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In Russia la disoccupazione scende, ma è l’effetto della guerra
Putin celebra la piena occupazione. Ma uno studio mostra che il calo è correlato alle perdite militari: dove muoiono più soldati, il mercato del lavoro si svuota. Al manifatturiero mancano due milioni di lavoratori, le nascite sono ai minimi da due secoli e i salari salgono senza produttività
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6 MAY 26

Il 15 aprile il presidente russo Vladimir Putin ha riunito i suoi ministri per discutere di economia. Il pil è calato dell’1,8 per cento nei primi due mesi del 2026, la manifattura e l’edilizia arretrano. Notizie significative, ma non ancora fatali per l’economia russa. Poi Putin ha sottolineato un dato: la disoccupazione è scesa al 2,1 per cento secondo Rosstat (il lontano, molto lontano cugino russo dell’Istat). Un successo, a sentire il presidente russo, e il segno più lampante del buono stato dell’economia durante la guerra. Ma in realtà, a guardare bene le cause, non si tratta di una notizia così positiva.
Il quotidiano indipendente russo “The Bell” ha pubblicato uno studio nel quale gli economisti Alexander Kolyandr e Alexandra Prokopenko incrociano i dati sulla disoccupazione con le perdite militari, regione per regione, scoprendo una correlazione pari a 0,8 (1 è “perfetta”) tra il numero di soldati uccisi provenienti da una regione e il calo della disoccupazione nella stessa. Dove il costo umano della guerra è più alto, la disoccupazione tende a scendere di più. Più uomini vanno al fronte, e ci restano (vivi o morti), meno ne restano sul mercato del lavoro. C’è anche una dimensione politico-economica precisa: l’eliminazione della disoccupazione strutturale nelle regioni più depresse (Tuva, Buriazia, Zabajkal, e così via), che sono anche le stesse a mandare più uomini al fronte (fino a tre volte quelli di Mosca o San Pietroburgo), rimuove anche una delle fonti di instabilità sociale e il rischio di disordini, proprio dove sarebbe più alto: l’esercito offre salari superiori alla media dove non esistono nemmeno alternative lavorative.
Ma disoccupazione bassa non significa occupazione alta. Già nel 2025, secondo Foreign Policy, il manifatturiero russo aveva un deficit di quasi 2 milioni di lavoratori, con una carenza complessiva proiettata a oltre 10 milioni entro il 2030 (soprattutto per sostituire chi andrà in pensione). La governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina ha ammesso ad aprile che “per la prima volta nella storia moderna, la nostra economia si trova di fronte a carenze sulla manodopera”. Le perdite sono concentrate su maschi giovani e per l’emigrazione qualificata, anch’essa effetto della guerra in Ucraina. Questo produce una “piena occupazione”, che però cela uno svuotamento demografico. Infatti, la Russia entrava nella guerra già con una fecondità bassa e una popolazione anziana. Nel 2024 sono nati circa 1,22 milioni di bambini, poco sopra il minimo del 1999, mentre a inizio 2025 Rosstat (prima di smettere di pubblicare con regolarità i dati su nascite e morti, quando il quadro diventava più scomodo) ha registrato 90.500 nascite, il dato mensile più basso da due secoli. La popolazione della Federazione russa era di circa 146 milioni nel 2021 ed è stimata a circa 143 nel 2026.
Al momento, secondo il Bush Center e il Center for european policy analysis (Cepa), circa 700 mila russi sarebbe al fronte mentre l’esercito continua a sottrarre al mercato del lavoro tra i 10 e i 30 mila lavoratori al mese, anche perché il settore privato non sempre riesce a competere con il reclutamento militare o le imprese della difesa. Parallelamente i salari russi stanno salendo, ma non perché sia aumentata la produttività. Le imprese si contendono competenze sempre più “rare” e questo produce inflazione ancora più tenace, impedendo ai tassi di scendere con la disinvoltura desiderata dal Cremlino.
Anche se dovesse finire la guerra, Mosca si troverà così di fronte a tre strade per risanare l’economia: smobilitare l’industria pesante e provocare una recessione; mantenere la spesa militare in tempo di pace e soffocare l’economia civile, ripetendo l’errore dell’Urss; usare l’apparato militare per procurarsi risorse altrove (come fa in Africa, dove l’Africa Corps, erede di Wagner, presidia con migliaia di uomini concessioni di oro e diamanti dal Mali alla Repubblica Centrafricana).
Quel 2,1 per cento di disoccupazione è il numero più eloquente per il Cremlino. Solo che racconta una storia non così piacevole per Putin.