Perché è indicibile l’alleanza con Israele? Galateo diplomatico nel Golfo

Cosa insegna la storia della visita di Netanyahu negli Emirati, dove ha incontrato il presidente Mohammad bin Zayed, sulle regole del nuovo medio oriente

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20 MAY 26
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Foto LaPresse

Tel Aviv. Trump ha dichiarato di aver sospeso “per due, tre giorni” la decisione di riprendere i bombardamenti in Iran su richiesta di “Arabia Saudita, Qatar, Emirati e alcuni altri” che vogliono dare ancora una chance alla carta negoziale. Dichiarazioni che vanno lette avendo ben presente un certo déjà vu: se torniamo indietro al clima precedente all’attacco a sorpresa congiunto israelo-americano il 28 febbraio, erano i giorni in cui emiratini e sauditi annunciavano ufficialmente che non avrebbero fornito assistenza ad alcuna azione militare degli Stati Uniti contro l’Iran, compreso il diniego del proprio spazio aereo.
Quello che è successo dopo è ormai noto: non solo gli Stati Uniti hanno utilizzato le loro basi nel Golfo, ma è anche emerso, a battaglia conclusa, che entrambi i paesi hanno partecipato attivamente a offensive contro Teheran, di cui a oggi non conosciamo ancora la piena entità, nonché che Israele ha inviato ad Abu Dhabi una batteria di Iron Dome, con tanto di unità di soldati dell’Idf operativa sul campo. Tutte queste rivelazioni mediatiche, che contraddicono le versioni ufficiali, hanno un loro ruolo nel fragile reame della diplomazia mediorientale e dei suoi codici culturali che stridono con la metodologia dell’ “outing” utilizzata spesso da Trump nella sua diplomazia transazionale. E’ un ulteriore elemento di tensione in uno scenario già estremamente complicato, che la settimana scorsa ci ha offerto un memorandum delle regole di ingaggio della diplomazia nel quartiere mediorientale: il 13 maggio, l’ufficio di Netanyahu annuncia trionfalmente che il premier ha visitato in segreto gli Emirati durante la guerra con l’Iran, incontrando il presidente Mohammad bin Zayed (MbZ), e che ne è risultata “una storica svolta nelle relazioni” tra i due paesi. Una nota ufficiale che arrivava al culmine di una settimana di notizie trapelate sui media, prima sull’Iron Dome, poi su due visite negli Emirati del capo del Mossad e una di quello dello Shin Bet, sempre in corso di guerra.
Due ore dopo la dichiarazione di Netanyahu, il ministero degli Esteri emiratino ha smentito con una nota ufficiale la visita sia del primo ministro sia di “una qualsiasi delegazione militare israeliana”, aggiungendo una reprimenda ai media che devono “astenersi dal diffondere informazioni non verificate”. Sono emersi nei giorni seguenti dettagli più concreti riportati dai media: la visita di Netanyahu – la prima mai resa pubblica negli Emirati – è avvenuta il 26 marzo, è durata sei ore e secondo l’allora capo dello staff di Netanyahu Ziv Agmon “Sheikh bin Zayed ha accolto il premier con gli onori di un re”. Insomma, la visita sembra ci sia stata, chi conta lo sa, ma non si può dire. Tra le righe della nota emiratina si può intuire che il messaggio fosse rivolto a Netanyahu: nei giorni in cui Israele si appresta a iniziare la campagna elettorale, non utilizzarci come pedina in politica interna. Il meccanismo della notizia-smentita, di quello che si dice pubblicamente e dietro le quinte, va preso in considerazione quando si ragiona su un’espressione sempre più in voga, ‘nuovo medio oriente’, che descrive un fenomeno in corso: la crescente cooperazione tra Israele e i paesi arabi, inversamente proporzionale al declino dell’influenza sciita in medio oriente.
