A Teheran pollo e riso sono un lusso, il rial è crollato, le aziende licenziano. “La vita non è vivibile”

Nei giorni scorsi, Trump aveva già invocato lo spettro del collasso economico della Repubblica islamica. Sulla tempistica gli analisti si dividono, c’è chi ipotizza un crollo nel giro di tre settimane e chi dice che serviranno mesi, ma per i cittadini iraniani ogni giorno riserva il record di un nuovo collasso


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30 APR 26
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Foto LaPresse

Né pace, né guerra. A Teheran la gente è tornata a sedersi nei caffè, nelle strade strozzate dagli ingorghi è arrivata la primavera, al cinema danno “Marty Supreme”. Agli incroci sono rimasti i checkpoint, i non allineati continuano a essere braccati, nelle farmacie stanno finendo gli antidepressivi. La sera, i fedelissimi di regime si riversano nelle piazze per dimostrare che la Repubblica islamica non teme né le bombe né la pressione economica di Donald Trump. Quando il regime chiama è un carnevale di cori e bandierine, ma accanto ai banchi che offrono bibite e cibo gratis si accalca pure gente che ha semplicemente fame. Perché, in Iran, nel limbo, si sta già affondando. Un piatto di pollo e riso è diventato un lusso. Si moltiplicano i suicidi.
La prostituzione minorile sta esplodendo. Ieri il rial veniva scambiato a 1,80 milioni per un dollaro e mentre il regime minacciava una reazione militare senza precedenti contro il blocco navale (l’80 per cento delle esportazioni iraniane si muove per mare), il presidente americano confermava che il suddetto blocco resterà. “In qualche misura è più efficace delle bombe”, ha detto Donald Trump ad Axios, confermando di aver rifiutato la proposta iraniana che posticipava la discussione del dossier nucleare e prevedeva, in prima battuta, la riapertura dello Stretto di Hormuz come contropartita della fine del blocco navale. Secondo Reuters, il presidente americano avrebbe interloquito con alcune società petrolifere e sarebbe pronto, se necessario, a far durare il blocco “per mesi”. E in effetti, nei giorni scorsi, Trump aveva già invocato lo spettro del collasso economico della Repubblica islamica. Sulla tempistica gli analisti si dividono, c’è chi ipotizza un crollo nel giro di tre settimane e chi dice che serviranno mesi, ma per i cittadini iraniani ogni giorno riserva il record di un nuovo collasso. “La vita non è più vivibile”, dice Mahdi Ghodsi del Vienna Institute for International Economic Studies.
L’economia iraniana era già in difficoltà prima della guerra. Falcidiato dalla sommatoria di sanzioni, inflazione, corruzione, il reddito nazionale pro capite era sceso da 8 mila dollari nel 2012 a 5 mila dollari nel 2024. Nel 2025 il rial ha perso il 70 per cento del suo valore contro il dollaro. Ma in questi mesi l’accelerazione della crisi è stata devastante, nessun settore è stato risparmiato. Sono rimasti senza lavoro operai delle raffinerie e del settore tessile, camionisti, hostess, giornalisti. E le prospettive sono fosche. Secondo lo United Nations Development Programme, più di quattro milioni di persone rischiano di precipitare sotto la soglia di povertà. “Molte aziende hanno sospeso le loro attività a causa della pressione della guerra, della recessione e del crollo della domanda”, dice l’analista Hadi Kahalzadeh del Quincy Institute. Maral Sanat, un’azienda che produce rimorchi, ha licenziato millecinquecento lavoratori; Borujerd uno dei maggiori gruppi tessili, 700. Molti caseifici sono stati costretti a interrompere la produzione a causa della mancanza di materiali per l’imballaggio.
“Il 28 febbraio stavo per imbarcarmi quando mi hanno detto che sarei rimasta a terra. Il nostro contratto è terminato a marzo per cui finché non si ricomincia a volare non potrò essere pagata”, ha detto una hostess al sito Farau. Dopo più di 60 giorni di blackout di internet, le versioni iraniane di Amazon, DoorDash e Netflix hanno iniziato a sfoltire i loro dipartimenti. Digikala ha dato il benservito a 200 persone. Snappfood a 165, Technolife a 105. Secondo il quotidiano Etemad, senza un pacchetto di misure urgenti si rischia la paralisi. Ma la fiducia nella capacità del governo di giocare un ruolo incisivo è ai minimi termini. “Servono risposte ai problemi, non comunicati generici ed educati”, si leggeva lunedì sul quotidiano conservatore Ettelaat. “Hanno ordinato un aumento di salario del 60 per cento per gli impiegati governativi che spesso lavorano da remoto e a stipendio pieno. E le imprese non riescono a pagare i dipendenti e li mandano via”, ha detto Saeed Tajik, un membro della Camera di Commercio della capitale. Per contenere la crisi, il governo Pezeshkian ha chiesto agli iraniani di contenere il consumo di energia elettrica e ha annunciato nuovi sussidi per i beni di prima necessità. “E’ un regime autoritario, può sostenere che resistere alla pressione economica è una questione di orgoglio nazionale – ha messo in guardia l’analista del Middle East Institute, Alex Vatanka – ma mentre la liquidità economica si esaurisce a causa del blocco, potremmo trovarci nella situazione in cui sempre più persone non avranno altra scelta se non mobilitarsi politicamente”. E una fonte del Foglio a Teheran sottolinea: “Anche se potessimo dimenticare i massacri, rimarrebbe la fame. La nostra vita non è insopportabile solo per la mancanza di libertà politiche e sociali, la vita è invivibile anche a causa dell’incapacità e dell’incompetenza. Ci sono troppe persone senza merito in ruoli apicali e quelli che invece sarebbero in grado di migliorare la situazione hanno le mani legate. Appena emerge uno scandalo, si individua una persona da incolpare e la si mette al bando e poi di lì in avanti ci si comporta come se fosse tutto risolto. L’economia sta andando a picco? Facile, si cambia il ministro. Sulle cause non si interviene mai. Lo sappiamo tutti e sappiamo di meritarci qualcosa di diverso”.