L’Onu denuncia le falle di Irini sul traffico di armi in Libia

Il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite conferma l'inchiesta del Foglio: un carico di blindati proveniente dagli Emirati è stato fatto arrivare a Misurata e Bengasi dalla missione europea. A beneficiarne una milizia accusata di violazioni dei diritti umani. Il ruolo di Ahmed Gadalla, il trafficante di Saddam Haftar

di
22 APR 26
Immagine di L’Onu denuncia le falle di Irini sul traffico di armi in Libia

Un'operazione della missione Irini

Il rapporto diffuso lunedì dal Gruppo di esperti del Consiglio di sicurezza dell’Onu conferma l’inchiesta del Foglio pubblicata nell’agosto dello scorso anno che ha svelato un traffico di armi e gasolio tra gli Emirati Arabi Uniti e la Libia a bordo di una nave cargo denominata Aya 1. A capo di questo sistema di contrabbando che vìola l’embargo dell’Onu c’è Ahmed Alushibe, noto anche come Ahmed Gadalla, un ricco imprenditore di Bengasi attivo a Dubai e vicino a Saddam Haftar, vicecomandante generale e figlio del generale Khalifa. Gadalla ha sempre respinto ogni accusa, ma nel giro di alcuni mesi potrebbe essere sottoposto a sanzioni economiche. 
Le conseguenze potrebbero essere enormi per gli affari di Gadalla, che fino a due mesi fa aveva ancora in ballo nel suo nutrito portafoglio di investimenti anche uno studio di fattibilità con l’italiana Saipem per la costruzione della prima raffineria privata in Libia. Ma le conseguenze saranno importanti anche per gli Haftar, che si erano affidati all’imprenditore di Bengasi per ottenere armi e altri benefici attraverso una rete di traffici fra la Libia e gli Emirati, sponsor del governo dell’est della Libia.
L’indagine condotta dal Gruppo di esperti delle Nazioni Unite dimostra che le violazioni dell’embargo in Libia sono continue e arrivano da attori interni ed esterni al paese. Nel caso della nave Aya 1, il documento dell’Onu formula anche accuse molto gravi nei confronti della missione aeronavale dell’Unione europea Irini, che, con un budget di oltre 16 milioni di euro e un mandato in scadenza a marzo del prossimo anno, ha tra i suoi principali obiettivi quello di sorvegliare sul rispetto dell’embargo in Libia. L’operazione “ha fallito nell’attuare il suo mandato”, recita ora il rapporto a proposito dell’Aya 1, “non ha intrapreso le misure necessarie per identificare il materiale bellico” a bordo e non ha bloccato il traffico di armi. Una “svista” grave, che ha finito per avvantaggiare, tra le altre, anche una milizia accusata dall’Onu di violazioni dei diritti umani, la Katiba 55, oltre che – secondo quanto risulta al Foglio – le Rapid Support Forces sudanesi, responsabili di crimini contro l’umanità in Darfur e beneficiarie finali dei pick-up blindati.
L’inchiesta pubblicata l’anno scorso aveva scoperto che la portacontainer Aya 1, salpata dal porto emiratino di Jebel Ali il 1° luglio e diretta a Bengasi, era stata fermata per un’ispezione nel Mediterraneo al largo di Derna, nella Libia orientale, da alcune fregate della missione Irini, una greca e una italiana, su segnalazione dell’intelligence americana. La nave apparteneva – e appartiene ancora, seppure con un nome diverso, Zulfa 1, cambiato poco dopo la pubblicazione della nostra inchiesta – alla UDS Shipping Services LCC di proprietà di Gadalla. Il 27 luglio, l’Aya 1 è stata condotta nel porto greco di Astakos per essere ispezionata. Secondo la stampa ellenica, ufficialmente la nave dichiarava di trasportare “cosmetici, sigarette e materiale elettronico”. Lo stesso Gadalla, contattato telefonicamente dal Foglio, aveva dichiarato che la nave non portava alcun genere di armi. Il rapporto dell’Onu invece ora conferma che a bordo sono stati identificati in totale 240 pick-up, di cui 86 blindati, diretti in Libia. Si tratta di vari modelli di Toyota, solitamente usati per montare mitragliatrici e mezzi prediletti dalle milizie libiche e sudanesi. L’Onu definisce quei pick-up “equipaggiamento militare” la cui consegna costituisce una violazione dell’embargo.
