Può un repubblicano ribellarsi a Trump e sopravvivere? Thomas Massie ha deciso di scoprirlo

Il deputato del Kentucky ha lavorato con i democratici per pubblicare i file di Epstein e si oppone alle guerre del presidente. Il test a maggio per i conservatori

di
6 MAY 26
Immagine di Può un repubblicano ribellarsi a Trump e sopravvivere? Thomas Massie ha deciso di scoprirlo

Foto LaPresse

Uno degli stati decisivi per il destino di Donald Trump come politico di norma non viene citato come “swing state”. Perché non è mai in bilico, anzi, lo ha votato entusiasticamente come presidente per tre volte consecutive. Però le persone che segnano il suo destino vengono da qui, dal Kentucky: nel suo primo mandato l’allora leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, in carica sin dal 1985, lo avrebbe introdotto nei meccanismi del Congresso per portare avanti con successo la sua agenda, raggiungere ragguardevoli risultati economici e nominare tre giudici della Corte Suprema, mentre nel suo secondo è il deputato Thomas Massie a segnare il suo percorso in negativo, con la vicenda del disvelamento dei file del caso Epstein e con la sua strenua opposizione alla guerra contro l’Iran. Bisogna quindi partire dal territorio per capire. Cominciamo proprio da lui: il kentuckiano che, a oggi, si sta dimostrando il più influente di questo secondo mandato di Trump.
Thomas Massie viene dalla contea di Lewis, dove ha vissuto tutta la vita e ancora oggi risiede, in una casa autonoma dal punto di vista energetico, non collegata alla rete, grazie alle sue abilità tecnologiche. C’è chi come Dennis K. Brown, editore del Lewis County Herald, lo ha seguito per tutta la vita: “Le prime volte era uno studente di scuola superiore che partecipava alle manifestazioni per i suoi lavori scientifici, per i quali era molto dotato”, dice al Foglio. Poi, per un periodo, il giovane ragazzo nerd con gli occhiali si trasferisce per studiare al Massachusetts Institute of Technology per poi creare un business milionario di brevetti tech. Torna a casa nel 2010, per candidarsi come giudice esecutivo della sua contea. A differenza di McConnell, Massie non vuole il pragmatismo, ma la fedeltà ad alti ideali: responsabilità fiscale, efficienza burocratica e sviluppo infrastrutturale. Una ricetta semplice che gli conquista il favore degli elettori della contea: “Il fatto che fosse diventato famoso per i suoi risultati come imprenditore lo aveva trasformato in una piccola celebrità”, dice Brown. E quindi fu relativamente facile farsi eleggere. Anche lui decide di andare a Washington, senza dimenticare le sue radici e i problemi di un territorio dimenticato. La sua storia personale lo rende certo che il governo non è la soluzione a niente, ma solo un problema. Naturale la sua adesione al Tea Party e alla corrente libertaria dei repubblicani nel 2012, l’anno nel quale il suo modello politico Ron Paul, deputato del Texas, ha rischiato di vincere la nomination presidenziale.
Massie non è un bastian contrario sin da subito. Come ama ricordare, anche nel 2026 vota con il suo gruppo il 91 per cento delle volte, come confermato dai dati sul Congresso raccolti da Cook Report. Ma è in quel 9 per cento che si è nascosto il suo dissenso a volte letale per l’Amministrazione: sul “big beautiful bill”, il budget 2025 pieno di tagli alla spesa pubblica, per Massie “non sufficienti”. Vota contro tutte le guerre all’estero: in linea con il presidente Trump sull’Ucraina, ma non su Israele. Né tanto meno oggi sull’Iran, dove si conferma un fustigatore. Ma è al rilascio dei file legati al processo Epstein che Massie deve la sua fama: fa squadra con un democratico progressista, Ro Khanna, e pian piano costruisce un consenso per battere il presidente, cominciando dalle sue ex alleate Marjorie Taylor Greene, Lauren Boebert e Nancy Mace. Con loro raggiunge quota 218, la cifra necessaria a votare per la pubblicazione dei file, sul quale però continua a essere scontento. Dopo un tentativo fallito su una risoluzione per fermare la guerra contro l’Iran, Massie è ripartito alla carica con un altro disegno di legge contro la sorveglianza di massa.
