Alla fiera di Shenzen, le mani dei robot fanno cose incredibili

I padiglioni dell'evento sono pieni di umanoidi, alcuni con volti deliberatamente umani e altri capaci di operare in scenari di emergenza. La retorica della cura e della protezione della vita nella robotica cinese

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29 APR 26
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Foto Getty

Shenzhen. Non esiste al mondo una fiera che meglio racconti lo zeitgeist del momento della FAIRplus di Shenzhen, la fiera dell’AI e della robotica che quest’anno ha riempito i padiglioni del Shenzhen World Exhibition and Convention Center.
E’ una fiera industriale, ma al contempo dei balocchi per un occhio occidentale non abituato a cotanta abbondanza tecnologica: ci sono robot umanoidi ovunque, mani meccaniche con trentadue azionatori indipendenti, dashboard che mostrano in tempo reale quanti robot stanno lavorando nel mondo per conto di un’azienda espositrice. La sensazione, camminando tra gli stand, è quella di entrare in una filiera produttiva più che matura, con le sue gerarchie interne e che ha già assorbito importanti economie di scala.

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L’elemento più visibile, anche il più atteso, è la proliferazione degli umanoidi. Almeno una decina di aziende diverse esponevano robot bipedi: dai player già affermati come l’azienda specializzata in applicazioni mediche e lavori di cura Fourier Intelligence, con il suo GR-3C dal profilo organico color crema, fino a nomi ancora poco conosciuti fuori dalla Cina come Autolife Robotics, Leju Robotics e la tianjinese Atomrobot, che montava il suo umanoide direttamente su una base a ruote per renderlo autonomamente mobile in ambienti logistici. La differenza rispetto alle edizioni precedenti non stava nel numero ma nella maturità dei prodotti: quasi nessuno era in demo controllata, molti erano semplicemente accesi sul loro stand, in standby attivo, come qualsiasi elettrodomestico in esposizione.
Il dato strutturalmente più rilevante, e quello che più direttamente colpisce i visitatori, è uno: ovvero, che i corpi dei robot si somigliano. Struttura scheletrica, attuatori, cinematica delle anche e delle spalle, mani articolate in modo indipendente per ogni dito: la componentistica converge perché proviene dallo stesso manipolo di fornitori della supply chain del Guangdong e dello Zhejiang. Leju, Autolife, Agiquad, Hengyi, Atomrobot: i corpi sono variazioni sul tema di uno stesso catalogo di parti. La forma umanoide è diventata una commodity replicabile a costi calanti, e questo sposta significativamente il terreno della competizione. Il valore si costruisce sui modelli di policy che governano il comportamento del robot, sui sistemi operativi che ne gestiscono l’integrazione in ambienti complessi, sulla capacità di raccogliere dati operativi e trasformarli in training data per migliorare l’autonomia nel tempo. Se l’hardware è il biglietto d’ingresso che si dà quasi per scontato, insomma, il software e i dati sono il prodotto.
Accanto ai modelli industriali, robot con volti deliberatamente umani: il modello 02 di Shenzhen Wabony Electronic, con occhi animati e lineamenti da personaggio anime, oppure i due umanoidi in tuta tessile di Guangzhou Hengyi Technology, vestiti come figuranti di un set cinematografico.
Il secondo tema che attraversa l’intera fiera è la destrezza delle mani. E’ il problema storicamente irrisolto della robotica industriale, quello che ha sempre separato i robot dalle persone nelle operazioni di assemblaggio finale: la capacità di manipolare oggetti piccoli, fragili, irregolari, con l’abilità di dosare opportunamente la forza e un feedback tattile adeguato. A Shenzhen questa ricerca di frontiera era ovunque. Un robot umanoide in uno stand di intelligent manufacturing suonava una batteria elettronica Roland con coordinazione ritmica credibile, dimostrando controllo fine delle dita in tempo reale. La IO-AI Tech di Shenzhen ha presenato un sistema end-to-end per la raccolta di dati di embodied AI attraverso teleoperation con controller aptici, progettato per raccogliere dati di training durante le dimostrazioni umane. Huayan Robotics, quotata a Hong Kong e vincitrice di un Red Dot Award 2024, esponeva un upper-body (i robot senza gambe, ma solo a mezzo busto) con braccia dal reach di 2.200 mm e mani a dita multiple articolate, pensato per ambienti che richiedono precisione costante su cicli lunghi.
Il terzo filone, meno atteso ma forse il più significativo per chi si occupa di sicurezza sul lavoro, è quello dei robot per l’emergenza. La prima edizione della Robot Rescue Competition, competizione nazionale dedicata a robot capaci di operare in scenari di soccorso e sicurezza, veniva promossa con materiali ovunque nell’area Hall 9. Lo stand di Shenzhen Agiquad Technology, che commercializza i robot Zhiyuan, era posizionato proprio accanto alla zona dedicata alla gara. Il motto della competizione, “科技向善,生命至上”,ovvero l a tecnologia verso il bene e la vita sopra tutto, segnala un posizionamento narrativo preciso: la robotica cinese, storicamente identificata con la sostituzione del lavoro umano, cerca ora di costruire una retorica della cura, della sicurezza collettiva, della protezione della vita. E’ un cambio di registro che le grandi fiere occidentali del settore raramente tentano in maniera così esplicita, ma a cui dovremo abituarci nel futuro.
Nel padiglione adiacente si teneva inoltre Logimat, la fiera internazionale della logistica interna e della movimentazione merci, a testimoniare che l’automazione può ancora prescindere dalla forma umana. Carrelli elevatori a guida autonoma di Xishen e Lonking, sistemi completi di intralogistica intelligente con Noblelift, machine vision integrata alla robotica mobile con iRayple: scenari di magazzino e produzione dove l’automazione non ha bisogno di assomigliare a un essere umano per essere efficace, perché i processi sono già sufficientemente strutturati da permettere soluzioni dedicate. Nella Cina delle dark factories e post politica del figlio unico l’automazione spinta è la chiave per sostenere il progresso verso il ringiovanimento della nazione, mentre la piramide demografica segue il trend del resto del mondo.