Donald Trump e Xi Jinping rischiano tutto. L’incontro letto da Campbell

I due leader più potenti del mondo si incontrano giovedì. Nessuno può prevedere se questo incontro sarà “di routine o trasformativo”. I fattori chiave in gioco sono meno i criteri tecnici associati a ciascun punto dell’agenda bilaterale, e più le caratteristiche e l’esperienza dei due uomini, scrive su Foreing Affairs l'ex vicesegretario di stato

13 MAY 26
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ANSA

In un lungo essay per Foreign Affairs pubblicato l’altro ieri, Kurt M. Campbell, diplomatico ed ex vicesegretario di stato tra il 2024 e il 2025 sotto l’Amministrazione Biden, usa l’epica del combattimento singolo per descrivere l’incontro di giovedì fra il presidente americano Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping: “Nell’Iliade, Achille ed Ettore si sfidano in un duello che rappresenta un conflitto più ampio tra vasti eserciti. La Bibbia ebraica racconta la storia di Davide e Golia, il cui combattimento singolo determina il vincitore di uno scontro crescente tra forze opposte – israeliti e filistei – altrimenti pronte alla battaglia. Nell’Europa medievale, il combattimento singolo si evolse in una pratica giuridica fondata sulla convinzione che l’intervento divino avrebbe rivelato la parte legittima, mentre in Giappone il leggendario duello tra Musashi e Kojiro del 1612 divenne un punto di riferimento culturale che ha plasmato il pensiero giapponese negli affari e nella strategia per secoli”. Campbell è l’uomo dei democratici nell’Indo-Pacifico, la mente dietro la strategia del Pivot to Asia dell’èra di Barack Obama. Secondo il diplomatico, quando Trump e Xi s’incontreranno “sarà un confronto moderno con gli inconfondibili toni del combattimento singolo. I vertici sono spesso meno storicamente significativi di quanto si annunci, ma questo ha il sapore di uno scontro tra pesi massimi geopolitici”. Trump ha in gran parte messo a tacere, emarginato o ignorato gli esperti di Cina nel suo entourage, scrive Campbell, “e Xi è il primo assoluto nel comitato permanente del Partito comunista cinese. Dal momento in cui Richard Nixon incontrò Mao Zedong nel 1972, i leader dei due paesi non avevano mai avuto così tanta autorità personale nel decidere il futuro della relazione”. Ma c’è ancora più attesa rispetto al vertice, perché entrambi hanno insistito perché si tenesse “nonostante il conflitto in Iran sia politicamente imbarazzante per ciascuno di loro”. Nessuno può prevedere se questo incontro sarà “di routine o trasformativo”, ma a differenza dei precedenti vertici, forse penalizzati da troppa pianificazione preventiva e coreografia diplomatica, “questo si spinge nella direzione opposta, almeno sul fronte americano. Molto sarà deciso dai leader stessi, e i fattori chiave in gioco sono meno i meriti o i criteri tecnici associati a ciascun punto dell’agenda bilaterale, e più le caratteristiche e l’esperienza dei due uomini”. Gli osservatori, come hanno sempre fatto nei momenti di combattimento singolo nella storia, “scruteranno posture e dichiarazioni dei due contendenti in cerca di indizi sulle ferite inferte e sulle stoccate parate a porte chiuse”. Campbell descrive due leader e due figure in contrasto fra loro. Perché Trump è un improvvisatore delal transazione il cui comportamento è “più una questione di atteggiamento che di architettura”, mentre Xi è un apparatchik leninista che ha costruito un potere assoluto attraverso decenni di disciplina di partito. Eppure i due condividono un’insofferenza per il multilateralismo liberale e una fede nel potere centralizzato. Sul piano strategico, Xi parte avvantaggiato: ha un piano di lungo periodo, crede fermamente che “l’ascesa della Cina sia una certezza storica”, e sa come lusingare Trump mantenendo ferme le posizioni sui nodi sostanziali. La politica di Trump verso la Cina, al contrario, è “fluida”: ha revocato restrizioni sull’AI, evocato un condominio G-2 con Pechino, ma ha anche venduto armi a Taiwan e sgretolato i monopoli cinesi sulle terre rare.
Questa contraddizione apparente si spiega, secondo Campbell, con una versione amplificata dell’ambiguità strategica: tenere tutti nell’incertezza, alleati inclusi. Il vantaggio è che la Cina non sa cosa aspettarsi: nel 2017, quando Trump bombardò la Siria proprio durante la visita di Xi a Mar-a-Lago, “i membri della delegazione cinese rimasero imbarazzati sul loro aereo nel tentativo di interpretare il tempismo e il significato delle azioni militari americane”. Ma i rischi superano i benefici: gli alleati asiatici temono che l’ambiguità sia solo una maschera per l’accomodamento, e senza una strategia coerente americana “si ritrovano senza un perno”.
Per leggere l’esito del vertice, Campbell suggerisce di guardare ai segnali indiretti: tono, coreografia, linguaggio del corpo. Un Trump conciliante indicherebbe resa; un Xi che lasciasse intendere di non aver bisogno di tecnologia americana segnalerebbe fiducia nel disaccoppiamento. Le questioni decisive, come i semiconduttori, Taiwan, l’AI, non si risolveranno con dichiarazioni esplicite. “Nella diplomazia ad alto livello, il silenzio e l’omissione sono spesso strategie deliberate”: ciò che non viene detto sarà forse più eloquente di qualsiasi comunicato congiunto.