In compagnia del capo del Cremlino, Vladimir Putin, a osservare i soldati in sfilata per il Giorno della vittoria del 9 maggio, ci saranno: il dittatore bielorusso, Aljaksandr Lukashenka; il presidente del Laos, Thongloun Sisoulith; il sovrano supremo della Malaysia, Sultan Ibrahim; i leader dell’Ossezia del sud e dell’Abcasia, territori della Georgia autoproclamati repubbliche indipendenti, Alan Gagloev e Badra Gunba; l’ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik; il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic; e il primo ministro della Slovacchia, Robert Fico. L’ospite più simbolico è proprio Fico, in quanto leader di un paese membro dell’Unione europea e della Nato. )
Secondo alcuni media slovacchi, il premier non si siederà neppure sugli spalti della Piazza Rossa a osservare il passaggio delle armi russe, ma andrà soltanto a deporre i fiori sulla tomba del milite ignoto e parteciperà a un incontro privato con Vladimir Putin. Per il momento soltanto questi otto leader hanno confermato la loro presenza nel Giorno della vittoria. La festa si è ristretta rispetto allo scorso anno e il livello dei partecipanti non sembra poter frenare le intenzioni degli ucraini, nel caso in cui stessero organizzando un’incursione contro la parata del 9 maggio. Lo scorso anno, la presenza del leader cinese, Xi Jinping, rendeva l’attacco dei droni ucraini meno probabile e per quanto già capaci di mandare le loro armi fino a Mosca, il raggio d’azioni di Kyiv era ancora ridotto rispetto a quest’anno. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha mandato un messaggio agli ospiti della Piazza Rossa definendo il loro viaggio “un desiderio strano in un momento come questo. Non lo consigliamo”.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha detto che sono state inviate lettere alle missioni diplomatiche in Ucraina, come avvertimento, suggerendo di evacuare il personale da Kyiv, perché se gli ucraini lanceranno un attacco contro la Russia il 9 maggio, Mosca è pronta a rispondere colpendo la capitale.
Il messaggio non è di minaccia, ma va letto come una richiesta di aiuto. I russi temono così tanto che l’intervento di Kyiv metta in pericolo la parata e il capo del Cremlino da mandare un finto avvertimento, che vuole essere uno sprone affinché i governi stranieri facciano pressione sull’Ucraina. Sarà Kyiv a decidere in maniera autonoma se colpire o meno, le missioni straniere non avevano mai ricevuto delle lettere russe come avviso di un attacco imminente e in passato è capitato che siano state colpite o danneggiate le ambasciate di alcuni paesi. Il tentativo di Mosca è chiaro: non riuscendo a frenare gli ucraini, spera che siano gli alleati a fermarli.
Ieri Rustem Umerov, il principale negoziatore dell’Ucraina, è partito per gli Stati Uniti. Gli ucraini tentano di riaprire i colloqui con Mosca e Umerov ha il mandato di ricominciare dalle basi: scambio di prigionieri; rilancio dello sforzo diplomatico; accordi con gli Stati Uniti. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva accettato il cessate il fuoco indetto da Putin per il 9 maggio, a patto che venisse anticipato al 6 maggio. La Russia ha risposto bombardando l’Ucraina proprio dopo la mezzanotte del giorno proposto da Zelensky e colpendo anche un asilo nella regione di Sumy.
La precisione con cui l’Ucraina riesce a colpire nel territorio russo, mettendo in crisi il settore dell’energia e mostrando ai russi che la guerra è in casa, ha messo in allarme il Cremlino, che ora non può annullare la parata del 9 maggio, uno dei pochi eventi in cui Putin si presenta in pubblico e che è stato proprio lui a trasformare in una tradizione annuale, necessaria come collante per la società russa e per creare le basi ideologiche per l’invasione dell’Ucraina. Putin ha giocato sui parallelismi fra la Seconda guerra mondiale e l’aggressione al paese vicino, ha anche creato lo stesso nemico, definendo il conflitto “operazione militare speciale di denazificazione”, ma ora la sua guerra contro Kyiv dura da più tempo dei combattimenti sovietici contro la Germania nazista, l’economia è in difficoltà, gli obiettivi promessi non sono stati raggiunti e il conflitto ormai per i russi è in casa: hanno subìto l’invasione della regione del Kursk nel 2024, quotidianamente i droni e i missili di Kyiv raggiungono la Russia. A Tuapse, città russa sul Mar Nero, gli attacchi ucraini hanno preso di mira le raffinerie, provocato incendi e sversamenti di petrolio. Nella zona si trovano anche diverse zone di vacanza in cui i russi vanno abitualmente e tutta l’area adesso è compromessa. La promessa di Putin che la guerra contro l’Ucraina non fosse un vero conflitto, ma soltanto un’“operazione militare speciale” che i russi avrebbero visto in lontananza è stata disattesa.