Quando la Città Vecchia di Gerusalemme cadde nelle mani dei giordani nel 1948 e gli ebrei che ci vivevano da sempre furono cacciati, a Mishkenot Sha’ananim si viveva nella paura dei colpi nemici e in case riparate da sacchi di sabbia. Oggi Mishkenot Sha’ananim è uno dei luoghi più belli e trendy di Gerusalemme e ospita il festival letterario più importante del paese, che tra gli ospiti degli ultimi anni ha visto anche la premio Nobel Olga Tokarczuk. La direttrice del festival, Julia Fermentto-Tzaisler, quest’anno aveva invitato il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, una delle figure più acclamate della letteratura contemporanea, che però ha deciso di boicottare Israele. Fermentto-Tzaisler gli ha risposto con una lettera di rara dignità intellettuale: “Signor Coetzee, vorrei condividere con lei alcune mie esperienze dal 7 ottobre come donna ebrea israeliana, come scrittrice e come direttrice di un festival letterario”.
“Credo che il termine ‘provocazione omicida’ non sia appropriato per gli eventi del 7 ottobre” scrive a Coetzee la direttrice del Festival della letteratura di Gerusalemme. “I terroristi di Hamas si sono addestrati, hanno raccolto fondi, informazioni e preparato un gran numero di persone per la loro missione genocida: uccidere gli ebrei. Sottolineo ‘ebrei’ perché quando sono entrati nelle comunità che circondano Gaza hanno gridato in arabo ‘Itbah al-Yahud’, massacrate gli ebrei. Non ‘massacrate gli israeliani’, né tantomeno ‘i sionisti’. Anche tralasciando gli omicidi, gli stupri e i rapimenti, il 7 ottobre non è stata una rivolta degli oppressi, ma l’espressione di un’ideologia jihadista che considera intollerabile la presenza degli ebrei nella terra d’Israele”.
Il Festival di Gerusalemme si concluderà con un evento in onore dell’ex ostaggio di Hamas Eli Sharabi, autore del best seller “Ostaggio” (in Italia per Piemme), e vedrà la partecipazione anche di Erri de Luca, che non ha ceduto al boicottaggio. Coetzee è una presenza del Festival della letteratura palestinese di Ramallah, dove il più brillante scrittore palestinese, Abbad Yahiya, si è visto requisire il suo romanzo, “Crimine a Ramallah”, dalla “moderata” Autorità palestinese. Il libro sarebbe “indecente” e “incompatibile con la morale”. L’editore è stato arrestato e l’autore è dovuto fuggire a Parigi per aver raccontato uno spaccato della società palestinese clandestina, dall’omosessuale al consumatore di alcolici, costretti a chiedere asilo in Israele. La polizia palestinese è entrata nelle librerie della Cisgiordania per sequestrare tutte le copie del romanzo. Ecco la “Palestina libera” che molti intellettuali occidentali idealizzano.
Nel 2012 un famoso romanziere algerino, Boualem Sansal, fu invitato al Festival di Gerusalemme. La stampa araba si scatenò contro il “traditore” venduto alla “lobby sionista”. “Sono andato in Israele e sono tornato felice”, rispose il romanziere di “2084”. Per “Rue Darwin” gli era stato conferito il premio finanziato dal Consiglio degli ambasciatori arabi con una giuria composta da Hélène Carrère d’Encausse e Tahar Ben Jelloun. Gli tolsero il premio.
La decisione di boicottarlo era stata influenzata da Hamas, che aveva fatto pressioni sui paesi arabi e sui membri del consiglio perché punissero Sansal, che si sarebbe poi fatto un anno di prigione algerina. Non sappiamo se Hamas abbia fatto pressioni su Coetzee perché non andasse in Israele, non c’è motivo di crederlo. Ma il suo rifiuto sarebbe persino più grave perché dettato dal conformismo anziché dalle minacce. D’altronde, diceva il Manzoni, il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.