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Chi aspira all’arma nucleare guarda a Pyongyang come a un modello
La Corea del Nord è un Iran che ce l’ha fatta, da vent’anni. Tre spiegazioni a una distrazione collettiva
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28 APR 26

Foto ANSA
C’è una domanda che l’Operazione Epic Fury ha reso impossibile da eludere, e che nessuna capitale occidentale sembra disposta a formulare ad alta voce: se il criterio per colpire l’Iran era il programma nucleare in fase di completamento, le ambizioni regionali aggressive e la minaccia esistenziale agli alleati, perché la Corea del nord (che soddisfa tutti questi criteri e uno in più, decisivo) non è mai stata attaccata? Pyongyang è l’Iran che ha vinto la corsa, il caso di studio che ogni proliferatore del pianeta sta analizzando, e che le democrazie occidentali continuano a non voler nominare per quello che è: la prova che il sistema di non proliferazione nucleare del dopoguerra è già collassato, in silenzio, coperto da vent’anni di dichiarazioni rituali sulla denuclearizzazione e da un flusso costante di immagini folkloristiche di un dittatore circondato da generali in ginocchio.
Alla vigilia dell’attacco l’Iran stava per avere la bomba, mentre la Corea del nord ce l’ha già da quasi vent’anni, e da questo punto di partenza discende tutto il resto. L’Hwasong-18, il primo ICBM (missile balistico intercontinentale) nordcoreano a propellente solido testato nel 2023, ha cambiato la geometria del problema in modo qualitativo: un missile a propellente solido può essere lanciato in minuti invece che in ore, azzera la finestra in cui potrebbe essere neutralizzato da un attacco preventivo ed è mobile su vettore stradale senza offrire un obiettivo fisso. L’Hwasong-19, testato nell’ottobre 2024 con un apogeo di 7.687 chilometri confermato dai sistemi di sorveglianza di Giappone e Corea del sud, raggiungerebbe su traiettoria standard qualsiasi città del territorio continentale degli Stati Uniti. Kim Jong Un ha definito la posizione nordcoreana nel settore dei vettori nucleari “assolutamente irreversibile”, e sul piano tecnico ha ragione. Il nodo aperto rimane il veicolo di rientro atmosferico, ossia la capacità di far sopravvivere la testata alla fase di rientro alle velocità ipersoniche tipiche di un ICBM. L’ammiraglio Samuel Paparo, comandante di IndoPacom (il Comando Indo-Pacifico statunitense), ha dichiarato alla Brookings Institution nel novembre 2024 che gli Stati Uniti non ne hanno ancora visto la prova definitiva, sebbene la Cia avesse già valutato nel 2017 che questa tecnologia fosse “probabilmente sufficientemente avanzata” per traiettorie standard verso il territorio americano. La distanza tra le due posizioni è la distanza tra una certezza e un ragionevole dubbio, e i sistemi di difesa missilistica americana (tra i 44 e i 64 intercettori schierati per la difesa del territorio nazionale, progettati per fermare una o due testate, non una salva multipla con esche e manovre evasive) non offrono un margine sufficiente a tradurre quel dubbio in garanzia operativa. Joel Wit, il negoziatore americano che firmò il primo accordo con Pyongyang nel 1994, ha sintetizzato la questione senza margini di ambiguità: qualsiasi funzionario governativo americano o europeo deve partire dal presupposto che la Corea del nord è in grado di distruggere obiettivi negli Stati Uniti e in Europa.
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Questo arsenale viene finanziato con entrate che le sanzioni non intercettano. L’istituto di analisi della difesa sudcoreano Kida stima che la partecipazione di Pyongyang alla guerra in Ucraina abbia generato benefici economici per circa 20,6 miliardi di dollari tra il 2023 e la fine del 2025: oltre dodici milioni di proiettili di artiglieria inviati a Mosca, missili balistici impiegati direttamente sul campo, tra quattordici e quindicimila soldati dispiegati nella regione di Kursk. In cambio la Russia ha trasferito sistemi di difesa aerea, guerra elettronica avanzata e dati balistici che, secondo le valutazioni dell’intelligence ucraina, hanno migliorato in modo significativo l’accuratezza dei missili nordcoreani. A questo si aggiungono oltre sei miliardi di dollari sottratti attraverso attacchi informatici alle criptovalute dal 2017 e un sistema capillare di forza lavoro infiltrata nelle catene globali di fornitura, dai filetti di salmone sugli scaffali americani ai programmatori informatici che operano con identità false all’interno delle aziende incluse nell’indice Fortune 500, la classifica americana delle prime cinquecento società per fatturato, con un rendimento per il regime stimato in diecimila dollari al mese per addetto.
