L’operazione, i risultati e i colpi agli Emirati. Pressione a Hormuz

Cosa sta succedendo fra Stati Uniti e regime iraniano nello Stretto. Il conto alla rovescia del cessate il fuoco

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:33 PM
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Non si dice, ma contano i numeri. E i numeri raccontano che il cessate il fuoco in medio oriente è una parola che riempie il tempo che separa un conflitto da un altro. Ieri, mentre gli Stati Uniti davano inizio al Project Freedom (progetto libertà), la missione per portare fuori dallo Stretto di Hormuz le navi rimaste intrappolate dalle minacce della Repubblica islamica dell’Iran, i missili hanno ripreso a colpire gli Emirati Arabi Uniti. Contro gli Emirati, che dall’inizio della guerra hanno ricevuto il numero più alto di attacchi da parte di Teheran, sono stati lanciati almeno quattro missili, uno ha provocato un incendio all’impianto petrolifero di Fujairah. Una nave della Corea del sud è stata colpita a Hormuz e il presidente americano, Donald Trump, ha chiesto a Seul di unirsi alla missione per liberare lo Stretto. Il progetto è fumoso, non si sa quali nazioni stiano partecipando, ma si conosce l’obiettivo. 
Gli Stati Uniti vogliono togliere a Teheran il controllo dello Stretto di Hormuz e la capacità di minacciarne il passaggio e arrecare il danno economico più grave possibile al regime in modo che accetti di sedersi al tavolo dei negoziati con le proposte americane. Teheran usa il traffico nello Stretto come l’unica leva rimasta in suo possesso e finora il controllo e l’imposizione dei pedaggi a chi vuole l’accesso alla rotta per la quale passa il 20 per cento del petrolio globale è stato usato per non cedere nei colloqui e anzi, presentarsi ai negoziati con la pretesa di dettarne le condizioni. Ieri gli iraniani hanno discusso con l’Oman un accordo per regolare il traffico nello Stretto, non vogliono cederlo, hanno capito di avere un’arma negoziale molto più dirimente nell’immediato rispetto al progetto sul nucleare. Gli americani si sono resi conto che l’unico modo per privare il regime del controllo di Hormuz è l’intervento militare.
Se finora gli Stati Uniti non sono riusciti a bloccare la minaccia iraniana nello Stretto è perché la Marina del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica, che è attiva a Hormuz, si muove con imbarcazioni piccolissime, ben nascoste quando non sono in azione, e difficili da rintracciare dai satelliti. Questi mezzi hanno consentito ai pasdaran di costruire la superiorità nello Stretto. Se gli americani capiscono come fermare i barchini dei pasdaran, per gli iraniani sarà il segnale che lo Stretto non vale più come minaccia e ieri l’ammiraglio americano Brad Cooper, capo del Comando centrale delle Forze armate, Centcom, ha detto che sei delle piccole imbarcazioni sono state distrutte mentre due navi battenti bandiera americana sono riuscite a passare per lo Stretto.
Finora gli iraniani hanno sempre valutato che la guerra sarebbe stata un rischio minore per il regime rispetto a dei negoziati seri con gli americani. Il calcolo si basava anche sulla considerazione che Hormuz sembrava inespugnabile e la minaccia nello Stretto consentiva di sfilacciare il consenso internazionale e americano per Trump. Gli Stati Uniti stanno provando a invertire il calcolo del regime.