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Le elezioni in Venezuela, l'Iran, la libertà e il ritorno a casa. Parla María Corina Machado
"In Venezuela è tempo di elezioni libere: tornerò molto presto. Iran? Il diritto internazionale non può essere al servizio dei tiranni". E poi Trump, Meloni, Sánchez, il Papa. Intervista esclusiva al premio Nobel per la Pace 2025
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17 APR 26
Ultimo aggiornamento: 01:49 PM

foto Getty
María Corina Machado, leader dell’opposizione democratica venezuelana, dopo un incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha parlato con il Foglio della situazione ancora critica nel suo paese, dei progressi sul fronte dei diritti civili dopo l’intervento militare degli Stati Uniti che ha portato all’arresto del dittatore Nicolás Maduro, delle riforme attuate dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez per tentare di salvare il regime, della politica estera di Donald Trump e dello scontro con Papa Leone XIV, oltre che della tabella di marcia verso la transizione democratica. Il premio Nobel per la Pace nella sua visita alla redazione del Foglio è molto solare e ottimista, manifesta anche un certo entusiasmo sul futuro del Venezuela nonostante la situazione ancora molto critica. Annuncia il suo ritorno a Caracas, anche se non rivela quando, e dice che i tempi sono maturi per preparare il ritorno al voto: “E’ il momento di passare a un calendario elettorale per avere le elezioni libere e regolari che non abbiamo avuto in Venezuela negli ultimi vent’anni”.
Machado è impegnata in un tour istituzionale in Europa. E’ stata in Olanda, Francia e Italia, dove ha incontrato i rispettivi capi di governo Rob Jetten, Emmanuel Macron e Meloni, mentre oggi sarà in Spagna dove però non incontrerà il premier Pedro Sánchez perché, dice, “non è il momento giusto”. Da tempo i rapporti tra socialisti spagnoli e opposizione venezuelana, anche per la vicinanza al regime dell’ex premier Zapatero, sono tesi. Con Meloni, invece, sono ottimi: “Le ho detto, e voglio dirlo a tutti gli italiani, quanto siamo grati per il sostegno enorme che abbiamo ricevuto in tutti questi anni. Ci sono grandi legami tra le nostre due nazioni. Migliaia e migliaia di italiani hanno trovato in Venezuela, nel corso dei decenni, una nuova casa. E molti venezuelani sono tornati in Italia per le condizioni orribili del nostro paese. L’ho ringraziata per il sostegno al popolo venezuelano e anche per come difende i valori occidentali in questi tempi difficili”.
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Quando Machado è fuggita dal Venezuela, a dicembre 2025, per ritirare il premio Nobel, Maduro regnava indisturbato. Poche settimane dopo, il 3 gennaio, gli Usa con un blitz arrestano il dittatore e lo portano in un tribunale a New York. Da allora sono passati poco più di cento giorni e al potere c’è la sua vice, Delcy Rodríguez. Viene da chiedersi se sia realmente cambiato qualcosa. “Il Venezuela è cambiato significativamente”, dice Machado.
Ovviamente c’è ancora il regime criminale al potere, e certamente le condizioni delle istituzioni democratiche sono le stesse. Il nostro paese è all’ultimo posto mondiale nella classifica sullo stato di diritto, al 143° posto su 143 paesi classificati. Ma questi sono processi che hanno bisogno di tempo per costruire di nuovo le istituzioni democratiche, per prendere il controllo del territorio e cacciare fuori dal paese queste rete criminali, inclusa la presenza di agenti del regime russo o iraniano, gruppi come Hezbollah e Hamas che operano liberamente in Venezuela. Per questo serve tempo”. Ma non vuol dire che tutto sia come prima. “Dal punto di vista della democrazia e della libertà, stiamo iniziando a vedere segnali che mostrano che le persone stanno iniziando a riconquistare spazi. Iniziano a riunirsi, prima nelle chiese, poi tra le pareti delle prigioni, poi nelle strade e nelle università. Stiamo iniziando a vedere di nuovo persone uscire ed esprimere la loro opinione dopo mesi e mesi di terrore”.
