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L’erba nera di Chornobyl
La storia dell’Ucraina indipendente porta impresso su di sé un marchio di nascita: è quello della catastrofe nucleare. Sono passati quarant’anni dall’incendio che si scatenò a seguito dell’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare Lenin, in piena notte, all’una e ventitré (ora locale) del 26 aprile 1986
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25 APR 26

Foto Ansa
C’è un dipinto di Maria Prymachenko del 1990, venduto di recente a caro prezzo a un’asta, che si intitola “Fiori cresciuti intorno al reattore Numero Quattro”. Sono fiori spassosamente simili a delle piante carnivore, con gli occhi che spuntano da tutte le parti, i denti aguzzi, delle lunghe lingue da rettili. Il reattore, neanche a dirlo, è quello di Chernobyl. Anzi: Chornobyl, come si dice in ucraino (lingua nella quale significa “stelo d’erba nero”, lo ricorda Francesco Cataluccio), e come ci abituiamo a dirlo anche noi, tanto più quando guardiamo le opere di questa artista nata, cresciuta, vissuta e morta a Bolotnia, villaggio a trenta chilometri da Pripyat. Sono passati quarant’anni dal disastro, quarant’anni dall’incendio che si scatenò a seguito dell’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare Lenin, in piena notte, all’una e ventitré (ora locale) del 26 aprile 1986. Quarant’anni da quella scena angosciante, i 40 mila abitanti di Pripyat che abbandonano “temporaneamente” la città sui bus messi a disposizione dal Partito, al lugubre suono di “Vnimànije, Vnimànije!”, russo per “attenzione, attenzione!”. Per quanto tempo non se ne seppe niente, assolutamente niente, qui da noi? Almeno fino al 29 aprile, quattro abissali giorni per il peggior disastro nucleare civile della storia, quattro lunghissime giornate fino ai primi prudenti titoli del Corriere della Sera, “incidente a un rettore atomico nella centrale di Chernobil”, scritto così, mentre le autorità sovietiche procedevano con la medesima tattica impiegata da sette decenni, il silenzio. Andrà come sappiamo e come ricordiamo: il latte in polvere per i bambini, le capsule di ioduro di potassio, la nuova minaccia nucleare: non più, non solo, il fungo atomico di Hiroshima e Nagasaki, ma l’angoscia nuova delle radiazioni, della contaminazione invisibile, del disastro ambientale.
Sono passati quarant’anni dall’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare Lenin, in piena notte, il 26 aprile 1986
E avevamo la glasnost, noi, almeno. Quella vera, quella delle liberaldemocrazie. Chornobyl visto dalla Polonia, per esempio, ti fa capire tutta la Cortina di ferro. Kacper Szulecki, autore di “The Chernobyl Effect” e docente al Norwegian Institute of International Affairs, ha raccontato alla London Ukrainian Review che quando la soluzione di iodio fu finalmente distribuita ai bambini di Varsavia, spesso arrivò senza spiegazioni né istruzioni. La bevanda, nota comunemente come liquido di Lugol e soprannominata anche “Coca Cola russa”, sarebbe diventata il simbolo del disastro nucleare, “soprattutto per i polacchi nati tra l’inizio degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ai quali quel liquido disgustoso fu fatto ingoiare a forza in un clima di panico generale. Quel momento incrinò la fiducia nello stato e nel Partito, o in ciò che ne restava dopo cinque decenni di dominio comunista. Rinforzati con ogni genere di filo spinato, i confini quasi impenetrabili del blocco orientale significavano quasi tutto per i cittadini privati dei loro passaporti, ma certo non potevano nulla contro gli isotopi trasportati dall’aria”.
