In Siria, Libia e Sahel, russi e americani hanno deciso di convivere

Gli uomini di Vladimir Putin si rafforzano a Tartus, nel Fezzan e in Africa. E Trump gli fa posto, senza troppi patemi

di
24 APR 26
Immagine di In Siria, Libia e Sahel, russi e americani hanno deciso di convivere
Lo scorso 15 aprile, le colonne degli ultimi blindati americani hanno abbandonato la base di Qasrak, la più grande della Siria. Per la prima volta da undici anni gli Stati Uniti non hanno più “boots on the ground” nel paese, proprio come auspicato più volte dal presidente americano Donald Trump. Coincidenza o no, il giorno dopo due navi russe sono comparse al porto siriano di Tartus, l’avamposto di Mosca sul Mediterraneo, la corvetta Stoikiy e la nave di rifornimento Yelnya. Non che fosse una novità assoluta, visto che Tartus non è mai stata abbandonata del tutto dai russi. Ma col passare dei giorni la loro presenza è diventata un’anomalia. Secondo le immagini satellitari, sia la Stoikiy sia la Yelnya sono rimaste ormeggiate allo stesso posto indicando che non si trattava di una semplice rotazione ma di una presenza in pianta stabile. “Delle decine di basi russe ne restano solamente due e stiamo cercando di trasformarle in centri di addestramento per le nostre forze”, aveva assicurato a un evento a Londra il presidente siriano Ahmed al Sharaa il 31 marzo scorso. La realtà, però, è un po’ più complessa. E’ vero che i russi hanno ridimensionato di molto la propria presenza in Siria – si stima al massimo un migliaio di uomini – e che la loro libertà di movimento è ridotta. Ma è anche vero che Mosca è il primo fornitore di greggio per Damasco, con quasi 60 mila barili al giorno consegnati dalla flotta ombra. Gli americani ne sono consapevoli, ma evidentemente Trump non vede come una minaccia diretta la concessione ai russi del porto di Tartus.
La strategia di Washington e Mosca segue un concetto chiaro e semplice: c’è posto per tutti, basta farsi un po’ più in là. In Libia se ne ha un’altra dimostrazione. In questi giorni, a Sirte, è in corso una grande esercitazione militare, Flintlock 26, che coinvolge 30 paesi diversi coordinati da Stati Uniti e Italia. Per l’Amministrazione Trump, queste operazioni militari sono un successo, un primo passo compiuto verso la creazione di un esercito unito tra est e ovest della Libia. Eppure, fonti locali hanno riferito ad Agenzia Nova che almeno una settimana prima dell’avvio dell’esercitazione, i russi hanno lasciato l’aeroporto di Qardabiya dove erano stanziati, proprio a ridosso di Sirte, per spostarsi a sud, a Jufra e Brak el Shati, nel Fezzan. Più a est, immagini satellitari hanno mostrato come la base aerea di al Khadim, usata dai mercenari degli Africa Corps e da Haftar, sia oggetto di lavori di allargamento degli hangar, per renderli adatti ai droni turchi Bayraktar, e per la costruzione di bunker sotterranei. Il nuovo slancio politico americano in Libia non risolve la questione della presenza russa nel paese e nessuno, nemmeno gli americani, solleva più la questione del ritiro degli Africa Corps, per il semplice fatto che Haftar non può in alcun modo farne a meno.
Proprio il fatto di avere mantenuto il controllo di queste basi nel sud della Libia ha permesso alla Russia di preservare avamposti strategici verso il Sahel, dove i mercenari di Mosca continuano ad assistere le giunte golpiste di Mali, Niger e Burkina Faso. Nell’ultimo anno, anche gli americani si sono prodigati per rientrare nella regione da cui erano stati malamente allontanati all’indomani dei colpi di stato. Ora Nick Checker, l’inviato del dipartimento di stato nel Sahel, fa il giro delle cancellerie dei paesi africani per convincerli che, visti i fallimenti ottenuti dai russi nella guerra contro i terroristi dell’Isis e di al Qaida, forse sarebbe meglio tornare a rivolgersi a Washington. Il mese scorso, alcuni funzionari americani hanno detto a Reuters che la giunta maliana è pronta a concedere agli americani il diritto di sorvolo per droni e aerei da ricognizione per raccogliere informazioni di intelligence. “La democrazia è sempre apprezzata, ma la nostra politica non è quella di interferire negli affari interni di altri paesi. Sono liberi di scegliere qualunque sistema sia appropriato per loro”, aveva detto a febbraio scorso al Monde l’uomo di Trump per il medio oriente e l’Africa, Massad Boulos. Secondo lo stesso principio, Washington non intende mettere i golpisti davanti a una scelta scomoda, “o con noi o con la Russia”. Piuttosto, l’approccio americano è quello di chi ha da offrire un servizio – protezione politica e militare, oppure contratti nel settore estrattivo – in un mercato in cui la concorrenza è ampia e di cui russi sono uno degli attori in gioco. Mentre gli americani tornavano a stringere le mani dei leader della regione, nei primi cinque mesi del 2025, gli Africa Corps hanno fatto arrivare in Mali, passando dal porto guineiano di Conakry, più armi e uomini per risollevarsi da un lungo periodo di insuccessi militari.