Delcy Rodríguez ha realizzato, sotto la pressione dell’Amministrazione Trump, due importanti riforme che fino a poco tempo fa erano impensabili per la storia del regime chavista: l’amnistia, che ha liberato molti prigionieri politici; e la nuova legge sugli idrocarburi, che ha aperto il settore petrolifero ormai disastrato ai privati e agli investimenti esteri. Ma quello di Delcy non è un impulso riformatore autonomo e autentico, sostiene Machado. “Tutto ciò che ha fatto è perché è stata costretta (dagli Stati Uniti, ndr), non perché voglia aprire il Venezuela o portare la democrazia nel paese. Il 3 gennaio sono stati sconfitti, c’è stato un segno chiaro che la giustizia arriverà in Venezuela. Progressivamente hanno cominciato a smantellare la struttura repressiva, la struttura corruttiva e la struttura criminale. Stiamo assistendo a passaggi molto importanti: oltre 600 prigionieri politici sono stati liberati dalle carceri, ma ci sono ancora 485 persone in prigione. L’amnistia è stata applicata in maniera assolutamente discrezionale, la danno a chi vogliono e non ad altri, senza alcuna spiegazione. Sono i primi passi nello smantellamento della struttura repressiva, ma le persone già lo sentono. E’ come una grande diga piena di energia in cui è stata aperta una piccola breccia... Non c’è modo di tornare indietro. Le persone sono determinate a vivere in libertà, sono determinate a portare la giustizia, vogliamo che i nostri bambini tornino a casa”.
Un tema rilevane è quando Machado tornerà a casa e in che condizioni, se in libertà e con agibilità politica o se con il rischio di essere arrestata, perché l’amnistia esclude alcuni reati di cui è a volte accusata da esponenti del governo. “Sono stata accusata di tutto dal regime – dice Machado – perché abbiamo mobilitato e unito un paese per la libertà, per la democrazia, per le nostre famiglie, per i nostri figli. Ma il regime non ha paura di me, ha paura delle persone. Sanno che i venezuelani non sono più divisi, ma sono uniti. Non c’è un altro paese nella regione, forse nel mondo, che sia così coeso come lo è la società venezuelana. Più dell’80 per cento dei venezuelani vuole la stessa cosa: che questo regime criminale se ne vada, così possiamo lavorare duro per avere una nazione che vive in pace, giustizia e opportunità per tutti. Ci sono circa 9 milioni di venezuelani che sono stati forzati a fuggire dal paese. La maggior parte di loro vuole tornare. Anche qui in Italia ho trovato persone nelle strada che mi dicono piangendo ‘voglio tornare’. Ma non torneranno mentre ci sono gli stessi criminali che li hanno perseguitati e torturati. Quindi dobbiamo andare avanti. So che mi minacciano, che se tornerò verranno contro di me, ma alla fine è il mio dovere, è la mia responsabilità accompagnare la nostra gente in quest’ultima fase di una lotta molto lunga”. Ma Machado ancora non vuole indicare una data per il rientro in patria. “Il Venezuela sarà libero e sarò a casa molto presto, appena ho realizzato alcuni dei miei obiettivi fissati quando ho deciso di uscire dal paese con un rischio molto alto. Da più di dodici anni avevo un divieto di uscire dal paese e volevo incontrare persone che fossero visionari, leader mondiali nella politica, nei media, nel settore privato, nella finanza, nella cultura e nell’accademia, persone come Giorgia Meloni che rappresentano un riferimento dei valori che condividiamo. Quando ho finito questi obiettivi, tornerò a casa”.
Il rientro di Machado è, ovviamente, un evento politico che va negoziato con Washington e con Caracas, quindi in una certa misura serve l’apertura di un canale di dialogo con il regime. “Abbiamo molte informazioni da parte di persone che ci contattano, persone vicine al regime che capiscono che questo processo è senza ritorno. Capiscono che non ci arrenderemo mai fino a quando non avremo abbiamo tutta la democrazia e tutta la libertà. Ma non abbiamo parlato con quelli al potere ora e non sul mio ritorno”.
Il segretario di stato americano Marco Rubio, con cui Machado ha un rapporto politico stretto, ha descritto per il Venezuela un processo in tre fasi. La stabilizzazione, che già è stata ottenuta. La ripresa economica, che è iniziata (la produzione petrolifera è aumentata e il Fmi prevede per quest’anno una crescita del 4 per cento del pil). Infine la transizione democratica, ma non è chiaro quando quest’ultimo passaggio avverrà, se sotto questa Amministrazione statunitense o sotto la prossima. “Come ha detto il segretario di stato, queste tre fasi non sono sequenziali ma possono sovrapporsi. Pochi giorni fa Marco Rubio ha detto che la prima fase è già completata, che la seconda fase è in corso e ha una dimensione di recupero economico e un’altra di ricostruzione democratica. E questo sta già succedendo, i prigionieri politici vengono liberati, per la prima volta i giornalisti iniziano a parlare di cosa sta davvero succedendo nel paese e le persone vanno nelle strade, solo l’ultimo settimana abbiamo avuto più di 150 attività pubbliche con centinaia di persone che stavano insieme. Questo era impensabile pochi mesi fa. Quindi, ora è il momento di andare verso un calendario elettorale per avere quelle elezioni libere e regolari che non abbiamo avuto negli ultimi 20 anni. Dobbiamo avere un nuovo Consiglio elettorale e dobbiamo dare l’opportunità ai venezuelani che vivono all’estero di registrarsi per poter votare e questo occuperà alcuni mesi, ma dobbiamo iniziare subito a prepararci per questo processo”.
