Da Patel a Gabbard. La stagione dei dilettanti trumpiani vacilla

Il numero uno dell'Fbi teme di essere il prossimo nel giro di vite che ha coinvolto il dipartimento di giustizia, mentre la direttrice dell’intelligence è messa ai margini per le sue posizioni isolazioniste, e per farsi notare si lancia in indagini sempre più bizzarre. Ma è presto per pensare che torneranno funzionari apolitici e competenti

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21 APR 26
Ultimo aggiornamento: 11:08 AM
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Foto ANSA

La stagione dei dilettanti trumpiani forse è finita? Così sembra, almeno nelle fila dell’intelligence. Già lo scorso dicembre 2025, l’ex podcaster e poliziotto Dan Bongino aveva gettato la spugna come vicedirettore dell’Fbi per tornare al mondo dei prodotti mediatici personalistici da cui proveniva, perché clamorosamente inadeguato a un ruolo che richiedeva una certa perizia operativa, qualità posseduta dal suo sostituto Andrew Bailey, ex procuratore generale del Missouri. Anche il suo capo ha seri problemi e non da pochi mesi: Kash Patel con il suo background anche lui ex podcaster come Bongino, è finito nel mirino dei media sin dal tempo dell’assassinio di Charlie Kirk lo scorso settembre 2025 quando venne evidenziato il suo uso intensivo dei jet privati e le sue conferenze stampa a favor di telecamera dove evidenziava “scritte pro trans” nelle pallottole sparate dal potenziale omicida, quando invece si trattava della marca dei bossoli. Poi lo scorso 17 aprile è arrivato un lungo articolo del magazine “The Atlantic” dove si evidenziano comportamenti a dir poco bizzarri del direttore. Un esempio su tutti: il 10 aprile, avendo una piccola difficoltà a loggarli al sistema operativo dell’agenzia, ha temuto di essere stato licenziato e aver perso gli accessi. Così ha chiamato freneticamente i suoi collaboratori annunciando il suo licenziamento con toni concitati e “dando di matto”. Tanto che la stessa Casa Bianca, attraverso uno staffer, gli ha dovuto comunicare che era ancora in carica. E questo arriva dopo che, da diverse settimane, Patel teme di essere il prossimo nel giro di vite che ha coinvolto il dipartimento di giustizia con il licenziamento della procuratrice generale Pam Bondi. E a volte mitiga questa paranoie con momenti di eccessive bevute, da lui smentite categoricamente con un messaggio online categorico: “Stampate l’articolo, è tutto falso: ci vediamo in tribunale, portatevi il libretto degli assegni”.

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Difficile però smentire altri comportamenti, come la sua facilità a saltare alle conclusioni nelle investigazioni senza avere le prove con cui giustificare le sue affermazioni, ma anche le sue numerose assenze ingiustificate sul posto di lavoro. Ed ecco che qualche giorno dopo è arrivato il suo ricorso: nella mattinata di lunedì gli avvocati di Patel hanno presentato in tribunale una richiesta di risarcimento monstre di 250 milioni per essersi “rifiutati” di rettificare ben diciannove “insinuazioni” diverse. Nello stesso documento ci sono poi elementi tipici di un qualsiasi comunicato stampa della seconda amministrazione Trump, con statistiche sul crimine e sulle catture dei fuggitivi. Ma dal giornale fanno sapere che le insinuazioni degli avvocati sono senza fondamento e le accuse nei confronti di un direttore che, nelle parole di diversi agenti che hanno parlato sotto anonimato, rappresenta un problema di “sicurezza nazionale”.
Non è al sicuro nemmeno Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence, che da mesi è messa ai margini per le sue posizioni isolazioniste occultate dalle sue generiche affermazioni di “sostegno al presidente Trump”. Per farsi notare, si lancia in indagini sempre più bizzarre: prima sulle “elezioni rubate nel 2020” sulle quali però non è emerso nulla di rilevante al di là dello strombazzamento iniziale. Il 13 aprile ha presentato un’altra iniziativa tesa a dimostrare che “l’impeachment del 2019” era basato su “prove artefatte”. Tutte le prese di posizione sono atte a compiacere il presidente e a evitare il licenziamento ritenuto ormai imminente, così come anche Patel, al di là del contenzioso con The Atlantic, è ritenuto giustamente a rischio. Anche se molto diversi, i due esponenti trumpiani hanno in comune l’incompetenza e lo scopo della loro presenza: purgare le agenzie dagli elementi ritenuti membri del “Deep State” che avrebbero sempre cospirato contro Trump. Impresa che, al di là della salva di licenziamenti iniziali di esperti settoriali su Russia e altri elementi sgraditi, non è andata da nessuna parte. Questa prospettiva però non deve far pensare che torneranno funzionari apolitici e competenti: l’esempio è quello del già citato Bailey, che quando era in Missouri era un trumpiano di ferro che però ha un pregio: cerca di combattere per la causa con gli strumenti del diritto e non con le conferenze stampa chiassose e i comunicati dai toni enfatici. Caratteristiche che saranno proprie dei loro sostituti, presto o tardi.