Starmer perde e resiste, ancora

La batosta elettorale del Labour, la vittoria di Nigel Farage, il risentimento degli elettori

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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 05:45 PM
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Non c’è modo di imbellettare una tornata elettorale punitiva, ha detto il premier britannico Keir Starmer questa mattina, quando i primi conteggi delle elezioni locali iniziavano ad arrivare, impietosi per il Labour. Starmer era pronto – sono mesi che il 7 maggio è raccontato come il momento del crollo del partito che governa il Regno Unito – e giustamente ha anticipato piagnistei, livori, accuse, analisi, richieste di dimissioni: è andata male, ma io non me ne vado. I mercati hanno reagito con un sussulto, Nigel Farage, il vincitore di questo voto con il suo Reform Uk (che potrebbe continuare tranquillamente a chiamarsi Brexit Party perché vince soprattutto dove dieci anni fa vinse il divorzio dall’Unione europea), celebra “un cambiamento invero storico nella politica britannica” con il suo partito diventato competitivo “in tutto il paese”; i Tory si leccano le ferite (sono loro che rischiano di non essere più il principale partito di destra, e di opposizione, del Regno); i Green, nella versione più radicale di sempre, si esaltano per il primo sindaco della loro storia pure se l’onda verde non si è affatto vista, e i Libdem, rassegnati a essere i meno considerati, sono andati quietamente molto meglio del previsto. Gli inglesi che vanno pazzi per le statistiche e le-prime-volte segnalavano le batoste più clamorose, a partire dal Galles, che è stato un fortino laburista per ventisette anni e che come previsto si è sgretolato di fronte all’assalto congiunto di Reform Uk e del Plaid Cymru, ma di sconfitte significative è tappezzata tutta la mappa elettorale del paese, come nel “muro rosso”, la fascia elettorale più ambita che taglia a metà l’isola, irrimediabilmente sbeccato. 
In palio ci sono cinquemila consiglieri comunali in Inghilterra inclusi 32 quartieri di Londra (Westminster, sempre per parlare di simboli, strappato quattro anni fa dal Labour è tornato ai Tory), sei sindaci, tutti i 129 membri del Parlamento scozzese e i 96 del Senedd, il Parlamento gallese. La soglia del disastro è stata fissata dai sondaggisti attorno ai duemila consiglieri persi dal Labour, ma ormai non è più soltanto una questione di numeri. Per la nuova sindrome politica britannica c’è già un acronimo, “noc”, “no overall control”, che è un sinonimo di frammentazione, una malattia cui il Regno non è per nulla abituato ma che, si affrettano a dire gli esperti, non significa per forza instabilità, potrebbe voler dire pluralismo, addirittura convivenza, una modalità di fare politica che però non va di moda da nessuna parte e che necessita di una capacità di dialogo anche a livello nazionale che non c’è, e che pochi, non certo Farage, vogliono.
Per quanto grande possa essere la sconfitta, Starmer vuole continuare a guidare il governo del paese, e se la sua rivoluzione sobria promessa nel 2024 sembra ormai evaporata, di certo in quanto ad arte della sopravvivenza la sua curva di apprendimento è decisamente positiva. Ma gli serve che il suo Labour si fidi di lui e i primi segnali (ma nemmeno quelli degli ultimi mesi) non sono promettenti. Il partito è in ebollizione, insofferente nei confronti di Starmer per la gestione dell’affaire Mandelson, litigioso e, acquisendo vizi che sono tipicamente dei Tory, cannibale. Mentre uscivano i risultati deprimenti dalle urne, si diffondeva l’indiscrezione della telefonata che Ed Miliband, attuale ministro della Sicurezza energetica ed ex leader del Labour sconfitto nel 2015 dai Tory, avrebbe fatto giovedì sera a Starmer: ora decidiamo insieme i tempi della tua fuoriuscita. Forse è anche per questo che Starmer oggi ha parlato presto, prima che il peso della sconfitta diventasse misurabile: per consegnare il messaggio ai rivoltosi dentro al suo governo e al suo partito, un messaggio chiaro – non me ne vado – che loro dovrebbero avere la grazia, e il pragmatismo, di ricevere e digerire. A giudicare le dichiarazioni meste e infastidite dei molti esponenti laburisti che si sono presentati nelle interminabili dirette delle tv britanniche, non c’è una grande voglia di ingurgitare il rospo della sconfitta, pure se ragionevolmente oggi un golpe interno non farebbe che peggiorare una leadership già danneggiata. Molti laburisti dicono che il problema non è il loro partito, il problema è Starmer, ma i flussi elettorali e le dichiarazioni degli elettori registrate negli scorsi mesi mostrano che il risentimento per le occasioni mancate – e il voto a valanga per il Labour nel 2024 era stato dato per avercela, un’occasione, dopo quattordici anni di Tory – si è riacceso ed è così dominante che non si è fatto caso a nulla, non al costo della Brexit, non ai soldi che Farage ha preso per la campagna elettorale senza dichiararli (5 milioni di sterline, non pochi), non alla tempesta trumpiana che si abbatte sui commerci. La protesta è ricominciata, e l’errore è stato non curarne i sintomi, pure se i britannici li conoscono e riconoscono da almeno dieci anni, e di questo Starmer è responsabile – ma non si può dire che sia il solo.