La domanda su perché la Corea del nord non sia mai stata attaccata ammette una risposta articolata in tre componenti strutturali che si sommano in modo moltiplicativo. La prima riguarda una finestra che si è chiusa, e che chi aveva la responsabilità di tenere aperta ha scelto di non farlo. Nel 1994 la Corea del nord non aveva ancora prodotto materiale fissile, non aveva bombe e i suoi missili avevano portata limitata: la denuclearizzazione era tecnicamente e politicamente praticabile. L’accordo fu abbandonato dall’Amministrazione Bush nel 2002. I nordcoreani ripresero il programma, l’Amministrazione Bush non aveva una risposta operativa, e la “pazienza strategica” di Barack Obama, otto anni di pressione senza dialogo, ha permesso all’arsenale di passare da una manciata di missili con portata sul Giappone a una forza capace di minacciare città americane. Quella soglia si è chiusa intorno al 2017 con il primo test ICBM riuscito, e oggi non esiste un’opzione militare contro la Corea del nord che non abbia come variabile iniziale la distruzione di Seul.
La seconda componente è geografica. Seul si trova a meno di sessanta chilometri dal confine, con venticinque milioni di persone nel raggio dell’artiglieria convenzionale nordcoreana, già prima che un eventuale attacco possa degradare le capacità offensive di Pyongyang. La città non è un ostaggio in senso metaforico: è un ostaggio in senso operativo, misurabile in ore e in milioni di vittime civili. L’Iran non disponeva di un equivalente di questa prossimità catastrofica su obiettivi alleati, mentre la Corea del nord ha costruito deliberatamente questa condizione come componente della propria architettura di deterrenza.
La terza componente è la più recente e la più destabilizzante. Il Trattato di partenariato strategico complessivo firmato da Kim e Vladimir Putin nel giugno 2024 include una clausola di mutua difesa che, sommata alla garanzia implicita cinese, trasforma qualsiasi operazione contro Pyongyang da scontro bilaterale con uno stato paria in conflitto potenziale con tre potenze nucleari simultaneamente. Tenere a bada la Corea del nord oggi significa tenere a bada anche Pechino e Mosca, ed è un’equazione alla quale nessuno stato maggiore occidentale ha una risposta credibile.
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Da questa asimmetria discende la lezione che il resto del mondo ha già tratto, e che l’attacco all’Iran ha reso ancora più nitida. La strategia dell’hedger nucleare (chi costruisce la capacità senza completare l’arma, usando la soglia come leva negoziale) è stata sconfitta il giorno in cui i bombardieri hanno colpito Natanz e Fordow. La Corea del nord aveva percorso la strada opposta: muoversi rapidamente verso l’arma completa, senza fermarsi alla soglia né affidarsi alla diplomazia come schermo protettivo del programma. Il messaggio per ogni proliferatore che osserva la sequenza degli eventi è di una chiarezza sinistra: il modello da imitare è Kim, non Khamenei. L’elaborazione intellettuale di questa realtà è già in corso nei principali centri di analisi americani. Victor Cha, tra i massimi esperti mondiali di sicurezza coreana, ha proposto in un saggio pubblicato su Foreign Affairs il 21 aprile scorso di abbandonare il quadro di riferimento della denuclearizzazione, l’impostazione su cui si è fondato il lavoro di trenta anni e sette presidenze americane senza produrre alcun risultato, in favore di quella che chiama una “cold peace”, una pace fredda: una relazione che gestisce la minaccia per quello che è, anziché inseguire l’obiettivo di smantellare un arsenale che non può più essere eliminato senza una guerra regionale catastrofica. La proposta ha il pregio dell’onestà intellettuale e il limite di essere, nei fatti, una resa formulata con eleganza accademica.
Nel frattempo, a Seul, il 71 per cento della popolazione è favorevole allo sviluppo di un arsenale nucleare autonomo sudcoreano. La logica di fondo è comprensibile: un ICBM nordcoreano sufficientemente affidabile da minacciare Los Angeles apre la questione se Washington sia disposta a rischiare le proprie città per onorare un’alleanza del 1953. Le minacce nucleari russe hanno già limitato il supporto americano all’Ucraina, e le stesse minacce nordcoreane, in un conflitto nella penisola, avrebbero effetti analoghi. Mentre Washington dibatte di “cold peace” e Seul conta i voti favorevoli all’atomica, Kim Jong Un lavora su un orizzonte che sfugge alle categorie con cui le democrazie occidentali misurano la stabilità dei regimi. Sua figlia, presumibilmente tredicenne, compare sui media statali nordcoreani con una frequenza superiore a un’apparizione al giorno: è la costruzione metodica di una legittimità interna che presuppone la continuità del regime oltre qualsiasi orizzonte che Washington stia considerando, non un messaggio diretto all’esterno. Un regime che pianifica la successione sulla figlia tredicenne non è un regime che teme di essere rovesciato.
Il silenzio mediatico sulla Corea del Nord non è distrazione involontaria: è la forma in cui le democrazie occidentali gestiscono una minaccia che sanno di non poter risolvere, riducendola a folklore, il dittatore eccentrico, la bambina sul cavallo bianco, i generali in lacrime, per non dover rispondere alla domanda che Epic Fury ha reso ineludibile. L’Iran è stato colpito perché non aveva ancora finito. La Corea del nord ha finito vent’anni fa, e da allora nessuno ha trovato una risposta.