“Gli Emirati non vogliono ammettere pubblicamente la visita di Netanyahu, perché sono già sufficientemente accusati di collaborazionismo da chi considera gli Accordi di Abramo un tradimento. Ammettere una visita del premier israeliano in piena guerra avrebbe aggiunto benzina su quel fuoco”, dice al Foglio il professore Eli Podeh dell’Università ebraica di Gerusalemme, che in un volume illuminante sull’argomento ha descritto il lungo excursus di segretezza che ha caratterizzato, sin dalla sua nascita, le relazioni di Israele con il mondo arabo circostante. Podeh utilizza il termine “concubina” per definire il consenso dello stato ebraico a essere l’alleato segreto che non si può presentare in famiglia. Con la stipula degli Accordi di Abramo nel 2020, vi è stato un upgrade parziale a “coppia di fatto”, quindi ancora estraneo a tutti i crismi dell’ufficialità del sacro vincolo del matrimonio. Israele incasserà mai la legittimità dei suoi rapporti segreti con il mondo arabo? “Credo che il problema, in questo frangente specifico, non riguardi più Israele, con cui si stanno costruendo basi solide, ma il governo Netanyahu. Credo che tutti aspettino il risultato delle prossime elezioni per capire se ci saranno differenze sostanziali rispetto a politiche che riguardano i territori palestinesi in primis”.
Secondo l’arabista Idit Bar, è necessario non dimenticare mai quanto le azioni intraprese dagli Emirati nei confronti di Israele siano coraggiose rispetto alla profondità dell’odio anti-israeliano e anti ebraico nel quartiere mediorientale. “Esiste una gerarchia dell’odio: l’Iran è un nemico, ma porta avanti la narrazione anti israeliana, e questo gli garantisce un capitale simbolico con le piazze arabe”, spiega Bar, che quotidianamente dibatte in arabo su emittenti e social arabi imbattendosi nel sentimento che vede Israele come il male per antonomasia, l’odio più popolare, quello che ha la presa inequivocabile sulle masse. “Ho appena finito un’intervista con un giornalista egiziano che vive ora in esilio. Mi ha raccontato, come tanti, di essere cresciuto imbevuto di odio verso Israele e di aver conquistato un pensiero autonomo solo dopo anni di studi”, racconta Bar. “Per questo motivo, paesi che temono l’Iran più di Israele, come gli Emirati, bersagliati da migliaia di missili iraniani, non possono permettersi di sembrare più vicini a Gerusalemme che a Teheran agli occhi della propria opinione pubblica”.
Yosef Mahfoud Levi, esperto di mediazione culturale nel mondo arabo, spiega che il termine isha’at che indica i “rumors”, le “voci che circolano”, etimologicamente si riferisce alla diffusione della voce, non alla voce stessa. “Nel contesto della reputazione, ciò che importa non è tanto il fatto di per sé, ma la sua circolazione pubblica”, spiega Mahfoud Levi. “La diplomazia israeliana, similarmente a quella occidentale, è più diretta e orientata alla comunicazione pubblica. Quella araba invece è indiretta, stratificata, e dà un peso determinante al karama, la preservazione della dignità. Non è disonestà: è un sistema diverso su cui si costruisce la fiducia”. E qui rientra anche il concetto chiave di come si interpreta il tempo nelle culture diverse. I leader del Golfo non hanno scadenze elettorali. MbZ o MbS (Mohammed bin Salman) possono permettersi di tenere in piedi una relazione con Israele per anni senza formalizzarla. Netanyahu, che ha a che fare con le elezioni, vorrebbe invece monetizzare il più possibile quelli che sono senza dubbio risultati strategici per Israele, e per lui stesso. Israele è, de facto, parte del sistema regionale: ha normalizzato i rapporti con Egitto, Giordania, Emirati, Bahrein, Marocco; ha all’attivo un dialogo diretto con il Libano; intesse relazioni di sicurezza con l’Arabia Saudita; ha dispiegato il suo Iron Dome sul suolo emiratino. Ma, fintantoché la questione palestinese non troverà una sua collocazione in questa cornice di relazioni, per diventarne parte de jure deve continuare ad accettare il prezzo della membership, per cui la verità pubblica e la verità privata sono due piani paralleli che ancora raramente si incontrano. Violare questa separazione, e a maggior ragione per ragioni di politica interna, ha un prezzo.
Nel frattempo, all’Onu gira da dieci giorni una proposta di risoluzione Bahrein-Stati Uniti, sottoscritta da 122 stati, che chiede al Consiglio di Sicurezza di imporre all’Iran la fine del blocco dello Stretto di Hormuz. Al Palazzo di Vetro tutti ne discutono, ma nessuno la deposita per ora, per timore del veto russo e cinese. Un altro snodo diplomatico su cui misurare eventuali risultati del vertice Trump-Xi.