La Russia chiude Druzhba e smentisce la favola del “fornitore affidabile”

L’ennesimo scontro politico con cui il Cremlino, dopo essersi di nuovo offerto all’Europa come alternativa per il gas, mostra il suo vero volto. Il flusso di greggio kazako diretto in Germania vale il 2% dei consumi tedeschi

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23 APR 26
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 La Russia ha deciso unilateralmente di chiudere il rubinetto del petrolio kazako diretto in Germania. L’ennesimo scontro politico con cui il Cremlino, dopo essersi di nuovo offerto all’Europa come fornitore “affidabile” per il gas, mostra il suo vero volto.
Mosca ha infatti ordinato, a partire dal Primo maggio, lo stop ai flussi attraverso l’oleodotto Druzhba, che alimenta la raffineria Pck di Schwedt, alle porte di Berlino, ma che transita sul territorio della Federazione. A confermarlo è stato ieri il vicepremier russo, Aleksandr Novak, che ha parlato di non meglio precisate “possibilità tecniche” e ha aggiunto, con sarcasmo, che “i tedeschi hanno rinunciato al petrolio russo, quindi stanno bene”. Proprio nello stesso giorno in cui l’Ucraina ha completato le riparazioni al ramo Sud del Druzhba, in modo che il petrolio russo possa tornare a scorrere verso Ungheria e Slovacchia.
Va chiarito che la notizia, in sé, non rappresenta un terremoto energetico, né per l’Europa né per la Germania. Il flusso di greggio kazako che transita via Druzhba ha sostituito dal 2023 quello russo che passava attraverso lo stesso tubo e vale 43 mila barili al giorno, cioè il 2 per cento dei circa 2 milioni di barili che la Germania consuma quotidianamente (secondo i dati dell’Energy Institute). Volumi facilmente rimpiazzabili, con soluzioni già pronte dalla Polonia, via il porto di Danzica.
Ma la faccenda è politicamente più sottile e velenosa di quanto sembri. In primis, la raffineria Pck di Schwedt fornisce il 90 per cento di benzina, diesel, jet fuel e gasolio da riscaldamento alla regione di Berlino-Brandeburgo. Il petrolio kazako rappresenta il 17 per cento delle sue forniture e, di conseguenza, lo stop toglierà “virtualmente” circa il 15 per cento del carburante dell’area. Non a sufficienza per mandare in tilt Berlino, ma abbastanza da mettere sotto pressione Pck, un caso politico ormai aperto da anni in Germania. Nel settembre 2022 il governo tedesco mise sotto amministrazione fiduciaria la quota di Pck del gigante russo Rosneft (54 per cento) - che ne detiene ancora oggi la maggioranza - per evitare che Mosca controllasse un’infrastruttura energetica critica sul proprio suolo. A oggi Shell, che detiene il 37,5 per cento di Pck, sta attivamente cercando un compratore: potenziali acquirenti hanno guardato il dossier, ma poi si sono fermati davanti alla situazione legale e geopolitica. Così, di fatto, la raffineria sopravvive in un limbo proprietario, con 1.200 posti di lavoro appesi a un filo mentre perde un altro pezzo di approvvigionamento. Una situazione che ha reso Pck un bersaglio politico perfetto, ricordando alla Germania che il divorzio con la Russia non è stato mai ben completato, e neppure digerito.
Il flusso dell’oleodotto era già stato interrotto più volte dagli attacchi con droni ucraini alla sezione russa. Danni collaterali della guerra, comunque riparabili. Questa, invece, è una decisione politica deliberata, arrivata nel mezzo della crisi di Hormuz e poche settimane dopo che il Cremlino aveva offerto una “mano tesa” all’Europa. A marzo Vladimir Putin aveva dichiarato di esser pronto a tornare a fornire i clienti europei, a condizione di una cooperazione “di lungo termine”, e il 12 aprile il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva aggiunto altre parole concilianti, a cui sono seguite ieri parole di scherno. La smentita più ufficiale alla favola russa del “fornitore disponibile”.
Non che sia la prima volta. Nel 2021, mesi prima dell’invasione dell’Ucraina, Gazprom aveva ridotto i flussi di gas verso l’Europa come arma di ritorsione, rifiutando le vendite spot aggiuntive e lasciando semivuoti i propri stoccaggi europei. Quella stretta preparò il terreno alla crisi energetica del 2022, quando Gazprom ridusse, di nuovo unilateralmente, i flussi di gas con pretesti tecncici fino a chiudere del tutto i rubinetti del Nord Stream. Il copione di oggi è lo stesso. La Russia si dice disponibile a fornire energia all’Europa, ma appena questa è in difficoltà – allora per il gas, oggi per il petrolio – Mosca sfrutta le vulnerabilità europee per fare pressione politica. Perché la dipendenza energetica dell’Europa non dà alla Russia solo ricavi per finanziare la guerra in Ucraina, ma fornisce al Cremlino anche un’arma da puntare contro l’Europa.