Il telefono non ha squillato per due giorni consecutivi. Poi finalmente a Islamabad è arrivata l’attesa telefonata da Teheran: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi oggi sarà in Pakistan, poi volerà in Oman e infine in Russia, per condurre “consultazioni bilaterali” con i paesi partner. Gli iraniani continuano a temporeggiare sulla possibilità di nuovi colloqui diretti con gli americani, il team negoziale è cambiato – il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf si sarebbe dimesso, in ogni caso non sarà a Islamabad – e la Casa Bianca reagisce all’attendismo e ai messaggi ambigui con il linguaggio trumpiano: ieri il segretario alla Difesa Pete Hegseth, alla conferenza stampa al Pentagono durante la quale una domanda è stata concessa anche all’inviato del tabloid d’intrattenimento Tmz, ha detto che il blocco dei porti iraniani da parte degli Stati Uniti iniziato quasi due settimane fa proseguirà “per tutto il tempo necessario, qualunque sia la decisione del presidente Trump”. Subito dopo la Casa Bianca ha fatto sapere che gli inviati speciali del presidente americano, Steve Witkoff e Jared Kushner, oggi saranno a Islamabad “per incontrare il ministro degli Esteri iraniano”. In un altro fine settimana di notizie non confermate e attese, sullo sfondo resta il ruolo del Pakistan, che vorrebbe cancellare l’etichetta che ha avuto per trent’anni di “fabbrica del terrore globale” guadagnandosi un posto d’onore in questi negoziati, ma che rischia di scivolare verso la definizione che gli ha dato ironicamente qualche giorno fa il ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar: il paese “dalaal”, un insulto che suona come “faccendiere”.
Secondo i retroscena dei media pachistani, i due giorni di silenzio da parte della leadership iraniana hanno reso molto inquieto il governo del Pakistan, che da settimane è alle prese con una crisi ben al di sopra delle proprie possibilità. La comunicazione pubblica di Islamabad cerca di mostrare l’esatto contrario: l’ufficio del primo ministro Shehbaz Sharif ha fatto sapere nei giorni scorsi di essere molto ottimista, perché quella di questa settimana era solo una “pausa tecnica” e che i canali diplomatici pachistani con i team tecnici americani e iraniani che sono rimasti a Islamabad sono stati per tutto il tempo attivi. Per Islamabad l’azzardo diplomatico non riguarda soltanto l’immagine: tra i paesi asiatici, è di gran lunga il più esposto al blocco di Hormuz, perché quasi il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio e una parte significativa di quelle di Gnl transitano attraverso lo Stretto. Dipendere dagli aiuti economici di Arabia Saudita e Cina inizia a essere particolarmente complicato per la leadership di Sharif, così come riuscire a tenere insieme la popolazione. Oltre all’economia in rovina e le periodiche catastrofi naturali (ieri il primo ministro ha dovuto presiedere una riunione per prepararsi all’emergenza della stagione dei monsoni), il Pakistan deve affrontare una recrudescenza del terrorismo islamico e il montare del sentimento anti israeliano e anti americano da parte della non trascurabile comunità sciita del paese. E’ anche per questo che il Pakistan è pronto a tutto pur di raggiungere un accordo, e pur di non perdere il ruolo di negoziatore/messaggero nelle grazie di Trump: secondo diverse fonti i funzionari pachistani hanno spesso presentato una versione eccessivamente edulcorata dei progressi negoziali agli Stati Uniti, rendendo difficile un’analisi chiara e realistica dei negoziati.
Non solo. Perché il ruolo più complicato da decifrare è quello nell’ombra, quello che accompagna da sempre l’ambigua diplomazia del Pakistan, che non è a Islamabad ma a Rawalpindi, il vero centro del potere militare pachistano. Trump ha definito più volte il capo supremo di tutte le Forze armate pachistane, Asim Munir, come il suo “generale preferito”. Secondo diverse ricostruzioni Munir ha sussurrato consigli alla Casa Bianca sin dall’inizio delle operazioni contro l’Iran, ma a Washington non tutti si fidano di lui. Il feldmaresciallo Munir, con alle spalle una lunga carriera a capo dell’Isi, i potentissimi servizi segreti militari pachistani, ha mediato nell’ombra per settimane, lasciando a Sharif il ruolo più pubblico, fino a quando – subito dopo i primi colloqui tra America e Iran falliti due settimane fa – non è volato di persona a Teheran. Secondo quanto riferito ufficialmente, durante i suoi giorni iraniani Munir sarebbe stato “in costante contatto” con la Casa Bianca, ma si parla già di doppi, tripli giochi, di un legame antico con i funzionari del Corpo dei guardiani della rivoluzione iraniano, e nessuno sa se il vero capo del Pakistan possa essere un alleato credibile per l’America. Nel frattempo, Islamabad resta blindata, gli hotel hanno bloccato le prenotazioni, in vista di un nuovo round di colloqui che al momento in cui questo giornale va in stampa nessuno sa se ci saranno davvero, o se sarà un’altra trovata per prendere tempo.