Il piano americano per la Libia piace solo a Dabaiba e Haftar

Rubio e Meloni parlano del progetto di Boulos mentre a Tripoli chi prova a parlare di elezioni sparisce nel nulla. Il mistero del sequestro di Asaad Zhio e la mano di Ibrahim Dabaiba

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9 MAY 26
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Giovedì mattina, un gruppo di uomini armati ha prelevato dall’hotel al Mahari, sulla corniche di Tripoli, Asaad Zhio, un politico molto noto in Libia. Zhio è membro del Dialogo strutturato dell’Onu ideato per favorire le trattative fra l’est e l’ovest del paese. Dopo una giornata in cui i giornali battevano la notizia della sua sparizione, a tarda sera è ricomparso con un post su Facebook surreale: “Scusate se non ho risposto al telefono. Ero in riunione con il Servizio di sicurezza interna”. Più fonti libiche hanno riferito al Foglio che l’ordine di trattenere Zhio è partito da Ibrahim Dabaiba, nipote del premier di Tripoli. Il motivo è legato al piano americano per la riunificazione della Libia, lo stesso che ieri la premier Giorgia Meloni e il segretario di stato americano Marco Rubio hanno discusso al bilaterale di Roma. 
Per Ahmed Hamza, presidente della Commissione nazionale per i diritti umani, i servizi segreti che rispondono all’entourage del premier Abdulhamid Dabaiba hanno mandato un messaggio a chi, come Zhio, si oppone all’accordo tra Dabaiba e Haftar sponsorizzato dagli americani. “Zhio è uno dei più autorevoli sostenitori dello svolgimento di elezioni e contesta il compromesso fra est e ovest – spiega Hamza – E’ anche favorevole alla formazione di un nuovo governo e a porre fine al mandato di Dabaiba. Questo preoccupa il premier e i suoi alleati, che si rifiutano di lasciare il potere e indire nuove elezioni”.
L’idea che gli Stati Uniti propongono per riunificare la Libia segue invece una logica diversa, che aggira il passaggio democratico. Il concetto è semplice: spartire tra le due famiglie rivali, i Dabaiba e gli Haftar, le cariche di potere. C’è solo un problema: nessuno, a parte i diretti interessati, accetta questo piano. L’architetto della proposta è Massad Boulos, consigliere di Donald Trump per il medio oriente e l’Africa, che a settembre dello scorso anno ha mediato un incontro a Roma fra Ibrahim Dabaiba e Saddam Haftar, vicecomandante generale dell’est e figlio del generale Khalifa, entrambi considerati la nuova generazione della leadership libica. In quell’occasione, Boulos ha proposto di lasciare la guida del governo ad Abdulhamid Dabaiba e di dare la presidenza della Libia a Saddam Haftar. Un accordo che però vede un intralcio proprio in Ibrahim, che non fa mistero di volere prendere il posto di suo zio, che soffre di gravi problemi cardiaci. Oltre a osteggiare la permanenza di Dabaiba al potere, di recente Asaad Zhio ha incontrato a Malta Adel Jumaa, l’ex ministro di stato per gli Affari interni, nonché acerrimo nemico di Ibrahim Dabaiba. Nel febbraio del 2025, Jumaa fu ferito in un attentato a Tripoli ordinato proprio da Ibrahim e da allora è stato curato tra Roma e La Valletta. “Chi parla con Jumaa non è amico di Ibrahim”, dice al Foglio una fonte libica. Intrecci che nascondono il malumore per il piano degli americani.
Ormai la comunità internazionale approccia il dossier libico con due volti. Pubblicamente auspica un processo democratico sotto l’egida dell’Onu, ma dietro le quinte parla “delle fantomatiche elezioni”, come le ha definite al Foglio uno smaliziato funzionario occidentale. La recente creazione di un budget unificato e l’esercitazione militare internazionale a Sirte, la Flintlock 26, entrambi sponsorizzati dagli Stati Uniti, sono stati due segnali positivi per il piano di Boulos. Solo apparentemente, però. Nei fatti, fra Tripoli e Bengasi nessuno appoggia un compromesso calato dall’alto e imposto da Washington. Sadiq al Ghariani, il gran muftì, è il leader religioso più influente del paese e non ha mancato di criticare duramente il compromesso. E’ “destinato al fallimento”, ha detto senza mezzi termini. Altri no sono arrivati dal Consiglio presidenziale e dall’Alto consiglio di stato, oltre che dalle tribù del sud e dell’ovest, tutti con la stessa motivazione: la paura di tornare a un sistema tirannico imposto dall’esterno.
Alla base del rinnovato interesse americano a riprendere in mano la questione libica c’è il petrolio. A febbraio, Chevron si è aggiudicata una licenza di esplorazione per il bacino di Sirte, mentre ad agosto scorso Exxon Mobil ha firmato un memorandum d’intesa con la National Oil Corporation libica. Dal canto suo, anche l’Italia vuole di più dalla Libia. Il giorno prima di incontrare Rubio, Meloni ha accolto Dabaiba a Palazzo Chigi. La premier vorrebbe aumentare le forniture del gasdotto Greenstream, che è fermo al 10 per cento della sua portata. Un sogno che rischia di rimanere tale, visti l’aumento della domanda interna in Libia e l’incapacità di sviluppare infrastrutture adeguate e di tenerle in sicurezza. Su X, l’analista Ahmed Zaher ha definito un paradosso il rilancio degli investimenti esteri in Libia nonostante l’assenza di riforme strutturali: “L’economia ragiona come se la Libia dovesse diventare uno stato stabile. La politica, invece, la tratta come uno spazio da gestire con equilibri temporanei tra élite”.
Tra chi vede con scetticismo il piano americano c’è pure Hanna Tetteh, inviato speciale dell’Onu in Libia. “E’ stata molto intelligente. Pur non condividendo l’idea di Boulos si è detta pronta a sottoscrivere un’eventuale intesa basata sul compromesso fra Dabaiba e Haftar”, spiega Jalel Harchaoui, esperto del Royal United Services Institute. “Appena ha visto che la proposta americana incassava solo rifiuti, ha detto: ‘Ok, adesso torno a pensarci io e a proporre di nuovo le elezioni’”. Si spiega così la convocazione a Roma, la settimana scorsa, del 4+4, il format che riunisce i rappresentanti dell’est e dell’ovest sotto l’egida dell’Onu. Solo pochi giorni dopo è arrivato lo strano sequestro di Zhio a Tripoli.