L’Iran al lavoro contro la violenza sulle donne. “Collasso morale”. Parla Hillel Neuer

Il regime aiuterà a elaborare il piano di UN Women su come “porre fine alla violenza contro le donne”. "L’Onu oggi non sa distinguere fra oppressori e oppressi", dice il fondatore di UN Watch 

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16 MAY 26
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Foto ANSA

Radio Free Asia riferisce che sono almeno trenta i manifestanti iraniani già condannati a morte. In carcere ci sono molte donne in attesa di esecuzione. A gennaio centinaia di loro sono state assassinate. Ora il regime, tramite Ali Hajilari vicepresidente del Comitato delle Nazioni Unite per il programma e il coordinamento, regime che imprigiona e tortura le donne, aiuterà a elaborare il piano di UN Women su come “porre fine alla violenza contro le donne”. Da non credere, ma siamo all’Onu. UN Watch, l’instancabile sentinella di Hillel Neuer, chiede ai membri europei di questo comitato, tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Italia, di denunciare l’assurdità del regime iraniano che esamina i diritti delle donne. 
UN Women sotto Sima Bahous è una vergogna. Mentre tiene lezioni al mondo sul femminismo, le Nazioni Unite stanno concedendo all’Iran influenza sui diritti delle donne grazie al relativismo culturale spinto all’estremo, dove i diritti umani diventano merce di scambio in un bazar diplomatico. Il regime che fa della violenza contro le donne uno strumento di stato ora aiuterà a redigere le linee guida globali.
Quando Hillel Neuer entra nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, non è accolto calorosamente. Gli sguardi lo seguono dal momento in cui sale le scale. “Sono l’uomo più odiato all’Onu”, dice di sè. Neuer è il fondatore di UN Watch, l’organizzazione con sede a Ginevra che da più di vent’anni fa qualcosa che nessun altro alle Nazioni Unite si prende la briga di fare: dire la verità. “E’ facile per le dittature essere elette grazie al meccanismo regionale, così che paesi come Cina, Iran e Pakistan ottengono questi saggi e usano il loro potere per intimidire gli altri paesi”, dice Hillel Neuer al Foglio. “In alcune occasioni, quando c’è competizione all’interno dei gruppi regionali (per esempio se l’Asia avesse otto candidati per sette seggi), allora si deve tenere un’elezione vera e propria. Gli stati occidentali possono e devono incoraggiare i migliori paesi asiatici, come Timor Est, a presentare candidature per creare competizione e sconfiggere l’Iran. I paesi possono impedire l’elezione o la nomina solo chiedendo un voto formale e poi ottenendo la maggioranza per votare ‘No’. Questo accade raramente quando vengono presentate liste lunghe, perché diventa complicato da gestire e i diplomatici preferiscono ‘andare d’accordo per andare avanti’. L’8 aprile scorso, l’Asia ha proposto l’Iran per il Comitato per la programmazione e il coordinamento. I paesi occidentali hanno risposto: ‘Nessuna obiezione’. Penso che i paesi occidentali abbiano aderito al consenso per numerosi motivi. Ti diranno che ‘è complicato’ obiettare a queste dittature quando sono nominate. Ma i paesi occidentali sarebbero in grado di replicare e operare dietro le quinte contro queste nomine vergognose”.
Sappiamo che possono protestare: “Anche se non possono bloccare le nomine possono denunciare e fare obiezioni. L’America lo ha sempre fatto, come quando hanno eletto Cuba e Cina al comitato che coordina le ong. Nessun altro paese ha obiettato, non Canada, Olanda, Inghilterra, Francia e Germania. Sapevamo che potevano obiettare, ma non l’hanno fatto. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina e venne eletta in uno di questi comitati, l’ambasciatore canadese ha protestato. Quando vedi paesi prendere la parola per ‘dissociarsi dal consenso’, stanno in realtà cercando la botte piena e la moglie ubriaca: scelgono di non chiedere un voto e di interrompere la decisione per consenso, per non attirarsi le ire della sala; ma mettono comunque a verbale la loro protesta contro il risultato”.
Ci sono molti motivi per la resa all’Onu: “Debolezza, chiudere gli occhi e forse altre ragioni che non conosciamo. L’Onu oggi non sa distinguere fra oppressori e oppressi. E’ un collasso morale e anche all’Onu pochi vedono il problema”. Il padiglione iraniano alla Biennale di Venezia è rimasto chiuso. Qualcuno, ispirato dalla pipa di Magritte, potrebbe riaprirlo e installarci una gru con cinque manichini impiccati e le scritte “Onu” e “questa non è una forca”.