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L’ala riformista del Labour sfida i fantasmi della Brexit e punta sull’Ue
L'officina intellettuale del partito, il think tank Resolution Foundation, dice al suo governo che senza un riavvicinamento concreto all’Unione europea e al Mercato unico non c’è riforma o reset economico che tenga
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15 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 11:50 AM

“See it. Say it. Sorted it” – notalo, segnalalo e sarà sistemato – è il messaggio anti-terrorismo che gli inglesi sentono ogni giorno in metropolitan, ma è quasi lo stesso titolo del rapporto pubblicato ieri dalla Resolution Foundation, il think tank di cui è stato direttore fino al 2024 Torsten Bell, oggi sottosegretario al Tesoro e ministro delle Pensioni del governo Starmer. Il rapporto non è di Bell, ma parla la sua lingua. “Notalo. Segnalalo. Sistemalo”, dice Resolution, officina del Labour riformista: chiede di ribilanciare la pressione fiscale tassando la ricchezza più del lavoro, gli anziani più dei giovani, di rifare la council tax basata ancora sulle valutazioni immobiliari del 1991. Ma soprattutto, il documento cerca di far presente al governo Starmer che senza un riavvicinamento concreto all’Unione europea e al Mercato unico non c’è riforma o reset economico che tenga.
Lo fa partendo da una domanda che si dovrebbero porre tutti oltre Manica: quanto è costato difendere la libertà di scrivere regole diverse da quelle del mercato più vicino? C’è da dire che i maggiori istituti inizialmente sottostimarono gli effetti della Brexit, sostenendo che avrebbe ridotto la produttività di qualche punto percentuale senza grandi ricadute. La pena, per chi dubitava delle stime, era quella di essere etichettato come pavido, la “project fear”. Ma gli effetti, per l’appunto, sono stati sottovalutati. Un working paper del Nber, pubblicato a novembre 2025, stima che al 2025 il pil del Regno Unito sia inferiore del 6-8 per cento rispetto allo scenario in cui Londra fosse rimasta nel Mercato unico, fattore che ha contemporaneamente provocato una caduta degli investimenti del 12-18 per cento e dell’occupazione del 3-4 per cento.
Cosa fare ora se lo chiedono in molti a Westminster. Il premier Keir Starmer mercoledì ha riconosciuto che “le promesse fatte sulla Brexit non hanno dato frutti”, ma ha ribadito di escludere il rientro nel Mercato unico. Probabilmente ha già fatto il massimo politicamente sostenibile. Ma uno dei suoi think tank di riferimento, gli dice che il massimo politicamente sostenibile non basta più, evitando comunque l’approccio politicamente radioattivo del “rejoin”. Propone invece il rientro nel Mercato unico per lo scambio di beni e per “l’allineamento dinamico”, ossia l’adattamento agli standard europei nei settori dove la deviazione ha prodotto perdite sostanziali, farmaceutica e chimica in primis. Un calcolo di Frontier Economics indica che un allineamento regolatorio con l’Ue aggiungerebbe fra l’1,7 e il 2,2 per centoal pil britannico nel lungo periodo.
I punti fermi – niente mercato unico pieno, niente unione doganale, niente libera circolazione – che Starmer ha imposto però hanno rallentato il reset e sono criticati sia in Europa che a Westminster. La cautela ha ragioni concrete: gli elettori che 10 anni fa votarono per uscire dall’Ue la settimana scorsa, alle amministrative, hanno punito il governo (che non ha nemmeno disfatto la Brexit) votando per Reform di Nigel Farage, vincitore assoluto grazie ai voti nei territori che furono il cuore Leave. Ma il rischio è quello dell’immobilismo se la paura supera il riformismo. Per riavvicinarsi bisogna accettare le regole comuni, e il premier laburista fatica a dirlo.
Starmer poi dopo l’ultimo voto è finito al centro di una forte crisi di governo, che ha aperto lo spazio a Wes Streeting, tra i più blairiani e pro-mercato del partito, che ieri si è prontamente dimesso da ministro della Sanità e ha aperto la sfida per la guida del partito. A dicembre, al Guardian, Streeting fu esplicito sul Reset: “Il motivo per cui la Brexit ci ha colpiti così duramente come paese è che il mercato unico e l’unione doganale portavano enormi vantaggi economici. Questo è un paese e un governo che vuole una relazione commerciale più stretta con l’Europa”. E’ la linea della Resolution Foundation. A cui aggiunse un paletto: nessun nuovo accordo deve riportare alla libera circolazione.
Condivisibile o no, ciò leverebbe a Farage il tema dell’immigrazione, uno dei suoi preferiti per cavalcare il sovranismo e la paura, e riavvicinerebbe anche il voto dei Verdi, che sposano il “rejoin”. Resta da vedere se sarà Starmer a portarla avanti.