L’altro ieri il leader nordcoreano Kim Jong Un e sua figlia tredicenne Ju Ae hanno supervisionato il lancio di un missile superficie-superficie chiamato Hwasong-11 Ra, armato con bombe a grappolo. Mentre la Corea del nord intensifica i suoi test missilistici – che da tempo ormai non sono più soltanto test, ma dimostrazioni di forza militare e tecnologica – sin dall’inizio dell’anno la Bielorussia ha intensificato le sue attività militari, aumentando anche il coordinamento con quelle russe. Secondo diversi osservatori, non è un caso se il regime di Pyongyang, che dal 2024 fornisce alla Russia armamenti e uomini per la sua guerra contro l’Ucraina, ha iniziato un avvicinamento anche con il regime di Minsk.
Dopo un periodo di relativa quiete, nelle ultime settimane la Corea del nord ha intensificato i lanci missilistici: la scorsa settimana Kim Jong Un ha assistito al lancio di due missili da crociera strategici e di tre missili antinave dal suo cacciatorpediniere da cinquemila tonnellate, il Choe Hyon, presentato per la prima volta l’anno scorso. Pochi giorni prima, il regime di Pyongyang aveva condotto tre giorni consecutivi di lanci di missili balistici equipaggiati con bombe a grappolo e altri nuovi sistemi d’arma elettronica non meglio specificati. A fine aprile il dittatore nordcoreano aveva supervisionato il test di terra di un nuovo motore a razzo a combustibile solido realizzato con materiali in fibra di carbonio, pensato per i missili a lungo raggio, e quindi in grado di raggiungere anche il territorio degli Stati Uniti. Il lancio missilistico di ieri, il secondo per bombe a grappolo, le stesse che lanciate dall’Iran in alcuni casi hanno bucato le difese aeree israeliane, ha allarmato la comunità internazionale: il Regno Unito ha condannato il lancio e “l’ennesima violazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite”, che impedisce teoricamente alla Corea del nord di lanciare missili balistici.
Ma per la leadership nordcoreana il tempo dell’isolamento, non solo diplomatico ma anche politico, è finito. La protezione che gli arriva dalla Russia e il sostegno della Repubblica popolare cinese sono sufficienti a Kim Jong Un per continuare a rafforzare il suo arsenale, adattandolo alla capacità bellica moderna che osserva e sperimenta sul campo. Era solo questione di tempo prima che il Cremlino connettesse la Corea del nord all’altro suo junior partner, la Bielorussia. Meno di un mese fa Minsk e Pyongyang hanno firmato un trattato di “amicizia e cooperazione”, durante la prima visita del leader Aljaksandr Lukashenka nella capitale nordcoreana. Fino ad allora i rapporti tra i due paesi sembravano per lo più simbolici, ma i movimenti sembrano indicare una istituzionalizzazione del coordinamento tra due paesi sanzionati e allineati con Mosca. Una settimana fa, durante una telefonata di Lukashenka con il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, per la prima volta i due leader hanno parlato di un “nuovo formato trilaterale”, e hanno individuato “diverse aree promettenti di cooperazione” fra Mosca, Minsk e Pyongyang.
La principale vittima di questa nuova geografia delle alleanze è, come sempre, l’Ucraina di Volodymyr Zelensky. Venerdì scorso il presidente ucraino ha avvertito che nel territorio bielorusso, lungo il confine settentrionale, l’intelligence ucraina ha notato la costruzione di nuove strade e postazioni di artiglieria, movimenti che sarebbero compatibili con un nuovo tentativo della Russia di coinvolgere di nuovo Minsk nella sua guerra contro Kyiv. Lukashenka però continua ad avere un dialogo diretto con la Casa Bianca tramite l’inviato di Trump John Coale: ieri il dittatore bielorusso ha detto di non escludere un incontro col presidente americano una volta che sarà pronto un “grande accordo” tra i due paesi. Ancora una volta sono gli ucraini ad avere il quadro completo delle alleanze e dei movimenti dei regimi che fanno la guerra a Kyiv ma intanto lavorano per destabilizzare l’intero occidente.
Il caso nordcoreano è emblematico: mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sull’Iran, il fallimento dei primi colloqui diretti sulla denuclearizzazione fra Stati Uniti e Corea del nord – quelli voluti dal presidente americano Doanld Trump fra il 2018 e il 2019 – ha al contrario portato al rafforzamento della capacità nucleare di Pyongyang. Qualche giorno fa il direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica, Rafael Grossi, durante una conferenza stampa a Seul ha detto che l’agenzia sta rilevando “un aumento significativo delle capacità della Corea del nord nel settore della produzione di armi nucleari, stimata in alcune decine di testate”, confermando l’aumento delle attività nel complesso nucleare di Yongbyon e “l’attivazione di impianti nucleari in altre località”. Poche ore dopo, era stato il ministro dell’Unificazione sudcoreano Chung Dong-young a svelare il nuovo potenziale sito nucleare nordcoreano, che sarebbe stato identificato a Kusong, alimentando i sospetti su una rete più ampia e meno visibile del programma atomico nordcoreano. Dopo quella rivelazione, la Casa Bianca aveva fatto trapelare di essere pronta a interrompere la condivisione d’intelligence con Seul se fossero stati resi pubblici altri dettagli sul programma nucleare nordcoreano.