Trump però non ha perdonato il deputato che spesso ha portato sulle sue spalle il dissenso solitario. Lo ha definito “poco di buono”, “debole” e persino “delinquente”. Per questo alle primarie gli ha contrapposto un ex militare, Ed Gallrein, proveniente da una famiglia di possidenti agrari che però è meno radicato di Massie. Il quale, astutamente, lo critica da destra: troppo woke e troppo poco “America First”. Ecco che quindi appaiono le foto di Massie con Trump, vecchie di qualche anno, per conquistare il consenso di qualche elettore distratto. Di suo può contare solo sui piccoli donatori e sulle sue radici kentuckiane. Dall’altro il suo avversario Gallrein può contare sul sostegno totale dell’Aipac, la lobby politica che sostiene lo stretto legame statunitense con lo stato ebraico, ma anche del gruppo “Christians United for Israel” che ha comprato tutti gli spazi pubblicitari disponibili nel distretto e della Republican Jewish Coalition che ha investito 3 milioni e 500 mila dollari. Una guerra totale contro un esponente politico con una forte base territoriale che non gli fa temere l’attacco diretto del presidente in vista delle primarie del 19 maggio, quelle dove si determinerà quanto si sia allentata la morsa del trumpismo sul Partito repubblicano.
Massie può contare soltanto sui piccoli donatori che contribuiscono alla sua campagna da ogni angolo del paese in virtù del suo ruolo nel caso Epstein. Non può però contare, apparentemente, sul sostegno di Elon Musk, annunciato su X circa un anno fa e che oggi manca clamorosamente all’appello, nonostante Philip Low, ex amico del patron di Tesla, per oltre un anno l’abbia dipinto come suo sostenitore occulto.
Non si può però non parlare del Kentucky senza citare Mitch McConnell. Cresciuto politicamente all’ombra di John Sherman Cooper, un riformatore repubblicano di centro, McConnell avrebbe ben presto seguito le sue orme come politico locale, negli anni 70, come giudice-sindaco della contea di Jefferson, dove si trova Lexington, una delle più grandi città dello stato. Al Senato, invece, nel corso degli anni, avrebbe seguito il flusso degli eventi, scalando la leadership repubblicana. Reaganiano, bushiano e persino trumpiano nella sua versione del 2017, avrebbe contribuito in modo determinante a mettere in contatto due mondi sconosciuti come l’entourage politico di un presidente che era un assoluto dilettante e la galassia giuridica conservatrice che gravitava intorno alla Federalist Society. Grazie a questa formidabile operazione politica l’anziano senatore rese le nomine dei giudici federali velocissime “come fossero su un nastro trasportatore”. E su questo percorso agevolato sarebbero passati tre giudici della Corte Suprema che nel 2024 avrebbero conferito un’ampia immunità alla figura del presidente nell’esercizio delle sue funzioni. Fino al momento supremo della bufala delle elezioni del 2020, McConnell è stato legato al destino del presidente. Dopo si è rifiutato di seguirlo in quella che, correttamente, aveva definito “un gorgo mortale per la democrazia”. Senza però prendere la decisione definitiva: quella di votare a favore del secondo impeachment subito dopo l’assalto di Capitol Hill nel gennaio del 2021. Da allora il suo potere si è sempre più affievolito, cedendo il comando del gruppo repubblicano e perdendo sempre più influenza, anche per ragioni di salute – è in carrozzina e ha difficoltà di parola – simbolo della gerontocrazia congressuale, tanto che il suo successore al Senato può essere un trumpiano come il deputato Andy Barr e non la prima scelta di McConnell, il suo delfino, l’ex procuratore generale Daniel Cameron. La sua epoca è al tramonto. E può iniziare quella di Massie.