L’alleanza tra tech e destra americana riscrive la mappa delle donazioni per le Midterm

I dati su investimenti e donazioni politiche in vista delle elezioni americane di metà mandato vedono il dominio imprenditori della Silicon Valley. Il viaggio in Cina con Trump e i 115,5 milioni di dollari sborsati dal prestigioso fondo di investimenti Andreessen Horowitz

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15 MAY 26
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Chi aveva dubbi sulla tenuta del legame tra destra statunitense e settore tecnologico è stato smentito questa settimana, quando il presidente americano Donald Trump è volato in Cina per un incontro ufficiale con il leader cinese Xi Jinping. Ad accompagnarlo c’è un manipolo di ceo, tra cui Elon Musk, Tim Cook di Apple, Larry Fink di BlackRock e altri dirigenti da Meta, Visa, Boeing e pure Jensen Huang, capo di Nvidia. Del resto, anche i dati sugli investimenti e le donazioni politiche in vista delle elezioni americane di metà mandato, previste per novembre, parlano chiaro, e vedono il dominio di donatori provenienti dalla Silicon Valley, e col portafoglio a destra.

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A vincere la classifica è Andreessen Horowitz, il prestigioso fondo di investimenti della Silicon Valley noto anche con la sigla a16z, che ha speso finora 115,5 milioni di dollari, contro i 102,9 milioni di George Soros, l’imprenditore statunitense-ungherese per anni accusato di agire nell’ombra e donare alle cause progressiste, facendone uno spauracchio globale (non senza una punta di antisemitismo). In terza posizione, il citato Musk con 85 milioni di dollari.
Insomma, la destra tecnocratica può finalmente dirlo: Soros è stato sconfitto, o quanto meno superato da a16z. Vale la pena analizzarlo, questo podio, per capire come e quanto alcune delle persone più ricche del mondo stiano spendendo per influenzare la politica statunitense.
Se di Musk ormai sappiamo tutto (nonostante i bisticci post-Doge, i rapporti con Trump sono tornati sereni, a giudicare dalla gita cinese), Andreessen Horowitz è forse meno noto. Anche perché sono in realtà due persone: Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori dell’omonimo fondo di investimenti, di cui il primo è sicuramente il più rumoroso e schierato politicamente. Andreessen può essere visto come il simbolo della deriva destrorsa della Silicon Valley. Classe 1971, fu l’inventore di Mosaic, il primo browser per il web in grado di visualizzare immagini, nato nel 1993. Fondò poi Netscape, gigante del proto-internet che fu venduto ad AOL, innescando una carriera da investitore che ha portato alla nascita di a16z col socio Ben Horowitz. E da lì, una cascata di investimenti in startup all’epoca sconosciute, quali Instagram, Airbnb, Roblox, OpenAI, Robinhood e Substack, per citare solo alcune.
Negli ultimi anni, la conversione sulla via di Mar-a-Lago, graduale ma veloce, iniziata forse con l’enorme scommessa sulle criptovalute e il cosiddetto Web3, su cui nel 2022 a16z investì 4,5 miliardi (a cui ne ha aggiunti altri due quest’anno). Galeotta fu la vicinanza ai cosiddetti crypto bro, che a un certo punto cominciarono a orbitare attorno ad ambienti trumpiani, considerati alleati, portandosi dietro anche gli interessi di Horowitz e Andreessen, che da un paio d’anni sono apertamente trumpiani.
A sentire loro, però, la loro posizione ha a che fare con la difesa del settore tecnologico, anzi del futuro dell’umanità, nientemeno. E’ il classico argomento tecno-ottimista che troviamo anche nelle parole di Musk, per cui ogni tentativo di criticare o regolamentare il settore equivale a un attentato contro la supremazia americana e la concessione della vittoria alla Cina.
E’ così che arriviamo ai 115 milioni di dollari già spesi da a16z per le elezioni di metà mandato, andati tutti a candidati favorevoli al crypto e alle intelligenze artificiali. Da queste operazioni dipendono anche gli enormi investimenti nei data center, i centri di elaborazione dati per le AI, che secondo alcuni starebbero di fatto trascinando l’economia statunitense in questo momento. Non mancano donazioni schiettamente politiche, come quella da 12 milioni di dollari a Maga Inc., il comitato elettorale del presidente Trump, a cui ha donato anche Greg Brockman di OpenAI, tra gli altri.
Il piano sembra chiaro: influenzare la politica americana anche a livello locale per difendere gli investimenti su crypto e AI, specie in un momento in cui monta un’antipatia ormai bipartisan per i data center, noti per consumare quantità esorbitanti di acqua ed energia elettrica. Secondo un recente sondaggio Gallup, il 71 per cento degli americani si oppone alla costruzione di strutture simili nelle vicinanze delle loro case: una percentuale altissima, specie per un paese così diviso come gli Stati Uniti di oggi, che sembrano unirsi solo davanti allo spettro delle AI e dei data center. E questa volta non c’è nemmeno un Soros a cui dare la colpa.