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Il cortocircuito di Amsterdam, che vieta la pubblicità di carne e combustibili fossili
Il provvedimento, in vigore da maggio, è un unicum fra le capitali del mondo. E arriva dagli schemi autoreferenziali della sinistra cittadina, tra le perplessità generali
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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:48 PM

A risentirne saranno soprattutto i cartelloni del Big Mac nelle stazioni della metropolitana. E forse anche un po’ di buonsenso: da oggi Amsterdam è diventata la prima capitale al mondo a proibire la pubblicità di carne, pesce e combustibili fossili negli spazi pubblici – o meglio, lo diventerà, perché il provvedimento è entrato in vigore il 1° maggio ma nel frattempo è previsto un periodo di transizione di diversi mesi per la normalizzazione del divieto. L’iniziativa era stata approvata lo scorso gennaio dal Consiglio comunale – “il più ecologico dei Paesi Bassi”, proclamano gli addetti ai lavori –, dopo la proposta della sinistra locale. “Ad Amsterdam non c'è più posto per la pubblicità delle grandi aziende che alimentano la crisi climatica. Non si può affermare di prendere sul serio le politiche climatiche e continuare a permettere questo tipo di pubblicità”, hanno spiegato i consiglieri di PvdA-GroenLinks e del Partito animalista, sottolineando l’incoerenza tra il dire e il fare. Che tuttavia lascia spazio ad altri tipi di cortocircuito.
Quali sono i prodotti colpiti? Qualsiasi carne di origine animale, dall’hamburger al pollame, passando per il comparto ittico. E tutto ciò che poggia pesantemente sugli agenti inquinanti: dunque non solo i colossi petroliferi, ma anche automobili a benzina, compagnie aeree, navi da crociera. Cosa succederà nel concreto, sulla mappa della città? Visto il poco preavviso tra l’approvazione e l’entrata in vigore del divieto – considerata la durata degli accordi di sponsorizzazione già in essere –, non ci si immagini che da un giorno all’altro i funzionari del Comune inizieranno a multare i trasgressori a destra e a manca: per tutto il 2026 ci sarà una finestra di tolleranza, in cui si monitorerà l’insorgere di nuovi manifesti tra pensiline, billboard e strutture pubblicitarie. Ma quelli attualmente affissi, al momento potranno restare. E non sono del tutto chiare poi le modalità del divieto: perfino D66, il partito di centro progressista guidato dal premier olandese Rob Jetten, aveva manifestato le proprie perplessità in merito. Persistono infatti problemi legali, difficoltà di attuazione e soprattutto l’impressione che il blocco pubblicitario “di strada” abbia i connotati dell’escamotage di facciata, con effetti risibili sulle abitudini dei consumatori. Ad animare le sedute del Consiglio comunale erano stati inoltre i rappresentanti di JA21, piccola formazione di destra, che a un certo punto – come racconta il quotidiano locale Het Parool – avevano ammesso che “quell’iniziativa meritava una profonda discussione interna: nel nostro partito ci sono anche due vegetariani”. Segue la sorpresa ovazione tra i banchi della sinistra. Poi la replica dei consiglieri avversari: “Stavamo scherzando. Il divieto di pubblicizzare foto con una polpetta è una buffonata. E il fallimento delle politiche climatiche di Amsterdam”.
L’esempio della capitale non è un unicum nei Paesi Bassi: anche altre realtà, dall’Aia a Utrecht, fino a Nijmegen e Delft, in questi anni avevano vietato la pubblicità di combustibili fossili negli spazi pubblici – a Haarlem era già in vigore il ban contro la carne. Ma questo è il paradosso della politica olandese – e in buona parte europea –, in cui il voto nelle città benestanti, a trazione intellettuale Ztl, non è rappresentativo del sistema-paese. Basti pensare che l’iniziativa comunale di Amsterdam è passata con la netta maggioranza di 27 voti su 45. Mentre i partiti protagonisti – l’alleanza PvdA-Groenlinks è un contenitore paragonabile a un ipotetico Pd-Avs – alle ultime elezioni nazionali non sono arrivati nemmeno a un 15 per cento complessivo. Sintomo di uno scollamento sociale evidente, che ad Amsterdam, città molto hipster, altrettanto radical chic e con un reddito pro-capite attorno ai 65mila euro annui, trova piena realizzazione. E continua ad alzare l’asticella del repulisti: secondo De Telegraaf in base ad analoghe considerazioni etiche si stava valutando perfino il divieto pubblicitario del formaggio – cioè uno dei pilastri dell’economia olandese –, ma per ora si è scelto di non procedere. “Con provvedimenti del genere dimostriamo di prendere sul serio gli obiettivi climatici”, ribadiscono i promotori, sostenendo che il cambiamento richiede tempo, e che per certi prodotti un giorno si accetterà lo stigma presente sul tabacco. Non è una sorpresa che la Dutch Meat Association parli di una “scelta infelice, perché la carne continua a fornire valori nutrizionali essenziali e dovrebbe continuare a rimanere visibile e accessibile ai consumatori”. Fa un certo effetto allora che la stretta pubblicitaria non colpisca gli alcolici – se di esternalità negative stiamo parlando. Il quartier generale della Heineken, a due passi dal Rijksmuseum, evidentemente resta uno scoglio troppo grande. Anche per gli zelanti consiglieri di Amsterdam.