Quando la soluzione di iodio, la disgustosa “Coca cola russa”, fu finalmente distribuita ai bambini di Varsavia, arrivò senza spiegazioni
C’è una strada che da Kyiv va verso nord ovest. La imbocchiamo dal centro della capitale che resiste all’invasione russa, da piazza Maidan, in un viaggio fatto nell’aprile 2026. E percorrendola, non esattamente in linea retta, ma quasi, incontriamo le seguenti località: Babyn Jar, Irpin, Bucha, Hostomel, Borodyanka. Fa impressione come queste località rappresentino in successione le diverse tragedie della storia ucraina: la Seconda guerra mondiale, uno dei più immensi massacri di tutto l’Olocausto, e poi il ponte sotto al quale si rifugiarono gli ucraini durante l’invasione del 2022, il sito di uno dei peggiori crimini di guerra ai danni dei civili di questa guerra, la cittadina dove a marzo 2022 si svolse la furiosa battaglia che impedì ai russi di conquistare un aeroporto strategico, l’altra cittadina dove altre centinaia di civili ucraini vennero uccisi, torturati, rapiti, e dove un condominio sventrato è diventato uno dei simboli di questa invasione. E’ anche la strada che va verso Chornobyl, che sta a poche decine di chilometri più in su. Per quelli che non si accontentano della serie omonima di Craig Mazin e Johan Renck del 2019, e nemmeno del libro bellissimo di Cataluccio per Sellerio del 2011, ci sono in questo quarantennale almeno due altri libri da leggere sul disastro nucleare di allora: il monumentale “Chernobyl” di Serhii Plokhy, 2018, e il primo romanzo di Yaryna Grusha, “L’album blu”, appena uscito da Bompiani e schiettamente autobiografico (la famiglia dell’autrice è di Ivankhiv, che sulla linea che abbiamo tracciato poco fa si trova poco oltre Borodianka e poco prima di Pripyat). La tesi principale di Plokhy, storico ad Harvard, è che il disastro del 1986 non fu causato soltanto da errori umani dei tecnici addetti alla centrale, ma fu la diretta conseguenza del sistema sovietico, votato al segreto, ideologicamente ostinato. Plokhy evidenzia che la progettazione dei reattori RBMK (la classe sovietica di reattori di cui quello di Chornobyl faceva parte) presentava gravi carenze tecniche, in particolare nel sistema di controllo, le barre di grafite, e nel coefficiente di vuoto positivo, che rendevano il reattore instabile a basse potenze. Quindi negligenza, certo, ma anche totale mancanza di cultura della sicurezza, e fretta di completare la costruzione per scopi politici, e ancora l’utilizzo di materiali scadenti, a sua volta frutto della disastrosa economia pianificata. Una bomba a orologeria nella quale spicca il ruolo del Kgb, e Plokhy cita documenti d’archivio per dimostrare che le autorità sovietiche erano a conoscenza dei difetti dei reattori ben prima dell’incidente, ma preferirono coprire le informazioni per preservare l’immagine della supremazia tecnologica sovietica. A coronamento di tutto questo, la risposta tardiva e la disinformazione, col governo di Mosca che minimizza l’accaduto, tardando a informare la popolazione e la comunità internazionale, aggravando le conseguenze sulla salute delle persone.
Eppure, qualcosa di buono cominciava a succedere proprio allora, come una pianta sana che cresce dal terreno infetto di Pripyat e della Foresta Rossa. La storia stessa dell’Ucraina indipendente porta impresso su di sé un marchio di nascita: è quello della catastrofe nucleare. Lo ricorda sempre Plokhy, in una conversazione di qualche giorno fa con Sasha Dovzhyk, intellettuale ucraina che ha fondato a Lviv il centro di ricerca Index: “Esaminando i documenti ufficiali, le dichiarazioni del partito Rukh, che giocò un ruolo fondamentale tra il 1989 e il 1991 nel dare avvio all’Ucraina indipendente, sono rimasto colpito dal grado in cui il disastro di Chornobyl diede avvio alla politica ucraina, con la gente che scendeva in piazza per manifestare all’indomani dell’incidente, e con la nascita di nuove organizzazioni”. Di lì a poco, nelle prime elezioni libere per il Parlamento ucraino (1990), la maggioranza dei candidati faceva qualche riferimento a Chornobyl. E se una delle grandi ossessioni comprensibili e legittime degli ucraini è sfuggire al rischio dell'irrilevanza (sì, puoi avere subito le peggiori tragedie, la russificazione, l’Holodomor, ma in fondo riguardano solo te, la tua storia, il tuo popolo, stanno dentro i tuoi confini), invece, Chornobyl ci dice che quello che succede all’Ucraina riguarda il mondo, come hanno ricordato lo storico Yaroslav Hrytsak e il filosofo Volodymyr Yermolenko in una conversazione recente. E’ a Chornobyl che comincia a finire l’impero sovietico. “Vnimànije, vnimànije! Attenzione, attenzione!”: a riascoltarlo, con quel tono robotico, sembra un annuncio a morte della parentesi settantennale del comunismo moscovita, assomiglia a Ceausescu che nell’ultimo comizio in piazza a Bucarest nel 1989 grida ai microfoni in modo grottesco “alo, alo!”, per cercare di richiamare l’attenzione della folla che ormai stava sfuggendo al controllo del regime, quasi litigasse con la cornetta del telefono o con una macchina. A catena, a mentire ai propri cittadini, sulla scorta dei sovietici, furono più o meno tutti i paesi della galassia socialista. Chornobyl trasformava cucine, parchi giochi e code davanti alle farmacie in luoghi di risveglio politico: quando nel primo anniversario della catastrofe una delle principali strade di Breslavia, Polonia, fu bloccata da uno striscione lungo quattordici metri con la semplice scritta “Chernobyl”, il vero messaggio era chiaro. Sapevano, ma non ce l’hanno detto. “La domanda”, dice Szulecki, “non era più se il sistema mentisse, ma fin dove potesse spingersi nel mettere a rischio la vita dei propri cittadini prima di ammettere la propria corruzione e il proprio fallimento”.