Ed è qui che il ruolo di Irini diventa oscuro. Nonostante questi armamenti fossero stati scoperti a bordo, l’Aya 1 è stata autorizzata dalla missione europea a riprendere la navigazione, come nulla fosse. Il Foglio aveva pubblicato la lettera firmata dall’allora comandante della missione, il contrammiraglio italiano Valentino Rinaldi, in cui si ringraziava il capitano e il proprietario della nave per la “gentile collaborazione” offerta durante l’ispezione. La lettera, indirizzata all’UDS Shipping Services LCC, ci era sta fornita direttamente da Gadalla, che intendeva così dimostrarci la propria innocenza, ma che invece dimostrava la sua diretta responsabilità sull’Aya 1. Nella missiva Irini non dichiarava in alcun passaggio che a bordo non ci fossero armi, ma chiedeva di fare rotta verso Tripoli, sede dell’unico governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale. Avevamo chiesto chiarimenti alla Commissione europea, che attraverso il Servizio di azione esterna supervisiona Irini, sul perché fosse stato concesso alla nave di continuare il suo viaggio, nonostante a bordo fosse stato trovato equipaggiamento militare. Un portavoce ci aveva risposto per iscritto, dichiarando che la nave era stata lasciata andare “in conformità con le esenzioni in vigore all’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite”. In effetti esistono deroghe all’embargo imposto in Libia, ma nel rapporto gli esperti dell’Onu smentiscono la versione che ci aveva fornito l’Ue: “Nessuna richiesta di esenzione dall’embargo sulle armi era stata approvata prima del trasferimento. Pertanto, il trasferimento è stato effettuato in violazione del paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011)”. In poche parole, una nave con a bordo “equipaggiamento militare” è stata lasciata arrivare a destinazione dalla missione europea che, invece di sorvegliare sull’embargo, ha addotto motivazioni infondate pur di lasciarla partire.
Ma c’è di più. Secondo la ricostruzione del Foglio, alla base della decisione di fare ripartire la nave c’era stata una lunga trattativa condotta in segreto fra Bruxelles, il governo greco nella persona del premier Kyriakos Mitsotakis, gli Emirati Arabi Uniti e le autorità libiche dell’est e dell’ovest. Preoccupato dal flusso eccezionale di migranti partiti dalla Libia e diretti sulle coste di Creta, la Grecia ha tentato di non fare uno sgarbo a Haftar e, per evitare ritorsioni, ha preferito il male minore: fare rapporto all’Onu attraverso Irini ma autorizzare lo stesso la consegna.
Contrariamente a quanto richiesto, l’Aya 1 non ha scaricato il materiale a Tripoli, bensì a Misurata, dove ha attraccato il 4 agosto. Come riportato dal rapporto e anticipato dalla nostra inchiesta, parte del carico illegale è stato scaricato qui su esplicita richiesta scritta del premier di Tripoli, Abdulhamid Dabaiba, datata 6 maggio ma con diverse irregolarità evidenziate dagli esperti riguardo ai destinatari del materiale. Sono stati in totale 209 i veicoli sbarcati a Misurata, mentre il resto del carico è finito ugualmente a Bengasi (il 7 agosto), in violazione delle indicazioni europee. Di quelli sbarcati a Misurata, spiega il rapporto dell’Onu, 26 veicoli sono finiti alla Katiba 55, “un gruppo armato con base a Warshefana, che ha violato il diritto internazionale in materia di diritti umani nel centro di detenzione di al Maya”. Quella di al Maya è una delle carceri più note nel paese per la detenzione dei migranti e per le violenze a cui questi erano sottoposti.
Oltre al traffico di armi, il panel ha confermato anche la parte dell’inchiesta del Foglio che si riferiva al ruolo di Gadalla nel traffico di gasolio dalla Libia agli Emirati Arabi Uniti. Sempre l’Aya 1 si è resa responsabile di un carico illegale di gasolio avvenuto lo scorso marzo a Tobruk e diretto negli Emirati Arabi Uniti di cui avevamo riferito con prove fotografiche. Il trasporto è avvenuto, secondo il panel, con delle sacche flessibili nascoste all’interno di 22 container. Anche in questo caso, Gadalla aveva smentito ogni accusa.