Sembra però che Trump si trovi molto bene con Delcy Rodríguez al potere che esegue tutti i suoi ordini. Il rischio è che per la Casa Bianca vada tutto bene così com’è e che la transizione democratica venga rinviata al futuro. “Ma questa situazione non è sostenibile – risponde il premio Nobel per la Pace venezuelano – perché più dell’80 per cento della popolazione vuole vivere in libertà e vuole che la sua volontà sia rispettata. Abbiamo avuto un’elezione nel 2024 che abbiamo vinto in maniera schiacciante. E allo stesso tempo c’è un paese dove l’86 per cento della popolazione vive in povertà, in una nazione che ha le riserve di petrolio più grandi del mondo. I nostri figli vanno a scuola solo due volte a settimana perché i professori vengono pagati solo un dollaro al giorno. Questo non è sostenibile. Il potenziale del Venezuela sull’energia, per esempio, richiede investimenti per oltre 150 miliardi di dollari, quale azienda petrolifera metterà miliardi di dollari in un paese dove non c’è il rispetto della legge?”.
Machado, con una decisione molto criticata, aveva scelto di donare la sua medaglia d’oro che simboleggia il premio Nobel per la Pace a Donald Trump per avere liberato il Venezuela da Maduro, ma dopo la guerra in Iran Trump merita ancora quel dono? Machado non risponde direttamente, si concentra sulle sofferenze delle vittime del regime degli ayatollah. “Guardate, per 50 anni gli iraniani hanno sofferto persecuzioni, uccisioni, tortura e sparizioni. Noi abbiamo sofferto questo per 27 anni. Credo che il mondo debba far sentire la sua voce. Ieri ero in comunicazione con il fratello di Narges Mohammadi, il premio Nobel per la Pace, lei è sparita in Iran il 12 dicembre 2025. E’ in prigione, ha avuto un infarto in prigione, la sua salute è in condizioni estreme e il mondo chiede la sua liberazione perché ha combattuto per le donne e per la libertà. Quindi è il momento che il mondo capisca quando una nazione, un paese, un popolo chiedono il sostegno della comunità internazionale. Il diritto internazionale deve essere al servizio delle persone e non al servizio dei tiranni. E questo è ciò che abbiamo riconosciuto in Venezuela dopo 27 anni in cui abbiamo spiegato come era costruito questo conglomerato criminale e che avevamo bisogno di tagliare il flusso che veniva da droghe, dal mercato nero del petrolio, dal contrabbando di oro, armi e persone. Questo doveva essere fermato e finalmente è successo il 3 gennaio. Questa è una cosa che la storia riconoscerà. Le persone in Venezuela l’hanno già fatto”.
Machado non ha incontrato Papa Leone XIV in questo viaggio, “l’ho incontrato a gennaio ed è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita”. Proprio per questo suo legame anche spirituale con il Pontefice, le chiediamo cosa pensi degli attacchi di Trump a Papa Leone. “Come cattolica penso che il Papa deve parlare coraggiosamente su ciò che crede sia giusto e ciò che crede che sia la verità. A volte noi politici abbiamo punti di vista diversi e parte della sfida in un paese come il Venezuela, che è principalmente cattolico, è anche allinearsi a volte alle decisioni difficili che i politici devono fare”. Anche perché la Chiesa cattolica è secondo il regime chavista dalla parte dell’opposizione. “In Venezuela la Chiesa cattolica è dalla parte del popolo, della verità e della giustizia. Ed è dalla parte della vita. Quando ho girato il paese creando questo movimento, nelle piccole città i parroci si univano, le campane suonavano e le suore venivano con i rosari. Ho più di settemila rosari che mi sono stati donati da persone in tutto il paese. Perché la nostra battaglia in Venezuela va oltre la lotta politica, è una battaglia esistenziale, una battaglia spirituale per il bene e sappiamo che, nelle mani di Dio, ce la faremo. Il Venezuela sarà libero, riuniremo le nostre famiglie e avremo una nazione orgogliosa, libera e prospera per i decenni a venire”.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali