta al governo non sia in grado di dare risposte. L’obiettivo è “fare in modo che lo spazio informativo sia il più caotico possibile, la gente non si fidi più di nessuno, perda la fiducia nelle istituzioni e si convinca che la democrazia non funziona più”, ci ha spiegato Delphine Colard, vice portavoce capo del Parlamento europeo. Gli autori della disinformazione e della manipolazione sono diventati particolarmente abili a targetizzare le narrazioni a seconda del paese. In Francia funzionano bene i migranti, la guerra in Ucraina, la contrapposizione tra comunità ebraica e musulmana. In Polonia i temi sono gli agricoltori e i prodotti agricoli ucraini. In Spagna il catalizzatore della polarizzazione è la Catalogna, in Portogallo i diritti Lgbt. La prima risposta del Pe è quello della resilienza: informare i cittadini dei rischi che la disinformazione fa pesare sulla democrazia e il suo funzionamento (con formazione, seminari, workshop). Il “debunking” è affidato ai fact checker, ma non è una soluzione miracolosa. Per questo parte della risposta è preventiva: il “prebunking” attraverso informazioni pubbliche e ufficiali sull’importanza di andare a votare e di partecipare al dibattito. Stessa cosa si può dire del fact checking, è un processo reattivo, ci ha spiegato anche Caniglia, e oggi, rispetto a cinque anni fa, i metodi per contrastare la disinformazione si concentrano di più sui processi proattivi: “L’importante non è più soltanto individuare i bot, ma capire da dove vengono, chi li paga, come è gestita la loro filiera. Il fact checking si concentra sul proiettile, invece dobbiamo guardare alla pistola e a chi la fabbrica”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’impatto della disinformazione varia da paese a paese. Le recenti elezioni in Estonia, Finlandia, Svezia e Slovacchia sono servite da caso di studio.&lt;/strong&gt; “Più è elevata l’alfabetizzazione mediatica e la consapevolezza della minaccia, meno la disinformazione è efficace”, ci ha spiegato una fonte della Commissione. In Finlandia la manipolazione non ha sfondato. In Slovacchia è diventata benzina elettorale. Lo stesso vale per il ruolo dei media tradizionali. Nei paesi in cui sono meno indipendenti e meno forti, la disinformazione si diffonde con grande facilità. Dove invece la stampa libera è forte e accurata, i rischi sono inferiori. “La solidità del corpo mediatico gioca un ruolo fondamentale”, spiega un altro funzionario: &lt;strong&gt;“Combattere la disinformazione e basta serve a poco. Bisogna lavorare sull’intera società”.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;(ha collaborato David Carretta)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 28 Mar 2024 05:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-03-28T05:00:00Z</dc:date>
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      <title>In Slovacchia si chiude l’èra della Caputová mundi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/03/21/news/in-slovacchia-si-chiude-l-e-ra-della-caputova-mundi-6353031/</link>
      <description>&lt;p&gt;Che volto inaspettato aveva la Slovacchia del &amp;nbsp;2019, quando &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/03/16/news/storia-di-zuzana-caputova-perche-le-elezioni-slovacche-ci-riguardano-243416/"&gt;Zuzana Caputová vinse le elezioni presidenziali. &lt;/a&gt;La sorpresa era in tutto. In lei, che era arrivata in politica &amp;nbsp;dopo una carriera trascorsa a dire che, da avvocato, aveva il compito di stare dietro le quinte, di consigliare, di raddrizzare. Aveva pensato che la sua vita dovesse lambire la politica, non incrociarla, e invece. L’altra sorpresa era la Slovacchia, u&lt;strong&gt;n paese che dopo l’assassinio del giornalista Ján Kuciák si era guardato allo specchio e non si era piaciuto per niente&lt;/strong&gt; e così aveva scelto di cambiare. Anche se quello del presidente è un ruolo in gran parte cerimoniale, gli slovacchi avevano scelto la persona più diversa possibile dal passato. Appassionata, aperta, coraggiosa, instancabile. Il paese veniva da mesi di veglie e proteste, di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2018/03/15/news/slovacchia-robert-fico-sinistra-europea-184350/"&gt;cori e lamenti dedicati a Ján e alla sua fidanzata Martina Kusnirová&lt;/a&gt;, uccisa la stessa notte. Dei sicari fecero irruzione in casa, spararono mentre i due erano a letto. Erano arrivati per conto di un imprenditore locale al centro delle inchieste del giornalista. Ján e Martina vennero sepolti con addosso i vestiti da sposi che avrebbero dovuto indossare per il loro matrimonio e che mai avevano mostrato l’uno all’altra. La forza della protesta era cocciuta e dolorante, cosparsa dalla &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2018/03/15/news/slovacchia-fico-pronto-a-dimettersi-dopo-omicidio-giornalista-184189/"&gt;consapevolezza che Ján Kuciák fosse stato ucciso per le sue inchieste&lt;/a&gt;. &lt;strong&gt;Zuzana Caputová era arrivata come guida e curatrice, aveva preso la piazza e l’aveva trasformata in programma politico con il suo partito Slovacchia progressista.&lt;/strong&gt; Era entrata in politica con l’eleganza e la calma di chi è sicuro delle ragioni della propria lotta. Combattiva, europeista, cattolica, liberale, originaria di un paesino vicino a Bratislava, Pezinok, &amp;nbsp;famoso per il vino e per una discarica enorme: le due cose non possono convivere. Aveva iniziato il suo attivismo contro quella discarica, che di fatto stava uccidendo il vino. Dal piccolo al grande, dal locale al nazionale: “Sono un’ottimista – ripeteva spesso nella sua campagna elettorale – credo che sia sempre possibile cambiare le cose”. Così si era presentata lei, unica donna contro quindici candidati uomini, a spiegare di cosa aveva bisogno il paese. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Nel fine settimana gli slovacchi voteranno per scegliere un nuovo &amp;nbsp;presidente e il paese non assomiglia per nulla alla Slovacchia tormentata ma energica di cinque anni fa. La rivoluzione Caputová finisce qui, trasformata in involuzione.&lt;/strong&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;La non candidata.&lt;/strong&gt; Zuzana Caputová non è tra i candidati delle prossime elezioni, il cui ballottaggio si terrà il 6 aprile. Quando aveva deciso di correre, si era presentata con alcuni spot che, nel loro piccolo, fecero la storia delle campagne elettorali in Slovacchia perché molto cinematografici. Ricordate l’imprenditore locale al centro dell’inchiesta di Ján Kuciák? Si chiama Marián Kocner, è stato arrestato e condannato: fu il Parlamento europeo a fare pressioni affinché le indagini fossero svolte in modo corretto. In uno degli spot di Caputová appariva lei in un bar, seduta di fronte a un uomo dall’aria minacciosa, molto somigliante a Marián Kocner, che in tono intimidatorio le porge la mano e le dice: “Affare fatto?”. Lei lo fissa, il bar è pieno, tutti la guardano con speranza e trepidazione. Zuzana risponde: “No”. La gente si alza e si mette al suo fianco. L’uomo, ancora più minaccioso, le chiede: “Non hai paura?”. “No, non sono sola”, risponde lei. Fu un potente messaggio agli elettori e alla criminalità organizzata. La Caputová mostrava coraggio, forza, inflessibilità. Questa volta, con le nuove elezioni, è stato tutto diverso, perché sono mesi che riceve minacce di morte e intimidazioni che coinvolgono non soltanto lei, ma anche i suoi figli. Tutto è iniziato quando la campagna elettorale per le elezioni amministrative lo scorso anno è entrata nel vivo e l’attuale premier, Robert Fico, iniziò a definirla con insistenza e diffida: “agente degli americani”. Le minacce venivano da canali telegram vicini al Cremlino, e di fronte al rischio che coinvolge tutta la sua famiglia, Caputová prese una decisione: “Dopo una seria riflessione, so che non ho le forze”. La corsa per le presidenziali, senza di lei, ha cambiato volto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Gli spot &amp;nbsp;della Caputová nel &amp;nbsp;2019 erano diventati una rivoluzione in campagna elettorale. Oggi non si è ricandidata&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Il dibattito in tv. &lt;/strong&gt;“La pace di cui parli tu si chiama capitolazione” davanti alla Russia, ha detto Ivan Korcok a Peter Pellegrini durante il dibattito televisivo tra i due rivali principali alle presidenziali slovacche. Korcok è un diplomatico di carriera, ex ministro degli Esteri, sessantenne con tutti i capelli bianchi e lo slogan elettorale “rispettabile ma risoluto” (chissà perché ha messo un “ma” in mezzo), nominato dal partito libertario Libertà e Solidarietà (l’acronimo è SaS) che fa parte dello stesso gruppo politico europeo di Giorgia Meloni, l’Ecr. Visto da qui Korcok è quindi un euroscettico, per quanto non radicale, ma visto dalla Slovacchia degli stravolgimenti è un europeista liberale, che denuncia il governo di Robert Fico e il suo alleato candidato Pellegrini perché “stanno bruciando” i ponti con l’Ue e con i paesi vicini. Korcok ce l’aveva in particolare con lo scontro che c’è stato tra la Slovacchia di Fico e la Repubblica ceca guidata dal conservatore Petr Fiala. Il premier ceco ha infatti sospeso i consigli dei ministri congiunti con la Slovacchia – che si tenevano regolarmente dal 2013 – dopo che il ministro degli Esteri slovacco, Juraj Blanár, ha incontrato Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, in Turchia, all’inizio di marzo. L’opposizione interna lo ha criticato molto, anche altri paesi europei lo hanno fatto, ma Fico ha detto che questo incontro è la dimostrazione della sua politica estera “bilanciata”, e per ribadire la sua tesi ha detto che il suo ministro della Difesa aveva incontrato anche il capo del Pentagono, come se i due meeting fossero perfettamente equiparabili. Pellegrini naturalmente conferma e rilancia la politica di Fico, e durante il dibattito con Korcok – un dettaglio: Pellegrini non voleva fare questi dibattiti, si è opposto fino all’ultimo – ha detto: “Mi dispiace che ci siano dei politici in Slovacchia che giustificano quello che la Repubblica ceca ci ha fatto”. E ancora, sull’Ucraina, Pellegrini ha ripetuto la litania papesco-pacifista: “Gli slovacchi pensano che le uccisioni in Ucraina debbano cessare e che i politici debbano contribuire a fermare la morte di persone innocenti”. Anche qui: i morti in generale, gli innocenti in generale, come se non ci fosse un paese che aggredisce e uno aggredito, che si difende.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Pellegrini e Fico. &lt;/strong&gt;Pellegrini, che ha remote origini italiane ed è un economista, è un quasi cinquantenne molto pieno di sé e molto social, che per tutta la sua carriera politica ha rivaleggiato con l’attuale premier Fico. Amici e nemici, a seconda del momento, molti slovacchi non sanno dire chi dei due sia il più opportunista. Pellegrini, che oggi è lo speaker del Parlamento di Bratislava, è sempre stato nello stesso partito assieme a Fico, lo Smer (che vuol dire “direzione” e che faceva parte del gruppo dei Socialisti europei, ma ora è sospeso), fu nominato vicepremier con delega agli Investimenti nel 2016, da Fico, e poi prese il suo posto nel 2018, quando Fico dovette dimettersi da premier in seguito all’uccisione di Kuciák e della sua fidanzata. Alle elezioni del 2020, Pellegrini prese 170 mila voti in più rispetto a Fico (comunque le persero, quelle elezioni) e decise di convocare un congresso del partito dicendo: il leader qui devo essere io, sono il più popolare. La mattina del congresso, Pellegrini non si presentò ma in compenso, assieme ad altri dello Smer, lanciò un nuovo partito, Hlas (che vuol dire “voce”, anch’esso sospeso dai Socialisti europei), che aveva l’obiettivo ovviamente di separare il proprio cammino da quello di Fico, ma anche di diventare un “asso pigliatutto”, &amp;nbsp;corteggiando sia l’elettorato conservatore sia quello di sinistra, con una politica &amp;nbsp;populista. Alle elezioni dello scorso anno vinte da Fico, c’è stato un po’ di finto corteggiamento per formare la coalizione, con Pellegrini (arrivato terzo) che si è goduto 15 minuti di notorietà da kingmaker, entrando poi nel governo con Fico e rimettendo nel cassetto gli screzi del passato. Entrambi sono un grattacapo non piccolo per la famiglia della sinistra europea, visto che sono considerati gli Orbán di sinistra. Pellegrini è oggi leggermente avanti nei sondaggi rispetto a Korcok, con il quale con tutta probabilità andrà al ballottaggio. Non sono soli, anzi, è una corsa affollata, ma per comprendere meglio Pellegrini è utile ricordare che attualmente al terzo posto, con poco più del 10 per cento dei voti, c’è l’ex giudice della Corte suprema diventato un esponente di estrema destra, Štefan Harabin: i suoi sostenitori sono filorussi e antioccidentali. Pellegrini spera che, in caso di ballottaggio, questi voti vadano a lui. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Pellegrini spera di vincere al ballottaggio con Korcok prendendo i voti del giudice putiniano Harabin&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Sensibili al Cremlino. &lt;/strong&gt;In Slovacchia la propaganda russa è instancabile e gli slovacchi sono finora tra i cittadini europei più martellati da contenuti confezionati dal Cremlino. L’ambasciata russa di Bratislava è tra le più attive sulle piattaforme social e quando l’invasione di Putin era appena iniziata, la maggioranza degli slovacchi era tra coloro che dicevano che era inutile combattere, tanto la Russia non poteva essere battuta. E’ dal 2014 che la propaganda di Mosca nel paese si è fatta più attiva e non è una data a caso, è l’anno dell’inizio della guerra in Ucraina e dell’annessione illegittima della Crimea. Da allora il lavoro di Mosca si è fatto meticoloso, facendo leva anche su politici particolarmente inclini a farsi ispirare da Orbán e anzi a chiedere la sua intercessione per delle visite in Russia. Nel 2014, nella cittadina di Ladomirová fu ricostruito un cimitero &amp;nbsp;per i soldati anche russi morti nella Prima guerra mondiale. Nel settembre del 2022, venne diffusa la notizia che era stato distrutto. La disinformazione si attivò per suscitare scalpore e per coprire la notizia della liberazione di Izyum e della scoperta delle fosse comuni. Un gruppo chiamato Brat za brata accusò il sindaco della cittadina del “gesto blasfemo”. Uno il cimitero non era russo, due non era mai stato distrutto. La finta distruzione del cimitero fece così tanto scalpore che venne chiamata “operazione cimitero”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;&amp;nbsp;Zuzana Kovacic Hanzelová è una giornalista famosa, con una trasmissione quotidiana, che ora non fa più. &lt;/strong&gt;Alla fine di febbraio ha detto che &lt;strong&gt;c’è “un limite all’odio che una persona può assorbire” e quel limite lei lo ha raggiunto,&lt;/strong&gt; proprio come la presidente Caputová. Le offese più dure e volgari le sono arrivate da esponenti del governo e dei partiti della coalizione di governo, con video e attacchi personali espliciti perché coperti dall’impunità. Un noto complottista ha pubblicato il numero di telefono di Hanzelová su un canale telegram, e le minacce e gli insulti si sono moltiplicati. “Lo speaker del Parlamento dice pubblicamente che sono una puttanella”, dice Hanzelová, &lt;strong&gt;il primo ministro Fico &lt;/strong&gt;definisce molte giornaliste “sporche prostitute” che lavorano contro la Slovacchia. &lt;strong&gt;Da quando è tornato a fare il premier, quattro media importanti del paese sono stati banditi dalle sue conferenze stampa. &amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 21 Mar 2024 03:11:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-03-21T03:11:00Z</dc:date>
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      <title>La seconda stagione di Ursula s’intitola: i nemici</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/03/14/news/la-seconda-stagione-di-ursula-s-intitola-i-nemici-6325599/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Questa è la storia di un piano sicuro e prevedibile che tutto a un tratto si è sfaldato. Potremmo dire: un calcolo sbagliato, ma è molto di più. &lt;/strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/03/11/news/la-conferma-di-ursula-von-der-leyen-non-e-cosi-scontata-lo-scetticismo-di-renzi-e-macron-6313304/"&gt;Questa è la storia della candidatura di Ursula von der Leyen&lt;/a&gt;, presidente della Commissione europea, a un secondo mandato dopo le elezioni europee previste per il 6-9 giugno: una candidatura preparata nei dettagli, con le consultazioni per sapere chi la sostiene e chi no, per convincere gli indecisi, per assicurarsi i voti che contano. Almeno sulla carta, perché poi il processo è lungo e pieno di insidie, come sa bene la stessa von der Leyen che nel 2019, in circostanze molto più fortuite, dovette affidarsi al Parlamento europeo al voto dell’allora ben più potente Movimento 5 stelle. Il secondo giro è quello dell’esperienza, delle lezioni imparate, delle strategie di prevenzione degli impicci possibili, ed è anche per questo che il piano, oggi, sembrava meglio congegnato rispetto a cinque anni fa. E invece. Non è tutto perduto, ovviamente, e von der Leyen continua a essere la più solida tra i candidati possibili a guidare la Commissione nella prossima legislatura, ma ecco, le certezze ora sono molte di meno, e soprattutto il costo politico di queste garanzie di successo è aumentato.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Questa storia inizia un mese fa, il 13 febbraio scorso, all’Eliseo, il palazzo presidenziale della Francia, dove abita Emmanuel Macron.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il patto con Macron. &lt;/strong&gt;Un diplomatico ha detto che nell’incontro all’Eliseo del 13 febbraio, von der Leyen ha ricevuto da Macron “l’incoraggiamento” che aspettava da tempo, cioè il sostegno della Francia alla sua ricandidatura. Nel 2019, fu Macron, assieme all’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, a fare il nome della ministra della Difesa von der Leyen: non era un nome condiviso né discusso, ma era il modo con cui i leader franco-tedeschi sancirono la morte dell’idea dello Spitzenkandidat, cioè del candidato del partito europeo di maggioranza che diventava in modo automatico anche presidente della Commissione – che in quel caso era Manfred Weber, oggi capogruppo del Partito popolare europeo, e cinque anni fa il “tradito”, che infatti dopo cinque anni è ancora qui a confezionare la sua vendetta. Un mese fa quindi von der Leyen è tornata dal suo selezionatore chiedendogli una riconferma, che ha ottenuto in cambio di un’adesione al progetto macroniano per l’Europa dei prossimi anni, che come tratto distintivo ha l’immancabile trazione franco-tedesca ma con una prevalenza della Francia rispetto alla Germania. Il tratto specifico è dettato dall’aggressione russa all’Ucraina e dal possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca che impone all’Europa di dotarsi per davvero di un’autonomia strategica che non sia soltanto fatta di parole, ma anche di sicurezza, difesa, armi. In un’intervista al Financial Times nei giorni successivi all’incoraggiamento di Macron, von der Leyen ha esplicitato il patto puntando il suo futuro e quello europeo sulla difesa e anzi sull’industria della difesa: “Dobbiamo spendere di più – ha detto – dobbiamo spendere meglio e dobbiamo spendere europeo”, dove il ringraziamento a Macron sta nella parola “europeo”, che nella versione dell’Eliseo risuona più come “francese”. Il 19 febbraio, all’annuncio ufficiale della candidatura come Spitzenkandidat, sembrava tutto tranquillo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Piccole crepe.&lt;/strong&gt; Tra l’incontro all’Eliseo e l’ufficializzazione della candidatura c’era stata la conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il grande incontro internazionale in cui si cuciono alleanze e strategia, quest’anno funestata dall’uccisione in una colonia penale russa di Alexei Navalny. Lì von der Leyen ha ribadito il fatto che l’industria della difesa europea sarebbe stata la priorità e ha annunciato che nella prossima Commissione ci sarà un commissario, definito “super”, dedicato alla Difesa. Mentre tutti si sono messi a fantasticare su chi potrebbe essere questo superministro della Difesa europeo, tra i francesi è calato il gelo, ed è montato il fastidio. L’attuale commissario francese Thierry Breton ha nel suo portafoglio il Digitale e anche la Difesa: la seconda parte del suo ministero la conosciamo meno perché la difesa non è di competenza dell’Ue, ma dei singoli paesi. Ma ora che la difesa europea diventa prioritaria, quel portafoglio lo è a sua volta e infatti Breton lavorava già da tempo a un progetto per lo sviluppo industriale europeo marcato dalle volontà di Parigi, che sono per loro istinto protezioniste. In parole povere: la difesa europea è molto la difesa francese, cioè la sua industria. Quindi non solo il supercommissario per la Difesa dovrebbe essere Breton, ma anche il piano per il rilancio della difesa europea dovrebbe essere quello di Breton. Solo che von der Leyen non ha fatto il nome di Breton né della Francia, non ha ringraziato nessuno e si è appropriata di buona parte di quel piano. Macron si è seccato, Breton ha giurato vendetta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le alleanze. &lt;/strong&gt;A Berlino, di fianco al leader cristianodemocratico tedesco Frederich Merz, von der Leyen ha annunciato la sua candidatura al Ppe e come Spitzenkandidat. Ha ribadito la priorità della Difesa, che va a discapito del motore di questo primo mandato, cioè il Green deal, scivolato in basso e ha detto di essere pronta a creare un’alleanza di “centro” in cui la linea rossa è: escludere “gli amici di Putin”, di cui ha fatto i nomi – “che si tratti di AfD, di Marine Le Pen, di Wilders, o di altre forze estremiste che ostacolano la democrazia in Europa”, ha detto – dimenticando l’amico Viktor Orbán, attualmente senza famiglia politica. Quindi i sovranisti di Ecr, e in particolare Giorgia Meloni, non sono più esclusi, o almeno non tutti, perché come si sa in Ecr non sono tutti tutti antiputiniani. Questa apertura ai cosiddetti sovranisti pragmatici ha un costo, cioè il disfacimento di quella che era la “coalizione Ursula” nel 2019, che comprendeva i socialisti, i verdi e i liberali. Nei sondaggi sono tutti e tre dati con molte perdite, ma se lasciare per strada i verdi era forse già nel calcolo – avendo pure abbandonato il Green deal – socialisti e liberali no. E oltre alle rivalità e ai calcoli bisogna anche considerare la politica: oltre ad aver abbandonato le politiche per la transizione ecologica – nel suo manifesto, l’energia viene prima del clima, con un ruolo centrale per il gas oltre che per l’elettricità, e le auto elettriche entro il 2035 non ci sono più – von der Leyen ha anche spostato molto più a destra le strategie per l’immigrazione: “Chiunque richieda asilo nell’Ue potrebbe essere trasferito in un paese terzo sicuro ed essere sottoposto lì alla procedura di asilo – dice il programma – In caso di esito positivo, il paese terzo sicuro garantirà protezione al richiedente in loco”. E’ un po’ il modello Ruanda inventato dai conservatori inglesi e bocciato dalle istituzioni comunitarie. In sostanza, il secondo mandato di von der Leyen, sulla carta, è un rinnegamento del primo. Eppure fino a quel momento, nonostante i fastidi, i leader europei erano a favore della riconferma, con l’incognita inevitabile dei voti da conquistare al Parlamento europeo. Poi c’è stato il congresso del Ppe a Bucarest, che era stato pensato come un’incoronazione e che invece è stato un disastro.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Il freddo di Bucarest. &lt;/strong&gt;Il 7 marzo, von der Leyen è stata formalmente nominata Spitzenkandidat del Ppe al Congresso di Bucarest, ma su 737 delegati che avevano diritto di voto, soltanto 400 hanno votato a favore di von der Leyen. Quasi la metà (il 46 per cento) ha messo la croce sul “no” alla riconferma, si è astenuto o ha deciso di non votare. E formalmente i contrari erano soltanto i Républicains francesi e l’Sds sloveno, quindi nel segreto dell’urna s’è consumata la ribellione. Non è stata del tutto casuale, però: Manfred Weber, il tradito di cinque anni fa che in questo mandato ha molto lavorato per spostare a destra il Ppe, ha insistito perché si votasse al Congresso. Altri dicevano che l’acclamazione era meglio, al limite si sarebbe risolta in un applauso poco caloroso. Ma Weber non voleva saperne: votiamo, contiamoci, ci serve. E in effetti è servito a mostrare che l’ostilità per von der Leyen comincia in casa. A completare una due giorni di ghiaccio, c’è stato anche un altro fattore: l’applauso più caloroso e sentito e gioioso è stato riservato a Donald Tusk, ex presidente del Ppe oggi &amp;nbsp;primo ministro in Polonia, che non solo è tra i più netti e battaglieri sostenitori della difesa dell’Ucraina dalla furia russa, ma è anche uno dei pochi conservatori europei che cerca di spiegare agli americani e in particolare al suo omonimo che la resa dell’Ucraina è la resa di tutto l’occidente. Non che von der Leyen non sia una sostenitrice dell’Ucraina, ma in questi giorni di piani spappolati, di proteste degli agricoltori (che sono contro i polli ucraini ma anche contro i soldi all’Ucraina), di calcoli da rifare, è diventata un po’ più cauta.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;La vendetta.&lt;/strong&gt; Il giorno successivo al gelo di Bucarest, è arrivato il post assassino di Breton sull’ex Twitter: “Malgrado le sue qualità, Ursula von der Leyen messa in minoranza dal suo stesso partito. Il Ppe non sembra credere nella sua candidata”. E ancora, la “vera questione”: “E’ possibile (ri)affidare la gestione dell’Europa al Ppe per altri 5 anni, cioè 25 anni di fila?”. Poiché Breton parla in proprio ma parla anche in nome di Macron, in quel momento si è capito che anche la riconferma dentro al Consiglio europeo di von der Leyen &amp;nbsp;è in bilico. Non è soltanto una questione personale di Breton né una questione francese. Il liberale Christian Lindner ha detto: “Come presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen è a favore della burocrazia, del paternalismo e dei divieti tecnologici. L’Europa ha bisogno di meno von der Leyen e di più libertà”. Matteo Renzi di Italia Viva ha detto: “Ursula von der Leyen a mio giudizio non deve essere confermata alla guida dell’Ue”. In sostanza: i liberali di Renew non vogliono più sostenere von der Leyen, o forse il costo del loro sostegno si è alzato. E Macron? Bella domanda. Secondo un’indiscrezione di Politico Europe, il presidente francese si sarebbe arrabbiato non tanto con von der Leyen ma con Breton, che è andato troppo oltre, per ragioni personali, nella sua vendetta. Però questa incertezza sul futuro della candidatura di von der Leyen potrebbe essergli utile, anche perché in questo momento è proprio Macron ad aver ottenuto quello che voleva: essere decisivo, il “queen maker”, senza aver scoperto le proprie carte perché il suo endorsement non è stato formalizzato. Questo dà un grande potere a Macron, che potrà chiedere a von der Leyen ancora di più.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Ora che nulla è più sicuro, si fanno avanti gli altri. &lt;/strong&gt;Dentro al Ppe, alcuni dicono che il premier croato, Andrej Plenkovic, sarebbe un grande presidente della Commissione, altri fanno il nome del premier greco, Kyriakos Mitsotakis, come soluzione d’emergenza in caso di stallo. Ma pure due donne vicine al Ppe, la presidente della Bce, la francese Christine Lagarde, e la direttrice del Fondo monetario internazionale, la bulgara Kristalina Georgieva, sono rientrate in questo totonomine inatteso. &lt;strong&gt;Alla cena del 17 giugno, il Consiglio europeo previsto quando i risultati elettorali saranno noti, tutto può accadere.&lt;/strong&gt; Per il momento, il cerino in mano è rimasto allo spagnolo&lt;strong&gt; Pedro Sánchez&lt;/strong&gt; e al tedesco &lt;strong&gt;Olaf Scholz&lt;/strong&gt;, che hanno dato il loro importante appoggio alla conservatrice Ursula von der Leyen, ma sono socialisti.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 14 Mar 2024 04:35:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>La Nato a trentadue ha gli obiettivi più chiari</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/03/07/news/la-nato-a-trentadue-ha-gli-obiettivi-piu-chiari-6299485/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Duecento anni di neutralità sono ormai alle nostre spalle, ha detto il premier svedese, Ulf Kristersson, &lt;/strong&gt;accogliendo festoso e sollevato il voto parlamentare e la firma presidenziale dell’Ungheria che sanciscono formalmente l’allargamento della Nato a 32 paesi. “E’ un passo decisivo che prenderemo molto sul serio – ha detto Kristersson – ma è anche un passo naturale”, ha aggiunto, utilizzando una parola perfetta: con una minaccia come la Russia, non possiamo che cambiare e trasformarci per rendere efficace una difesa che non è soltanto necessaria, ma è naturale: è la prevalenza della legge del più forte a non essere nella natura di questo occidente alleato militarmente. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/10/23/news/erdogan-dice-si-all-ingresso-della-svezia-nella-nato-5821610/"&gt;La Svezia è il 32esimo paese a entrare nella Nato,&lt;/a&gt; la sua integrazione era già un fatto, mancavano i riottosi ungheresi – che quest’anno festeggiano il venticinquesimo compleanno dal loro ingresso nella Nato, con i loro musi lunghi – e sono iniziate le esercitazioni a nord della Norvegia che si tengono ogni due anni e che prima si chiamavano “Cold Response”, ma da adesso sono state rinominate “Nordic Response”: ci sono oltre ai norvegesi quattromila soldati finlandesi (la Finlandia è entrata nell’aprile dello scorso anno) e quattromilacinquecento soldati svedesi. Le esercitazioni vanno avanti fino al 15 marzo, arriveranno contingenti anche da altri paesi (compresa l’Italia), &lt;strong&gt;sono partecipatissime perché l’aggressione russa in Ucraina è stata ed è la più pericolosa dalla Seconda guerra mondiale&lt;/strong&gt;. In questo 2024 elettorale in cui i fondi a Kyiv arrivano con più difficoltà – ma l’esercito e l’intelligence militare di Kyiv stanno ottenendo successi mai abbastanza raccontati sul mare e nel cielo – il compimento dell’allargamento della Nato potrebbe essere una delle rare buone notizie, ed è anche per questo che non si deve ricadere nel tranello della “provocazione”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Cinque minuti con Kuleba. &lt;/strong&gt;Siamo entrati nel terzo anno dell’attacco totale contro l’Ucraina, nell’undicesimo della guerra di rosicchiamento contro la Crimea le regioni del Donbas, e ancora si cercano giustificazioni per l’invasione voluta da Putin, e nel cercare di dividere le colpe, così da rendere il capo del Cremlino meno responsabile, ci sono frottole ripetute più di altre. Un esempio? La Russia si è sentita minacciata dall’allargamento a est della Nato. Non è vero e il ministro degli Esteri dell’Ucraina, Dmytro Kuleba, ha spiegato in meno di cinque minuti perché non c’è stata nessuna minaccia, nessuna provocazione. E’ partito dal 2014, anno in cui Kyiv era per legge un paese neutrale. Come vedete, prima che Putin iniziasse la sua guerra lo spazio della neutralità era molto più ampio. &amp;nbsp;Dopo l’annessione illegittima della Crimea e poi l’inizio del conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk, l’Ucraina non poté fare altro che smettere di pensarsi neutrale: doveva sopravvivere. La frottola che viene spesso ripetuta con puntiglio professorale riguarda la famosa promessa fatta a Mosca che la Nato non si sarebbe mai allargata a est. Bene, dice Kuleba, e chi avrebbe fatto questa promessa? Dove? Qualcuno un po’ più sofisticato di altri dirà che la promessa è stata fatta a Mikhail Gorbaciov nel 1990 durante i negoziati per la riunificazione della Germania. Bene, guardiamo i fatti e le date: siamo nell’estate del 1990, esisteva ancora il Patto di Varsavia e nessuno parlava della sua dissoluzione, non era un tema. Il Patto e poi l’Unione sovietica sono collassati l’anno dopo in modo rapido, inaspettato, quindi nell’estate del 1990 l’idea di una Nato estesa a est non esisteva, perché si dava per scontato che a est ci fosse l’altra alleanza, quella del Patto di Varsavia, appunto. Fu proprio Gorbaciov a smentire la storia della promessa. E poi, spiega il ministro, aderire alla Nato è un processo complesso, e sono i paesi a chiedere di fare parte dell’Alleanza, non è certo l’Alleanza a forzare i paesi. Il Cremlino sa benissimo come funziona l’adesione, sa benissimo che non c’è stata nessuna promessa, ma finché c’è chi gli crede perché rinunciare a una bugia che funziona così bene, toglie lo sgradito abito di carnefice e &amp;nbsp;tesse addosso un costume da vittima?&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;L’11 marzo la bandiera svedese verrà issata &amp;nbsp;al quartier generale della Nato. Gli ungheresi, tra i musi lunghi, hanno tolto il veto&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;La mappa di Medvedev. Dal 2014,&lt;/strong&gt; Vladimir Putin non fa che parlare di storia, nei suoi discorsi, scritti, nelle sue conferenze stampa sembra vivisezionarla fino a cavare fuori la sua versione, quella della vittima tradita da Kyiv, tradita dall’occidente. La storia è una passione condivisa dai suoi funzionari, amici, alleati, ma c’è chi invece propende più per la geografia, come Dmitri Medvedev, l’ex presidente passato dall’interpretare il ruolo del liberale del Cremlino a quello del falco anti occidentale vestito in abiti nordcoreani. Lunedì Medvedev è salito su un palco per dire che è ora di finirla con la storia dell’Ucraina indipendente, Kyiv è Russia. L’ex presidente ha illustrato con una mappa quale sarà il futuro dell’Ucraina. Immaginate la scena, lui, alto un metro e sessanta, sovrastato da una mappa enorme che raffigura il futuro dei confini dell’Ucraina secondo Mosca. Per Medvedev, dell’Ucraina rimarrebbe un non nulla, soltanto la parte attorno a Kyiv – da questa mappa si evince che Medvedev abbia rinunciato ad arrivare con i carri armati alla capitale – tutta la parte orientale e meridionale dell’Ucraina diventerebbero russe. E poi ci son le sorprese: assalito dalla furia antiucraina, Medvedev immagina di spartire l’Ucraina con Polonia, Romania e Ungheria, tutti paesi dell’Alleanza atlantica: secondo un’antica storiella che circolava all’inizio della guerra Putin complottava con Varsavia e Budapest per dividersi l’Ucraina. Da questa mappa si evince un altro elemento: la Nato così sarebbe ancora più estesa e a quanto pare Medvedev non si sente così tanto spaventato, l’importante è far sparire l’Ucraina.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Un missile russo a Odessa ha colpito a 200 metri da dove si trovavano Zelensky e il premier greco Mitsotakis&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;I trumpiani.&lt;/strong&gt; Steve Bannon, intervistato da Viviana Mazza sul Corriere della Sera, ha detto: se Donald Trump torna al potere e se gli alleati della Nato non danno almeno il 2 per cento del loro pil, ci sarà una “massiccia ristrutturazione”, perché in un’alleanza ognuno deve fare la sua parte. Bannon è ancora l’architetto del trumpismo, in questo suo sequel, dice che i “tecnocrati della Nato”, ma pure gli europei e il “partito di Davos” fanno bene a preoccuparsi, perché Trump non è loro amico, e anzi fosse per lui, chiedere il 2 per cento non è nemmeno sufficiente: dovete pagare gli arretrati, dice Bannon, e smetterla di “alzare la posta” in Ucraina “senza metterci i soldi”. Gli americani non metteranno più un penny, gli europei si attrezzassero da soli, ma Bannon sa che da solo non è, perché dice parole gentili su Matteo Salvini (e non su Giorgia Meloni che fa il gioco della Nato e di Bruxelles) e naturalmente sul pupillo europeo, il premier ungherese Viktor Orbán. Gli europei si stanno attrezzando anche se sappiamo che non è una cosa facile per un continente che ha sempre fatto affidamento sull’alleato americano: per la prima volta nella sua storia, gli alleati europei (in media) raggiungeranno il contributo del 2 per cento; dal 2022, &amp;nbsp;c’è stato un aumento annuale pari a 10 miliardi di dollari, e per quest’anno il contributo europeo sarà di 380 miliardi di dollari. Poi ci sono i progetti per rinnovare l’industria della difesa, dare una forma alla strategia difensiva comune e dotarsi anche, forse, di un commissario dedicato. I paesi membri &amp;nbsp;stanno capendo a ritmi diversi quanto la sicurezza europea sia una priorità imminente e la guerra in Ucraina lo dimostra ogni giorno: ieri c’è stato un attacco russo contro la città di Odessa e c’è stata un’esplosione a duecento metri dal convoglio in cui si trovavano Zelensky e &amp;nbsp;il premier greco Mitsotakis. Sappiamo che quella per la difesa comune è una strada accidentata a causa delle divergenze interne &amp;nbsp;soprattutto sul finanziamento della difesa comune, ma la collaborazione transatlantica non è arenata. I paesi Ue acquistano al momento il 68 per cento delle armi dall’America, ma questo è dovuto anche a un problema europeo, cioè la non trasparenza sugli arsenali del continente. Nel progetto per la Difesa comune presentato dal commissario Tierry Breton, c’è l’idea di un Foreign Military Sales europeo, modellato su quello americano che permetterà di rendere gli approvvigionamenti e le produzioni più efficienti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;L’11 marzo è prevista la cerimonia con cui la bandiera svedese sarà issata davanti al quartier generale della Nato a Bruxelles. &lt;/strong&gt;il 12 marzo, invece, non sarà soltanto l’Ungheria a festeggiare il venticinque anni della sua alleanza transatlantica. Difficile che Budapest festeggi, ma gli altri che hanno lo stesso compleanno sono pronti a celebrare i venticinque anni che hanno cambiato loro la vita. Sono la Polonia e la Repubblica ceca, altri due paesi del Patto di Varsavia che non appena si trovarono liberi da ogni accordo iniziarono una corsa forsennata e faticosa fatta di riforme, spese e cambiamenti nel nome di una sicurezza: tenere Mosca lontana, il più possibile. &lt;strong&gt;Come dice Kuleba: vi si siete mai chiesti come mai tutti i paesi che erano stati legati alla Russia erano così disperatamente desiderosi di entrare nella Nato?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 07 Mar 2024 04:46:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
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      <title>Il futuro europeo della Moldavia alle prese con Mosca</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Sono trent’anni che la Transnistria si agita, trent’anni che dice di non volerne sapere di essere Moldavia,&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/03/14/news/cosa-cerca-la-russia-in-moldavia-5057094/"&gt; &lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/03/14/news/cosa-cerca-la-russia-in-moldavia-5057094/"&gt;che sostiene di avere un legame privilegiato con Mosca, anzi di sentirsene parte,&lt;/a&gt; quasi di essere la sua storia in purezza, immutata, incontaminata. La Transnistria è internazionalmente riconosciuta come parte della Moldavia ed è diventata il centro delle attività di destabilizzazione del Cremlino rivolte sia contro l’Ucraina, che è confinante, sia contro la Moldavia, sia contro l’occidente. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/03/15/news/dieci-ore-in-transnistria-dove-la-guerra-di-putin-e-definita-fratricida--5056506/"&gt;La Transnistria è immobile, al suo interno l’Unione sovietica sembra non essere mai caduta,&lt;/a&gt; carri armati e busti di Lenin si alternano a bandiere a strisce rosse e verdi con impressi in un angolo la falce e il martello. La regione dice di avere le sue istituzioni, che però si riuniscono di rado, e reclama come sua capitale Tiraspol, che di questo mondo è il centro, la città più importante, un suo stadio, lo Sheriff, una sua squadra di calcio, la Sheriff Tiraspol che per tutto il mondo è un club moldavo, per Tiraspol è transnistriano.&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;A Tiraspol &amp;nbsp;ieri si è riunito per la settima volta in trent’anni il Congresso dei deputati denunciando l’urgenza di rispondere alla pressione economica esercitata dalla Moldavia per le nuove norme doganali. &lt;/strong&gt;I deputati hanno stabilito che il modo migliore di rispondere fosse chiedere “misure protettive alla Russia”, che è lì che scalpita e sfrutta la regione per minacciare l’Ucraina da una parte e la Moldavia dall’altra: una nazione aggredita e una che ha la guerra a due passi. Il presidente della Transnistria, Vadim Krasnoselski, ha accusato il governo europeista moldavo di aver scatenato una guerra economica in grado di strangolare l’economia della regione e con l’intenzione di danneggiare la popolazione di lingua russa. Vi sembra tutto già visto? Forse intravisto &amp;nbsp;nelle sedicenti repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, in Ucraina. Vladimir Putin utilizzò quelle accuse per dire che Mosca sarebbe andata ovunque nel mondo per proteggere i suoi cittadini: &lt;strong&gt;nel 2014 invase la Crimea, poi parti del Donbas, nel 2022 cercò di invadere tutta l’Ucraina. &lt;/strong&gt;Ieri, dopo le richieste di Tiraspol, il ministero degli Esteri russo ha risposto che Mosca prenderà in considerazione l’appello dei residenti della Transnistria, che ha definito “nostri compatrioti”. Ma cosa ha chiesto davvero la Transnistria? Ha cercato attenzione internazionale anche spingendo nei giorni scorsi l’idea di un referendum sull’annessione alla Russia che, &amp;nbsp;formalmente, ieri non è stato chiesto. Tiraspol ha detto di voler mantenere la pace, e nella dichiarazione finale invita non soltanto la Russia, anche Onu, Osce, Csi e Unione europea a intervenire contro la “pressione” della Moldavia. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Tiraspol ha le sue istituzioni, circa duemila soldati russi, che ora dicono di essere isolati. Ieri ha chiesto “protezione” a Mosca&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Russia rimasta. &lt;/strong&gt;Mosca non ha mai smesso di usare la Transnistria come un punteruolo, ha mantenuto un legame particolare e utilizzato le zone nostalgiche dell’Unione sovietica per fomentare divisioni e mantenere il controllo. Il punteruolo russo in Transnistria vale moltissimo per rappresentare una minaccia permanente, ma non abbastanza, finora, &amp;nbsp;per alzare l’allerta. Nella regione ci sono i soldati di Mosca &amp;nbsp;rimasti dall’inizio degli anni Novanta con la scusa di dover lavorare per il mantenimento della pace e per sorvegliare il deposito di Cobasna che ospita ventimila tonnellate di munizioni sovietiche. Gli uomini dell’ottantaduesimo e del centotredicesimo battaglione motorizzati sono circa duemila e ora dicono di essere isolati perché non c’è modo di far arrivare nuove truppe da quando Mosca ha invaso l’Ucraina. Nel frattempo, la Transnistria è il deposito dell’energia della Moldavia e ha sempre utilizzato questa sua prerogativa sulle rive del fiume Nistro, da cui prende il nome, come arma di ricatto, tanto che nel 2022 Chisinau ricevette aiuto anche dall’Ucraina sotto attacco. Dumitru Minzarari, esperto di sicurezza presso il Baltic defence college, ci ha detto che la Transnistria ha un forte potenziale per destabilizzare la Moldavia e l’uso di questo potenziale dipende dalle volontà di Mosca che può scegliere, volendo, l’alta o la bassa intensità. Inoltre, la Moldavia non è l’Ucraina, è molto debole militarmente e secondo Minzarari ha una popolazione meno determinata a difendersi contro un eventuale attacco. Le truppe in Transnistria non sono molte, ma Mosca potrebbe usare gruppi armati: c’è anche il sospetto che a Tiraspol ci sia la Wagner. &amp;nbsp;Dal 2022, la regione viene utilizzata da Mosca come una minaccia militare incombente e di fatto ha già aperto un fronte fatto di destabilizzazioni: basta contare le proteste. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le loro belle macchine. &lt;/strong&gt;Nelle manifestazioni pro russe che sono arrivate fino alla capitale moldava ci sono i cartelloni contro la presidente Maia Sandu e le immagini di alcuni politici moldavi vicini ad auto lussuose o in appartamenti eleganti e costosi: “Loro hanno milioni, noi moriamo di fame”, dicono le scritte. La contrapposizione tra la bella vita della leadership moldava – bella vita, intendiamoci: la Moldavia è tra i paesi più poveri d’Europa, il pil pro capite di un moldavo è un ottavo di quello di un francese, un terzo di quello di un romeno – e quella dei cittadini, fatta dai pro russi, stride enormemente con il leader del partito che più ha facilitato questa mobilitazione contro il governo europeista, quell’Ilan Shor che ha dato al partito il suo stesso nome, che è un oligarca, che si è rifugiato in Israele (ma che secondo l’Interpol non è più lì) e che è stato condannato per il suo coinvolgimento in un furto bancario da 1 miliardo di dollari, cioè una perdita per il sistema moldavo pari al 12 per cento del suo pil. Le proteste che vanno avanti da tempo non sono soltanto opera del partito di Shor – che è stato sciolto lo scorso &amp;nbsp;giugno – ma anche del Movimento del popolo, una formazione nata nel 2023, che serve &amp;nbsp;a togliere i riflettori sull’oligarca compromesso, a concentrare gli sforzi di destabilizzazione dopo che Shor è diventato incostituzionale, &amp;nbsp;e che dice di essere il frutto di un’associazione di persone che vogliono cambiare il regime, in Moldavia naturalmente. Alle elezioni locali dello scorso autunno, che sono state interpretate come un test delle presidenziali che si terranno quest’anno, la Russia ha speso – secondo l’intelligence moldava – un miliardo di lei, circa 55 milioni di dollari, in una campagna di disinformazione e destabilizzazione contro esponenti dei partiti europeisti. I movimenti pro russi nascono in continuazione, sono ricchi e attivissimi, Chisinau ne vieta uno e ne rinasce un altro poco dopo. Lo stesso vale per i media: sei canali televisivi di proprietà o con legami con Shor &amp;nbsp; sono stati sospesi a causa della disinformazione pro russa, così come venti siti di cosiddetta informazione legati alla Russia, ma la risposta è stata un video falso della presidente Sandu su Facebook in cui si dimette e dà il suo sostegno a un candidato pro russo. Il video è circolato moltissimo grazie a un investimento in promozione di duemila euro. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
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 &lt;p&gt;La nuova sfidante di Sandu potrebbe essere Irina Vlah, ex governatrice della Gaugazia, si dice filorussa e vicina all’Ue&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Shor e gli altri, come i funghi. &lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Ilan Shor è il più conosciuto dei leader pro russi che hanno come missione strappare la Moldavia dal suo percorso verso l’Europa. Classe 1987, nato a Tel Aviv e arrivato a Chisinau a tre anni, è sposato con una cantante russa e da sempre va orgoglioso del suo rapporto privilegiato con Mosca, che lo ha reso anche molto ricco, più di quanto già non fosse quando ha ereditato le aziende di suo padre che gestiscono duty-free e che operano nel real state (ha anche comprato una squadra di calcio, la Milsami). Dal 2019 non vive più in Moldavia, dove è stato condannato due volte, ma è il regista dietro la creazione di partiti pro russi e soprattutto al loro funzionamento grazie a un intricato metodo di cambi fittizi di proprietà e di rebranding. In questo modo, Shor, che è chiamato “il giovane dell’Fsb”, i servizi segreti russi, è riuscito a creare la rete che sostiene l’attacco permanente a Sandu e al governo, che reagisce anche con l’aiuto delle sanzioni europee e americane a Shor e ad altri oligarchi vicini al Cremlino, ma che deve fare i conti con molti altri problemi, ingigantiti dalla propaganda russa, soprattutto quello economico.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il ponte contro Kyiv. &lt;/strong&gt;Minzarari ci ha detto che la Transnistria può diventare un fattore di minaccia militare contro l’Ucraina e infatti nei piani originari del Cremlino c’era quello di congiungerla &amp;nbsp;alla regione di Odessa, ma per farlo, i soldati russi sarebbero dovuti arrivare a Odessa e non ci sono riusciti. Mosca potrebbe non aver abbandonato questo piano, ma deve prima ricostituirsi militarmente e il contingente fermo in Transnistria non è in questo di nessun aiuto. Tuttavia, secondo l’esperto, la regione moldava può essere usata come diversivo per le forze ucraine. La presidente Sandu è sempre stata dalla parte di Kyiv, è stata in Ucraina, ha dato il suo sostegno, ma il governo ha spesso cercato di mantenere un rapporto cordiale con Mosca: nel 2021 una delle prima visite di Sandu fu proprio in Russia. La Moldavia ha sempre coltivato e tenuto molto alla sua neutralità, al suo &amp;nbsp;spazio tra il Cremlino e l’occidente, ma dal 24 febbraio lo spazio della neutralità si è ristretto, nello stesso tempo, ha detto Minzarari, “il governo moldavo ha compiuto sforzi significativi per convincere le autorità russe che le sue aspirazioni di integrazione nell’Ue non rappresentavano una minaccia per gli interessi russi. E’ stato un tentativo ingenuo: gli interessi russi nei confronti della Moldavia significano proprio impedire a quest’ultima di integrarsi in occidente”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Quando Maria Sandu fu eletta presidente nel 2020, sconfiggendo il presidente uscente filorusso Igor Dodon, a determinare la sua vittoria fu il voto della diaspora moldava: &lt;/strong&gt;nelle città europee finirono addirittura le schede elettorali tanta fu l’affluenza. Approfittò anche dei voti di alcune formazioni filorusse che però votarono contro Dodon perché stanchi della sua corruzione e del suo nepotismo. Da quel momento, Sandu combatte: combatte contro le minacce russe (minacce anche alla sua stessa vita), ai soldi russi, alla rapacità russa. Ha chiesto la protezione dell’Europa e in cambio ha fatto i compiti richiesti dall’Unione europea per aprire il negoziato di adesione. In autunno ci saranno le presidenziali, quando si è ricandidata per un secondo mandato Sandu ha detto: la famiglia europea è la nostra garanzia per il futuro. Tra i suoi sfidanti potrebbe arrivare&lt;strong&gt; Irina Vlah, ex governatrice della Gagauzia,&lt;/strong&gt; un’altra regione della Moldavia che ha origini legate alla Turchia e che finora ha sempre manifestato un consistente sentimento filorusso. Vlah parla russo, ha pubblicato un libro in cui dice che la politica è il suo mestiere, ha lanciato una campagna populista sin dal nome, “la voce del popolo”, raccoglie le lamentele dei moldavi e sta cercando di miscelare la sua simpatia per Mosca con un avvicinamento all’Ue. Si fatica a trovare la coerenza tra le due posizioni. Sulla posizione di Sandu invece non ci sono dubbi e intanto ha chiesto al Parlamento di prepararsi per organizzare un referendum, vuole che i moldavi si contino, dice che non ha dubbi che la possibilità di entrare nell’Ue, il sogno europeo, è più forte di tutto, della propaganda russa, delle minacce, delle interferenze. &lt;strong&gt;Gli ucraini ci hanno detto che è anche più forte delle bombe. &amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 29 Feb 2024 03:26:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-02-29T03:26:00Z</dc:date>
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      <title>Si fa presto a dire difesa europea</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/eu-porn/2024/02/22/news/si-fa-presto-a-dire-difesa-europea-6246632/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Per favore non chiedete all’Ucraina quando finirà la guerra, chiedete a voi stessi perché Putin è ancora in grado di continuarla”, ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky,&lt;/strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/02/16/news/a-monaco-risuona-la-voce-di-chi-chiede-unita-per-sconfiggere-putin-6230190/"&gt; concludendo il suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco&lt;/a&gt;, e la risposta a questa domanda, che è nota, ha ghiacciato i tantissimi leader che lo stavano ascoltando. L’European Council on Foreign relations ha pubblicato uno studio sulla guerra contro l’Ucraina e le elezioni europee che riassume, con i dati, i toni mesti di molte conversazioni e incontri a Monaco. Viene rilevata la contraddizione al fondo dell’opinione pubblica del nostro continente: gli europei sono pessimisti sulle possibilità che l’Ucraina possa vincere la guerra, ma allo stesso tempo non sono dell’umore di un appeasement nei confronti di Vladimir Putin, ancor meno dopo che è morto Alexei Navalny in un penitenziario russo. I greci e gli italiani sono i più propensi a dire che l’Ucraina e la Russia devono raggiungere un compromesso, che significa fare concessioni a Putin, mentre il 31 per cento degli ungheresi, il dato più alto, dice che la Russia vincerà la guerra. Se gli svedesi sono i più convinti del fatto che l’Ucraina debba riprendersi tutti i suoi territori (seguiti da portoghesi e polacchi), ungheresi, greci e italiani dicono che Kyiv va convinta a negoziare con Mosca. &lt;strong&gt;Poi c’è il fattore Trump: in generale, nessuno si augura il ritorno dell’ex presidente&lt;/strong&gt;, ma allo stesso tempo – scrivono gli autori dello studio – “gli europei non si sentono particolarmente eroici” e pensano che se gli americani rivedranno il loro sostegno all’Ucraina, anche gli europei dovranno adattarsi. Questo dato cozza con la volontà dei leader europei che invece, di fronte alle minacce di Trump contro la Nato e al suo diktat antiucraino al Congresso, hanno deciso di investire sulla propria difesa, così come hanno aumentato già negli scorsi anni il loro contributo alla Nato. Le decisioni europee, per quanto rallentate, sono andate in una direzione univoca nei confronti dell’Ucraina: sono stati aperti i negoziati di adesione all’Ue, sono stati stanziati i soldi per la ricostruzione, il sostegno a lungo termine non è stato messo in discussione. &lt;strong&gt;Poi però c’è un fronte militare da difendere e non soltanto bisogna mettere l’Ucraina nelle condizioni di farlo&lt;/strong&gt;, ma l’Europa deve dotarsi di un’industria e di una strategia che permettano di combattere una guerra contro una minaccia che è globale: Vladimir Putin. Gli esperti dell’European Council on Foreign Relations suggeriscono di riorganizzare il dibattito attorno al concetto di “pace durevole”, che è quello che funziona di più anche nelle urne in vista delle elezioni di giugno. I leader europei ridisegnano l’assetto della difesa europea, ma con visioni non sempre combacianti.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il patto Macron-von der Leyen. &lt;/strong&gt;Le difficoltà che sta attraversando l’Ucraina al fronte e la prospettiva di un potenziale ritorno di Trump alla Casa Bianca hanno confermato la tesi di Emmanuel Macron: l’Ue deve essere autonoma &amp;nbsp;e indipendente sul piano della difesa. Anche i paesi dell’est, tradizionalmente attaccati all’ombrello di protezione americano, se ne sono accorti. Loro avevano avuto ragione sulla Russia di Vladimir Putin. Ma i francesi non hanno torto quando sostengono – come ha fatto il commissario Thierry Breton – che “non possiamo giocarci a testa o croce la nostra sicurezza ogni quattro anni” a seconda di come vanno le elezioni americane. Scaltra, Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione, ci ha visto un’occasione per assicurarsi una riconferma. Il 13 febbraio è andata a Parigi a incontrare Macron, poco prima di annunciare la sua ricandidatura con il Partito popolare europeo. &amp;nbsp;All’Eliseo Macron e von der Leyen hanno stretto un patto. Il presidente francese sosterrà il secondo mandato della tedesca. In cambio von der Leyen plasmerà una Commissione franco-tedesca e farà della Difesa europea la sua priorità, compresa la nomina di un commissario alla Difesa. Due giorni dopo, in un’intervista al Financial Times, von der Leyen ha spiegato che sulla sicurezza “dobbiamo spendere di più, dobbiamo spendere meglio, dobbiamo spendere europeo” perché “il mondo è diventato più duro”. Lo stesso messaggio è stato ripetuto all’infinito dalla presidente della Commissione durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
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 &lt;p&gt;“Non possiamo giocarci a testa o croce la nostra sicurezza ogni quattro anni” a seconda delle elezioni americane&lt;/p&gt; 
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&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Le differenze. &lt;/strong&gt;D’istinto von der Leyen non è una grande fan della sovranità europea immaginata da Macron. Come ogni tedesco, rimane attaccata agli Stati Uniti e alla Nato. Ai suoi occhi, la difesa europea può solo essere complementare, non indipendente dall’America. Ma ci sono le elezioni e così per il prossimo mandato – se von der Leyen sarà effettivamente confermata – la Commissione avrà un nuovo marchio di fabbrica. Addio “European Green deal”. Benvenuto “European Security Deal”. Il problema è che uno slogan non fa una politica. E sui dettagli di come costruire la Difesa europea ci sono ancora profonde divergenze tra gli stati membri. Un esempio è fornito dalle trattative in corso per la riforma della European Peace Facility, lo strumento con cui l’Ue finanzia le forniture di armi all’Ucraina. L’Alto rappresentante, Josep Borrell, ha proposto una dotazione annuale di 5 miliardi e regole più snelle per acquisti congiunti di munizioni e di armi da inviare a Kyiv. La Germania sta bloccando un accordo perché paga più di tutti gli altri per la European Peace Facility: il 25 per cento, che alcuni paesi usano per ammodernare i loro arsenali. Gli 1,2 miliardi di euro che Berlino versa all’Ue si sommano agli 8 miliardi di aiuti militari bilaterali per Kyiv. Il governo di Olaf Scholz vuole almeno scontare una parte delle forniture bilaterali. Ma, oltre alla Germania, c’è un altro ostacolo. La Francia di Macron insiste per imporre il “Buy European” alla Europea Peace Facility. I francesi la chiamano “preferenza comunitaria”: gli unici acquisti che potrebbero essere finanziati dall’Ue, dovrebbero essere di armi e munizioni prodotte da imprese europee, o al massimo da imprese che operano in Europa. Lo scorso anno lo scontro sul “Buy European” voluto dai francesi aveva ritardato di tre mesi il via libera al piano per la fornitura di un milione di munizioni all’Ucraina entro la fine di marzo di quest’anno. Alla fine è stata inserita la clausola sulla preferenza comunitaria. Ma, alla scadenza, solo metà delle munizioni (500 mila proiettili) sarà effettivamente fornita all’esercito ucraino. La Repubblica ceca ha trovato sul mercato mondiale 800 mila proiettili 155 mm e 120 mm, ma è costretta a fare una colletta di fund raising con Danimarca, Paesi Bassi e Canada perché – per le regole attuali sulla preferenza comunitaria volute dalla Francia – l’Ue non può pagare. Sulla riforma della European Peace Facility “stiamo ripetendo lo stesso errore” fatto sulle munizioni, ci ha detto un diplomatico. Non solo i negoziati su questi dettagli ritardano l’approvazione dei 5 miliardi, ma viste le limitate capacità di produzione nell’Ue rischiano di rivelarsi controproducenti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;La tirchieria. &lt;/strong&gt;La questione di come finanziare gli investimenti nella difesa riemerge regolarmente. A parole i leader sono pronti a spendere molto. Nei fatti si dimostrano dei gran taccagni. Vale per l’Ucraina. La Francia ha annunciato la fornitura di 78 cannoni Caesar, ma &amp;nbsp;ne finanzierà solo 12. Altri 6 saranno comprati direttamente da Kyiv. Per il resto la Francia chiede agli altri alleati di fare una colletta, anche se la somma è decisamente bassa (285 milioni di euro). Quando si tratta dell’Ue è ancora peggio. Nella revisione del quadro finanziario pluriennale (il bilancio 2021-27 dell'Ue), i capi di stato e di governo dei ventisette hanno accettato di aumentare gli stanziamenti per il Fondo europeo di difesa di appena 1,5 miliardi di euro per i prossimi quattro anni. Thierry Breton ha evocato necessità molto più ampie: un fondo da 100 miliardi. Ma il commissario è ben consapevole che non ci sono margini politici. La Commissione ha chiarito che quella di Breton era una stima, non una proposta. Cioè una sparata. La premier estone, Kaja Kallas, ripete che i 100 miliardi dovrebbero essere finanziati con gli Eurobond sul modello di quanto fatto con il Recovery fund post Covid. “Le obbligazioni emesse dai singoli paesi sono troppo poco. Gli Eurobond possono avere un impatto molto più grande”, ha detto Kallas. L’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, aveva fatto campagna nella stessa direzione, spiegando a ogni vertice europeo (o quasi) che la difesa è un bene pubblico europeo e l’unico modo per finanziarla in modo adeguato dopo l’aggressione della Russia è attraverso il debito comune. Macron ha dato il suo sostegno. Ma per la Germania e i paesi frugali il debito comune è una linea rossa. Il Recovery fund non può essere ripetuto una seconda volta. Nemmeno di fronte a rischi esistenziali: è quello che pensa anche von der Leyen, che durante la conferenza stampa in cui ha annunciato la sua candidatura ha di fatto escluso l’ipotesi Eurobond dicendo che si deve rimanere “dentro il bilancio europeo”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
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 &lt;p&gt;La riforma dell’European Peace Facility, l’“all in” per Kyiv e i nomi (con preferenza) per il supercommissario &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Tutto quel che abbiamo. &lt;/strong&gt;“Scusate amici, il materiale militare in Europa c’è. Non è solo una questione di produzione: Abbiamo armi, munizioni, sistemi di difesa aerea, che non usiamo ancora. Devono essere ceduti all’Ucraina”, ha detto la premier danese Mette Frederiksen, aprendo la strada a quello che è stato definito l’“all in” sull’Ucraina. “I russi fanno l’all in per distruggere l’Ucraina e chissà chi altro”, ha detto il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis: “Dobbiamo farlo anche noi, non possiamo avere mezze misure. Se l’Ucraina cade, noi saremo i prossimi. Putin non ha intenzione di fermarsi e non saremo in grado di fermarlo”. Il governo svedese, che ha incassato il sospirato assenso dell’Ungheria per il suo ingresso nella Nato, ha annunciato il pacchetto di aiuti militari più importante dato finora all’Ucraina, circa 633 milioni di euro in munizioni, imbarcazioni, armi subacquee, missili anticarro, granate e sistemi antiaerei. “Il motivo per cui continuiamo a sostenere l’Ucraina è di umanità e decenza. La Russia ha iniziato una guerra illegale, non provocata e ingiustificabile”, ha detto il ministro della Difesa, Pal Jonson: “L’Ucraina non difende solo la propria libertà, ma quella di tutta l’Europa. La Svezia resterà al fianco dell’Ucraina per tutto il tempo necessario”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Nel piano per una nuova difesa europea, è previsto anche un commissario della Difesa, che è già stato soprannominato “super” perché avrà il compito di coordinare l’industria della difesa europea,&lt;/strong&gt; mestiere complicato. Prima dell’autunno, se si incastrano tutte le ipotesi precedenti, non sapremo chi è, ma ci sono già liste di nomi che s’accorciano e si allungano a seconda dei giorni e che si intrecciano alla lista dei possibili successori di Jens Stoltenberg, segretario della Nato che deve lasciare il suo incarico. Ora, per quest’ultimo posto, dove si sono già consumate grandi delusioni (chiedere all’inglese Ben Wallace per i chiarimenti), in questo momento il favorito sembra Mark Rutte, che è ancora premier olandese perché come sempre il governo dei Paesi bassi è di lunghissima gestazione, ma che è in uscita. Sui media è dato quasi per certo, e&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/02/13/news/impariamo-a-proteggerci-da-tutto-anche-da-trump-6211677/"&gt; le sue ultime frasi su Trump sono state prese come una conferma:&lt;/a&gt; “Dovremmo smetterla di lamentarci e tormentarci per il ritorno di Trump. E’ una scelta degli americani, io non sono americano e non voto in America. Dobbiamo danzare con chi ci ritroviamo sulla pista da ballo”. Per il supercommissario invece siamo a livello di chiacchiere: il ministro degli Esteri della Polonia, Radek Sikorski, è stato dipinto dai giornali polacchi come “l’inevitabile”, chi meglio di lui per un incarico del genere? &lt;strong&gt;Il lituano Landsbergis ha un fan club molto attivo sui social, che lui coccola con grazia&lt;/strong&gt;, come dimostra uno dei suoi ultimi thread che parte da una sua foto in bianco nero: mi avete detto in molti di avermi visto triste a Monaco, è vero, vi spiego perché. Anche la premier estone Kallas è molto amata e rispettata, mentre il &amp;nbsp;ministro degli Esteri lettone Arturs Krišjanis Karinš dice a tutti quelli che incontra: sarei adattissimo come supercommissario. Noi abbiamo un debole per Kallas, che è anche l’unica a non essere del Ppe e quindi, se dovesse essere confermata von der Leyen, avrebbe più chance per ottenere un incarico nuovo e rilevante. &lt;strong&gt;Ce la immaginiamo perfetta al fianco di Zelensky, &lt;/strong&gt;che ha invitato Trump ad andare insieme sul fronte ucraino, dove ogni centimetro di terra viene difeso con la vita&lt;strong&gt;, così almeno può capire a cosa servono i soldi che non vuole più dare all’Ucraina, per ideologia e per dispetto.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 22 Feb 2024 05:05:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-02-22T05:05:00Z</dc:date>
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      <title>Quanto vuole essere alta l’onda delle destre sull’Ue</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ursula von der Leyen è arrivata a Parigi con il suo sorriso migliore, perché entro una manciata di giorni deve ufficializzare la propria candidatura alla guida del Ppe &lt;/strong&gt;e soprattutto per un secondo mandato come presidente della Commissione europea. E’ il momento della conta e quindi degli enormi sorrisi, con la consapevolezza che le rassicurazioni di oggi non garantiranno notti serene quando effettivamente l’Europa che esce dal voto del 6-9 giugno dovrà prendere forma. Von der Leyen sta facendo i suoi calcoli, e quindi anche le sue promesse, nel momento “onda nera” della campagna elettorale europea, cioè quando le destre estreme sono molto avanti nei sondaggi e si ripropone la domanda: si tiene il cordone sanitario attorno a questi partiti che hanno un’ispirazione evidentemente antieuropea o stanno diventando troppo grandi per essere ignorati e vanno coinvolti? La risposta non è decisa da un singolo, ma nella fase di corteggiamento – un corteggiamento collettivo e caotico &amp;nbsp;– ogni alternativa sembra plausibile. Ancor più se, come sta accadendo adesso, i partiti che raccolgono le destre non tradizionali, &lt;strong&gt;cioè l’Ecr dei Conservatori e riformisti e l’Id di Identità e democrazia si stanno riposizionando per non essere scartati in partenza nel gioco delle alleanze della prossima legislatura.&lt;/strong&gt; Ursula von der Leyen, se riuscirà nella sua ricandidatura, dovrà a un certo punto scegliere se dare una chance a parte di questa destra e in che termini. Naturalmente il fatto che &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/02/07/news/i-dubbi-sui-nuovi-arrivati-nel-gruppo-dei-conservatori-e-riformisti-europei-6193044/"&gt;a dare le carte dentro Ecr oggi &lt;/a&gt;siano più gli italiani di Giorgia Meloni che i polacchi del PiS appena uscito dal governo rende tutto diverso dal passato.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’onda nera. &lt;/strong&gt;Questo è il momento della campagna elettorale in cui si dice: le destre spazzano via tutto. Era accaduto anche nel 2019, ma poi alle elezioni del maggio di quell’anno l’enorme scossone non era arrivato (in Italia sì, con la grande vittoria della Lega). Il Council on Foreign Relations aveva appena pubblicato il suo sondaggione che avvia la campagna elettorale e che diceva: cresce la destra, ingovernabilità. Oggi questa stessa analisi dà numeri un pochino più agghiaccianti e anche gli analisti che di solito dicono di stare attenti alla “bolla nera”, cioè al fatto che le destre sono sempre sovrastimate, ora non lo dicono più. Forse lo fanno per non peccare di ingenuità, forse perché più grande è l’allerta più gli elettori sono portati a valutare le conseguenze del loro voto, forse perché è vero. In questi giorni, sono usciti nuovi sondaggi in Francia – la terra dello scontro perfetto tra centro e destre estreme nel conflitto tra Macron e Marine Le Pen – che fanno pensare che l’onda sarà nera: il Rassemblement national lepenista, guidato dall’astro nascente Jordan Bardella, potrebbe vincere il 33 per cento dei voti; il partito di estrema destra Reconquête – che farà accordi post elettorali con Ecr: uno dei suoi due attuali europarlamentari è entrato nel gruppo – si troverebbe al 6 per cento; la coalizione Ensemble che comprende il partito di Macron Renaissance, arriverebbe al 14 per cento dei consensi. Nel 2019, Macron e Le Pen pareggiarono, oggi la seconda potrebbe doppiare il primo. Le stesse conferme arrivano anche negli altri paesi che fanno parte di questo sondaggio commissionato dalla Portland Communication, con l’eccezione della Polonia dove c’è stato l’avvicendamento più rilevante del mondo conservatore: ha preso il potere Donald Tusk, che è stato il presidente del Partito popolare europeo nonché presidente del Consiglio europeo, ed è stato scalzato il PiS, che è sempre stato l’anima dei conservatori dell’Ecr, in particolare da quando non ci sono più stati i Tory britannici in seguito alla Brexit. Ed è proprio da questo elemento che nasce la trasformazione in corso dell’Ecr.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Come alle scorse elezioni, i sondaggi danno l’“onda nera” in grande ascesa. Ma oggi sono tutti più preoccupati&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La candidatura di von der Leyen. &lt;/strong&gt;La presidente della Commissione deve annunciare la sua candidatura entro il 21 febbraio: sui giornali tedeschi era circolata la data del 19 febbraio come l’Ursula day, ma qualcuno dice che anche la Conferenza di Monaco, la “Davos della difesa” che si tiene questa settimana, potrebbe essere una buona occasione. Il palco internazionale è quello in cui la von der Leyen spicca di più, ancor più ora che l’autonomia strategica dell’Ue sarà un tema rilevante della Conferenza, dal momento che l’America potrebbe riconsegnarsi a un Donald Trump che ha appena invitato il presidente russo Vladimir Putin a invadere pure i paesi della Nato che non pagano la loro quota all’Alleanza, lui questi inadempienti non li vuole proteggere (sempre a proposito dell’onda nera). Von der Leyen ha ottenuto i suoi maggiori successi all’estero, anche perché si è ritrovata a gestire crisi internazionali come la pandemia, l’aggressione russa in Ucraina e ora il massacro del 7 ottobre di Hamas nel sud di Israele. Proprio quest’ultima crisi è quella che ha mandato in tilt l’Unione europea e che ha messo nell’angolo la von der Leyen che, scartando tutti gli ostacoli di forma e di sostanza, si è schierata con Israele senza il consenso di nessuno. Ma c’è da dire che il suo principale rivale dentro l’Ue sulla scena internazionale, il presidente del Consiglio Charles Michel, eterno nemico da quando le levò la sedia ad Ankara e la piazzò sul divano, sta facendo una figura ben peggiore. Si è candidato come europarlamentare facendo temere una sostituzione temporanea e in corsa che è stata molto criticata, al punto che Michel ha ritirato la sua candidatura. Motivazione: sono stato troppo criticato.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Arriva Orbán. &lt;/strong&gt;Una delle ragioni delle critiche a Michel era il fatto che, secondo le regole istituzionali, a prendere il suo posto avrebbe dovuto essere il leader del paese che ha la presidenza di turno dell’Ue, cioè l’Ungheria, cioè Viktor Orbán. Con tutti i problemi in atto con il premier ungherese, ci mancava giusto che fosse lui a prendere le redini, pur se per pochi mesi, del Consiglio europeo, nel momento in cui va tenuta fede agli impegni presi in particolare con l’Ucraina. Sventato questo pericolo, Orbán vuole comunque rientrare nel gioco delle alleanze europee, dopo essere stato cacciato dal Ppe per evidenti divergenze valoriali, e ha scelto la porta dell’Ecr. Anzi, se vogliamo dirla tutta: la porta di Giorgia Meloni, che è diventata il mazziere dei Conservatori e riformisti, che è definita “ponte” un po’ su tutti i fronti e che ne ha uno che fa brillare gli occhi a molti: quello con la von der Leyen. Orbán ne è consapevole e ha detto che è pronto a entrare dentro a Ecr, e dopo qualche giorno è stato seguito dal partito francese Reconquête, l’operazione politica del saggista sovranista Eric Zemmour, che potrebbe arrivare a sei seggi dopo il voto. A guidare la lista sarà Marion Maréchal, nipote della Le Pen e solitamente molto ostile nei suoi confronti, che in un’intervista al Point ha detto: “L’Ecr potrebbe diventare la terza forza politica del Parlamento europeo con l’arrivo di Reconquête, degli eurodeputati ungheresi di Fidesz, il partito di Orbán, e degli eurodeputati dell’Alleanza per l’Unità della Romania”, mentre “il Rassemblement national &amp;nbsp;e il suo gruppo Identità e democrazia sono ancora marginalizzati all’interno del Parlamento e degli organi europei”. In sostanza, la Maréchal si fa portavoce del corteggiamento dentro le destre dicendo: conviene stare con Ecr, abbiamo più chance di contare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
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 &lt;p&gt;Il rapporto tra Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen potrà essere decisivo. Manfred Weber maneggia a suo modo il Ppe&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il divano delle destre. &lt;/strong&gt;Naturalmente questa campagna acquisti di Ecr ha un significato più profondo rispetto al numero di seggi e in particolare ce l’ha sul tema decisivo che è la difesa dell’Ucraina dall’aggressione russa. Gli ungheresi e i francesi appena accolti sono molto più amichevoli con il Cremlino della media non soltanto di Ecr, ma di buona parte dei partiti europei. E’ una questione quindi rilevante per tutta l’Europa ma ancor più per i partiti di Ecr, cosiddetti identitari: che identità potrà mantenere questo gruppo se i partiti che lo compongono sono tenuti insieme da un calcolo e non da un valore? Resta solo l’euroscetticismo come collante? La risposta non c’è, ma intanto iniziano le minacce di defezione. Charlie Weimers, il leader dei Democratici svedesi a Bruxelles, ha detto a Politico che le scelte dell’Ungheria dopo l’invasione russa dell’Ucraina hanno “seriamente danneggiato” la sua immagine a destra, e ha aggiunto: &amp;nbsp;“I commenti di Orbán ci hanno costretto a valutare le nostre opzioni, tra cui quella di assicurare che Ecr rimanga un gruppo atlantista e critico nei confronti di Vladimir Putin, così come quali altre opzioni esistono per i partiti conservatori che sono in una posizione di governo”. Anche l’Nva, il partito nazionalista fiammingo, ha minacciato di andarsene. Non si tratta soltanto dell’Ucraina: Jacek Saryusz-Wolski, uno dei principali esponenti del PiS polacco, ha suggerito che il partito di Orbán e il resto dell’Ecr potrebbero accettare di essere in disaccordo sulla politica estera mentre si concentrano su quella che considerano la minaccia imminente: combattere il &amp;nbsp;superstato dell’Ue e la coalizione progressista della leadership europea, che è un po’ come ripetere quel che dice Orbán: l’Ue è più pericolosa dell’Urss. Solo che detto da un polacco fa, come direbbe Tusk, rivoltare i conservatori à la Reagan nella tomba. Tutta questa confusione identitaria ricade su Fratelli d’Italia e Meloni, che per ora rimandano a dopo il voto ma che poi una scelta dovranno farla: non vogliono sprecare l’occasione di poter collaborare con il Ppe né subire il “trattamento Orbán” e rimanere isolati. Ma come si dice: delle due l’una. Una fonte di Ecr ha dato a Politico un’interpretazione colorita di questo dilemma: “Orbán dice che vuole fare sesso e Meloni gli risponde: usciamo a ballare”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il tedesco ambizioso. &lt;/strong&gt;La regola del “cordone sanitario” attorno alle estreme destre non esiste formalmente, ma le grandi famiglie hanno sempre presentato candidati alternativi da opporre a quelli della destra estrema per la presidenza di una commissione. L’Ecr sarà compreso dentro al cordone? Molto dipenderà dal Ppe e dal suo presidente, il tedesco Manfred Weber, che ha politicizzato le relazioni tra le famiglie pro europee del Pe con la sua avversione ai socialisti. “Dobbiamo diffidare di Manfred Weber. E’ su una china molto scivolosa”, ci ha detto l’ex ministro degli Esteri lussemburghese, il socialista Jean Asselborn. Il ritorno al potere di Tusk in Polonia dovrebbe contribuire a ricalibrare la posizione del Ppe, ma Weber ha intenzione di far prevalere il potere sui valori.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il legame tra von der Leyen e Meloni. &lt;/strong&gt;E’ da qualche mese che gli abbracci e i sorrisi tra von der Leyen e Meloni non passano più inosservati. Prima si badava al fatto che la premier italiana fosse molto meno anti europeista di quel che aveva fatto credere ai suoi stessi elettori, ora invece questa alchimia potrebbe portare a grandi novità negli equilibri europei. In alcune conversazioni bruxellesi emerge che questo legame forte è una situazione win-win per entrambe: von der Leyen otterrebbe il sostegno per un altro mandato alla Commissione, mentre Meloni porta a casa il Recovery Fund senza troppi spasmi e con grande flessibilità da parte di Bruxelles, e crea un punto di leva per l’Ecr dopo giugno. Nel 2024 si potrebbe quindi ripetere quel che è avvenuto nel 2019: la von der Leyen avrà bisogno dei voti di un partito italiano, allora erano i 5 Stelle e oggi sono Fratelli d’Italia. Molti dicono che la Meloni non ha problemi a sostenere la von der Leyen ancor più se, come sembra, l’Ecr potrebbe essere il quarto gruppo al Parlamento europeo e l’Italia potrebbe ambire a un “top job” nella Commissione. Resta però il problema polacco, perché il PiS non è affatto contento della von der Leyen e potrebbe spezzare il consenso dentro a Ecr. Un parlamentare polacco, Radosław Fogiel, ha detto di recente a Euractiv che la presidente della Commissione ha interferito spesso negli affari polacchi, parla di “tradimento” per quel che riguarda i fondi del Recovery fund e conclude: “Ora abbiamo scoperto che non c’erano obiettivi miliari che avremmo dovuto raggiungere, ma che si voleva soltanto riportare Tusk al potere”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ognuno avrà i suoi capricci cui badare mentre incrocia tutte le variabili possibili, nazionali, di gruppo, identitarie, provando a mantenere quel che nelle elezioni si perde spesso: la coerenza&lt;/strong&gt;. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/eu-porn/"&gt;Noi oggi facciamo una piccola festa per EuPorn, che è nato esattamente cinque anni fa, nel giorno di San Valentino. &lt;/a&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2021/04/08/news/ascolta-il-podcast-di-euporn-di-paola-peduzzi-e-micol-flammini-2162287/"&gt;In quella prima puntata c’erano molti temi che ritroviamo oggi:&lt;/a&gt; l’ascesa delle destre estreme, la trasformazione dell’euroscetticismo, George Soros, la minaccia russa (parlavamo di Crimea, allora), la disinformazione e i gilet gialli. Ci ha fatto particolare tenerezza quel che chiamavamo “Brexit corner”: c’era già parecchia fantasia, ma pure molta paura. Oggi che la Brexit è fallita e che Londra si riavvicina senza farsi troppo notare ai programmi europei che le sono indispensabili per conservare il suo ruolo nel mondo, &lt;strong&gt;quel divorzio è la storia perfetta da raccontare a chi si balocca aspettando l’onda nera.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 15 Feb 2024 04:54:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Paola Peduzzi e Micol Flammini</dc:creator>
      <dc:date>2024-02-15T04:54:00Z</dc:date>
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