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Sarà Rubio la vittima della folle sbandata di Trump. Ma Prevost dica qualcosa di agostiniano
Il presidente americano attacca il pontefice prima dell'arrivo del suo povero segretario di stato in Vaticano. E però da un realista agostiniano come Leone XIV ci si aspettano parole di pace, certo, ma anche di superamento della retorica della bandiera bianca
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6 MAY 26

Trump attacca il Papa, lasciando il povero Marco Rubio, prossimo visitatore vaticano, nella più infima miseria diplomatica, perché si considera un Faraone. Secondo Edward Luce, che non perde di vista il Potus sul Financial Times nemmeno un istante, la sua furia del rebranding, cioè rinominare con il proprio riverito cognome archi di trionfo e varie altre frivolezze di culto, dipende non solo dall’egotismo naturale nell’uomo ma dal suo intento di cominciare a pensare a una successione dinastica (Donald Jr. sarebbe della partita, Rubio e Vance no). Ora è chiaro che l’autocrazia papale è teologica, storica ed elettiva, il particolare che sia eletta da un Sacro Collegio più ristretto ma non meno importante del suo e non sia un dinastia successoria per Trump conta poco. Conta l’autorevolezza morale e carismatica di un confronto alla pari con un capo spirituale di quella forza ed estensione universale. Conta torcere il braccio, se possibile, alla gerarchia cattolica Usa, e rivaleggiare per il consenso davanti all’elettorato cattolico. Conta la stizza antropologica di un newyorkese protestante del Queens verso un pontefice nato a Chicago.
Trump però è furbissimo, e non si limita all’evidente errore di imbastire un frontale con un’autorità così diversa dalla sua, che va forte al botteghino da parecchio prima che lui esordisse al famoso “The Apprentice” (“you’re fired!”). Infatti la settimana prossima va in visita a Xi, un presidente a vita, come il Papa, di un paese antico anche più della chiesa cattolica, e cercherà di onorare la circostanza come si deve, nonostante gli impicci anche cinesi che gli procura la battaglia navale in corso nella Stretto di Hormuz. Trump ha capito che qualcosa non va a Mosca, dove il suo alter ego Putin vive giorni un po’ spettrali, e a quanto pare si tiene discosto dalla scena pubblica e dalla pompa cerimoniale del 9 maggio per via del timore dei droni ucraini e di qualche possibile sorpresa domestica dopo oltre quattro anni di guerra senza vittoria, un’operazione speciale che non si avvantaggia nemmeno della gabbana voltata alla Casa Bianca e deve subire lo scaltro eroismo dell’esercito più forte d’Europa a difesa dei confini della Patria ucraina. Infatti ha dichiarato che Zelensky è un uomo “astuto” e che i suoi rapporti con lui sono eccellenti, salvo quel momento nello studio ovale in cui il tipo gli era sembrato un po’ troppo aggressivo.
Quanto a Papa Prevost e al cardinale Parolin, che da buon diplomatico in chief difende il suo capo dicendo che “può non piacere, ma il Papa parla di pace e continuerà a farlo”, va segnalata l’uscita per Marsilio di un libro promettente, scritto da un insigne esperto di cose militari, Gastone Breccia, docente di Storia bizantina a Pavia. E’ una storia del mondo in 30 trattati di pace. Dimostra che lo stato costitutivo della società umana è la belligeranza “intraspecifica”, interrotta da tentativi realistici (più o meno) di sottrarre la pace alla sua condizione di miraggio. La guerra è l’arido e mortifero deserto che i romani secondo Tacito chiamavano pace. Ma la “pace per l’eternità”, contenuta nel primo patto conosciuto tra il Faraone e gli Ittiti, iscritto nell’aula del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, può anche essere una retorica ambigua nelle mani di scaltri belligeranti che difendono le autocrazie contro le democrazie. Da un realista agostiniano, nella nuova crisi della civitas terrena, ci si aspettano parole di pace, certo, e di superamento della retorica della bandiera bianca.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.