Per Farage ora inizia la (difficile) convivenza con gli altri partiti

Reform Uk stravince le amministrative britanniche ma è quarto per consiglieri totali. Per arrivare Downing Street la distanza resta ancora enorme, e ora deve dimostrare di saper governare

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12 MAY 26
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 Liquidare il leader di Reform Uk, Nigel Farage, come un incidente folkloristico da pub inglese è ormai, o meglio di nuovo, impossibile e un errore. Ma sarebbe altrettanto un errore incoronarlo già come prossimo premier britannico. Le elezioni amministrative del 7 maggio nel Regno Unito, dove si sono rinnovati oltre cinquemila seggi negli enti locali inglesi, mentre gli scozzesi e i gallesi votavano per i rispettivi Parlamenti, offrono uno dei più importanti test di prova politici, specie in termini temporali. Un voto a due anni dalle elezioni del 2024, dove a trionfare fu l’attuale e sempre più vacillante premier Labour Keir Starmer, e a meno di tre dalle prossime politiche del 2029.
A questa tornata Reform ha stravinto il giro elettorale, conquistando sul campo lo status di partito politico di primo piano e cessando di essere una sigla di protesta. Il partito di Farage ha infatti conquistato in Inghilterra 1.454 seggi negli enti locali (borough londinesi, county councils, distretti metropolitani) e il controllo di 14 consigli. Nel totale complessivo dei consiglieri, Reform Uk ha ora 2.368 consiglieri in Gran Bretagna, comunque dietro il Labour che ne ha 4.631 (- 1.496) e i conservatori 3.855 (- 563). La proiezione nazionale del voto amministrativo inglese, elaborata da Sky Uk, lo porterebbe teoricamente al 27 per cento, davanti ai conservatori (al 20) a cui sta sottraendo sempre più voti, mentre il Labour continua a perdere voti dei progressisti delle città verso i Verdi e i Libdem (che hanno approfittato del crollo dei conservatori nel sud) sia verso Reform.
Il risultato è una rivoluzione politica: non più il sistema bipartitico inglese fatto di grandi coalizioni, ma il multipartitismo sempre più frammentato. In Scozia Reform Uk entra in Parlamento con 17 seggi, pari al Labour, mentre lo Scottish National Party resta primo. In Galles il primo partito è stato il partito progressista Plaid Cymru, Reform Uk è arrivato secondo. Insomma, un paese che si divide in più direzioni.
Il voto, per l’appunto, non decide chi governa il Regno Unito: il maggioritario britannico può trasformare un partito con voti ben distribuiti in un partito di potere, come può anche “punire” chi accumula più voti ma in zone troppo concentrate. Ne emerge così un elemento forse più interessante: Reform Uk sta entrando e vincendo nei territori, cavalcando le paure e fratture sociali, e mettendo così a rischio le vecchie fedeltà verso i partiti tradizionali.
Per questo per Farage ora comincia la fase più rischiosa. Finora Reform Uk poteva vivere di messaggi: retorica anti immigrazione e anti establishment, tasse più basse, e così via. Ogni vincolo esterno presentato come un tradimento al popolo britannico, ogni problema amministrativo come complotto dell’élite, ogni difficoltà economica come effetto di confini troppo aperti. Ora nei consigli conquistati Reform Uk dovrà occuparsi di assistenza sociale, rifiuti, l’onnipresente council tax, i bilanci pubblici, la spesa sociale, la sicurezza. Così il test non è solo sull’equilibrio politico britannico, ma anche sulla forza del partito. Non a caso, il passaggio alla gestione sarà quello più delicato per Farage, perché dovrà ora produrre una classe dirigente; uno dei suoi punti più deboli: dei consiglieri eletti con Reform Uk nel 2025, oltre il 10 per cento ha già lasciato il partito tra espulsioni e defezioni.
Farage, il Brexit man, chiaramente non ha ancora costruito una macchina territoriale e politica paragonabile a quella dei partiti storici o tale da assicurargli una posizione che non sia quella dell’opposizione. E il suo percorso per portare per la prima volta un partito che non sia né labourista né conservatore a Downing Street non si conclude con la vittoria di un’elezione amministrativa. Ma va ricordato che accadde qualcosa di simile nel 2016: Farage, senza guidare alcun grande partito parlamentare, riuscì comunque a spostare il baricentro della politica britannica. Chissà che non riesca a trasformare i prossimi voti in altri voti che dividono il paese: è lo specialista.