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Trump punisce Merz. Perché la mancata consegna dei Tomahawk è una ritorsione
I 5 mila soldati via dalla Germania fanno meno male dei missili da crociera. Berlino minimizza, ma cresce il timore di una frattura nella Nato e di un indebolimento della deterrenza europea. L’Europa scopre i limiti della propria autonomia strategica
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5 MAY 26

Un aereo da trasporto Boeing C-17A Globemaster III dell'aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Ramstein il 2 aprile 2026 (Thomas Lohnes/Getty Images)
Berlino. Donald Trump tira di boxe con Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco aveva incassato abbastanza bene l’annuncio del presidente degli Stati Uniti del ritiro di 5 mila soldati americani dal territorio tedesco quando dalla Casa Bianca è arrivato un altro gancio. Gli Stati Uniti, al momento, non schiereranno i loro missili Tomahawk in Germania, come promesso in precedenza da Joe Biden. Lo ha reso noto lo stesso Merz, sottolineando che questa decisione non è in alcun modo collegata alle critiche rivolte al presidente Trump per il conflitto in Iran. “Gli americani, al momento, non ne hanno a sufficienza. Siamo obiettivi”, ha aggiunto il cancelliere, “è praticamente impossibile per l’America trasferire sistemi d’arma di questo tipo in Germania al momento”.
Beato chi ci crede. Secondo Rafael Loss, analista di Difesa, Sicurezza e Tecnologia dello European Council on Foreign Relations di Berlino, la decisione della Casa Bianca di non dispiegare quei missili da crociera in Germania per le esercitazioni “è più legata alla dimensione della punizione politica” che non all’effettiva disponibilità dei Tomahawk. Perché, spiega, la Second Multi-Domain Task Force (Mdtf) dell’esercito statunitense – che ha base a Wiesbaden e il cui scopo è rafforzare la deterrenza Nato tramite armi a lungo raggio – “dispone solo di un paio di lanciatori che utilizzerebbero una dozzina di quei missili”.
Ore prima, all’annuncio del ritiro di 5 mila effettivi dei 38 mila oggi presenti in Germania, Merz e i suoi ministri avevano fatto buon viso a cattivo gioco ricordando sia che la mossa era prevista da tempo sia che le basi americane sul suolo tedesco, a cominciare da Ramstein, sono di importanza strategica anche per gli Stati Uniti. Tutto vero: già durante il suo primo mandato Trump aveva ipotizzato di riportare a casa 12 mila dalla Germania. Loss osserva anche che “se questi 5 mila, anziché essere rimandati a casa fossero dispiegati per esempio in Lituania o in Polonia”, la sicurezza tedesca avrebbe solo da guadagnarci. Nessuno oggi però può dire dove saranno indirizzati. Chi già si dispera è il sindaco di Ramstein-Miesenbach: per Ralf Hechler il ritiro avrà un impatto devastante sulle comunità che ospitano le basi americane, perché per 5 mila militari che se ne vanno, 12 mila fra militari, consorti e figli che oggi danno e portano lavoro lasceranno un vuoto a livello locale.
Sul piano della sicurezza è però la mancata consegna dei Tomahawk a bruciare di più. A dare l’allarme lunedì è stato Roderich Kiesewetter, l’esperto di Difesa del partito del cancelliere, la Cdu. Si tratta di “un grave errore” che indebolisce la Germania e tradisce gli interessi della Nato, ha affermato. Peggio ancora, così si invia un pessimo segnale a Vladimir Putin, forte invece dei suoi missili da crociera Iskander piazzati nella “vicina” Kaliningrad. Loss risponde anche all’appello lanciato sulle pagine della Süddeutsche Zeitung da Nico Lange, un altro stratega della Cdu, per il quale serve rimpiazzare i Tomahawk al più presto: “Quei missili non possono essere sostituiti in breve tempo”. Ed è per questo, ricorda, che due anni fa Germania, Francia, Italia, Polonia, Svezia e Regno Unito hanno lanciato un’iniziativa europea puntando sullo sviluppo di questo tipo di capacità a lungo raggio. “Credo che abbiano ottenuto i maggiori progressi con droni, ma per quanto riguarda i missili da crociera, come il Tomahawk, o anche per i missili balistici, ci vorranno ancora alcuni anni prima di raggiungere la capacità iniziale e sicuramente un buon decennio prima di raggiungere la piena capacità operativa”.
Certo, nel frattempo si può anche lavorare sulle modifiche ai missili esistenti o considerare di acquistare missili da crociera da paesi altri dagli Stati Uniti, “ma i missili a lunghissimo raggio”, mette in chiaro Loss, “ce li hanno solo gli Stati Uniti e la Russia”. Sul mercato ci sono poi paesi produttori come la Turchia, l’Ucraina, e la Corea del sud, “ma l’enfasi dell’iniziativa europea è quella di avere una capacità propria e non dipendere dall’esterno”.
E d’altronde l’analista dello Ecfr ricorda anche come la maggior parte dei paesi europei stia già espandendo le proprie capacità e risorse militari, in un processo che si allinea con i piani di riarmo nazionali. Esiste insomma un più vasto processo di crescita concordato fra i 32 alleati della Nato. Con un limite sottolineato da Losso: “Questa crescita non tiene conto del tipo di fratture politiche che possono accadere nel momento in cui l’alleato più forte esce dal gruppo o addirittura adotta un approccio tecnologico in qualche modo dannoso per gli europei in questo processo”. Novità politiche che preoccupano soprattutto gli alleati più orientali come baltici e polacchi: a seguito di ogni “incidente”, i politici europei e con loro il segretario generale della Nato, Mark Rutte, minimizzano ribadendo l’importanza del legame transatlantico “ma dagli scambi che ho con i miei colleghi nordici e orientali percepisco la grande preoccupazione per un alleanza che rischia di cadere a pezzi”.