È qui che comincia a finire l’impero sovietico, con il robotico “Vnimànije, vnimànije! Attenzione, attenzione!”
Kyiv, un pomeriggio di aprile 2026. Delle ragazze di Poltava, nelle vyshyvanke tradizionali della loro regione, intonano un coro a cappella, in un bar vicino alla Salita di Sant’Andrea, nel centro della capitale. La canzone, che viene dal repertorio del folklore rurale, racconta del mercato matrimoniale maschile della campagna ucraina nel mondo di ieri: quello lì non mi piace, quell’altro non va bene, quello ti prego, non sposarlo mai. Di sfondo alle coriste poltavesi l’organizzatrice dell’evento, Tetyana Teren, ha steso un gigantesco tappeto multicolore, prima di darsi a grandi brindisi con il liquore di prugnolo, dolce e amaro. Chissà cosa c’era qui, in questa via, quarant’anni fa, in questa che allora era la capitale della RSS sovietica, una gamma di grigi incompatibile con la vivacità ucraina contemporanea, e che da allora è cambiata infinitamente. Ma senza che la giustizia sia stata fatta sul crimine del 1986, come su quasi tutti gli altri. Grusha nel suo libro cita Vasyl’ Stus, poeta internato nei gulag: “L’impero se ne andrà, nessuno lo punisce”. E il tempo verbale futuro è in conflitto col presente: sappiamo già oggi come andrà a finire domani. Nella storia di Chornobyl c’è una nuova occupazione senza giustizia, quella di circa un mese e una settimana, nel marzo 2022, in cui la centrale si è trovata ancora sotto il controllo russo. E’ allora che gli occupanti hanno mostrato le stesse caratteristiche dei loro predecessori sovietici: l’obbedienza cieca agli ordini, l’irrilevanza della sorte degli individui, la mancanza di rispetto per la vita umana. Passano con i loro convogli e i mezzi pesanti attraverso la Foresta Rossa. Sollevano nuvole di polvere radioattiva dal terreno. Fanno muovere i propri stessi soldati nell’area contaminata senza tute protettive, esponendoli a chissà quante contaminazioni. A pochi chilometri da Pripyat, scavano trincee, smuovono il terreno. La storia si ripete. E non c’è niente, proprio niente di casuale nel fatto che il disastro bellico e ambientale della diga di Kakhovka, trentasette anni dopo, replichi la macchia permanente, l’avvelenamento che i russi lasciano sul territorio violato ucraino durante una nuova occupazione.
Nella storia di Chornobyl c’è una nuova occupazione senza giustizia, nel marzo 2022, in cui la centrale si è trovata ancora sotto il controllo russo
A quarant’anni da Chornobyl c’è un’altra centrale nucleare controllata dai russi nel mezzo dell’Ucraina, dunque del mondo. E’ la centrale di Zaporizhzhia. “Nell’autunno del 2022”, ricorda Plokhy, “quando gli ucraini riuscirono a respingere l’esercito russo dalla riva destra del Dnipro e a liberare Kherson, mentre le linee russe crollavano nei pressi di Kharkiv, c’era la concreta possibilità che di lì a poco gli ucraini potessero riprendere il controllo della centrale di Zaporizhzhia, e poi spingersi fino al Mar Nero, spezzando il collegamento terrestre tra Crimea e Donbas. E’ in quel momento che la Russia inizia a fare ricorso al ricatto nucleare. Il ministro della Difesa russo dell’epoca, Sergei Shoigu, contatta i suoi omologhi nei paesi della Nato e fa varie minacce più o meno velate, secondo le quali l’Ucraina avrebbe avuto componenti nucleari per non meglio specificate bombe sporche, che stava pianificando di lanciare. E fa intendere chiaramente che quella era la linea rossa per la Russia. Era un vero ricatto nucleare, e funzionò. L’idea di una possibile guerra atomica in Ucraina si ficcò bene nelle teste dell’intera Amministrazione Biden. E fu sicuramente questo ricatto a influenzare la fornitura di armi statunitensi all’Ucraina, incluso il rinvio della consegna promessa di armi ed equipaggiamenti, tra cui gli F-16, il che a sua volta contribuì alla fallita controffensiva ucraina”. Altro che atomi per la pace. Quarant’anni per tornare al punto dove eravamo. E a spiegare a noi stessi, agli italiani e agli europei occidentali, che quello che succede lì, a millecinquecento chilometri di distanza da qui, non riguarda solo chi vive su quella terra nera, su quell’erba nera. Riguarda noi.