Hegseth attacca i giornalisti “farisei”, ripete slogan di guerra e cerca di non perdere il lavoro

La guerra dentro il Pentagono c’entra poco con l’Iran. L’ira del segretario alla Difesa, che oscura la complessità del conflitto mentre i militari provano a riportare chiarezza su una guerra meno lineare di quanto raccontato.

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17 APR 26
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Il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, con il generale Dan Caine e l'ammiraglio Brad Cooper

E’ con un certo sollievo che, alle conferenze stampa settimanali con cui il Pentagono aggiorna sullo stato della guerra contro l’Iran, ritroviamo anche i comandanti militari. Se ci fosse soltanto Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, sapremmo solo che l’America sta vincendo, che le bombe americane possono distruggere tutto, infrastrutture, siti nucleari, civiltà, e che anche il blocco dello Stretto di Hormuz “si può fare ogni giorno”, all’infinito, fino a che è necessario (ma se si è già vinto, cos’è necessario?). E, se ci fosse solo Hegseth a spiegarci torvo questa operazione militare, saremmo anche convinti che se è tutto un po’ confuso e disorientante, la colpa è di chi racconta la guerra, cioè dei media, ieri diventati “i farisei”, perché ormai sono tutti teologi, nell’Amministrazione Trump. 
Hegseth ha ripetuto le solite dichiarazioni sulla forza americana, sulla leadership iraniana in grande crisi, sul blocco dello Stretto di Hormuz imperituro (il generale Dan Caine, sul palchetto con lui e con l’ammiraglio Brad Cooper, ha precisato che il blocco non è un blocco), ha detto che la Cina ha assicurato all’America che non sta mandando armi all’Iran – e l’America si fida, così come crede che la Russia non stia dando un aiuto strategico a Teheran – e ha coniato lo slogan settimanale, siamo “locked and loaded”, pronti e carichi, a “finire il lavoro” in Iran, ma il suo messaggio principale, quello a cui tiene di più, è quello contro i giornalisti “farisei”. Hegseth ha accusato la stampa di essere costantemente negativa nei confronti dell’Amministrazione Trump, nonostante “il successo storico e importante” in Iran – “A volte è difficile capire da che parte stanno effettivamente alcuni di voi”, ha aggiunto – e poi si è lanciato in una lunga analogia biblica, descrivendo i farisei (i giornalisti) come “élite autoproclamate del loro tempo” che “hanno assistito a un miracolo” ma hanno cercato di “spiegare la bontà nel perseguire la loro agenda”. La “stampa tradizionale che odia Trump”, come i farisei, ha detto, è “calibrata soltanto per contestare”. Mentre parlava, i social erano pieni del video di una preghiera che aveva tenuto al Pentagono il giorno precedente in cui citava Ezechiele, al quale è stato sovrapposto il famosissimo monologo di Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, che cita appunto Ezechiele ma lo inventa (la versione di Hegseth sembra una versione nuova, né Tarantino né la Bibbia), e naturalmente c’è Trump che prima si disegna con l’AI come Dio-dottore e poi mentre abbraccia Gesù (gli iraniani hanno generato un altro video con l’AI in cui Gesù arriva alle spalle di Trump assieme alle aquile americane e lo colpisce buttandolo nelle fiamme dell’inferno: non si intravede l’exit strategy nemmeno dalla diplomazia fatta con l’AI).
E’ una consuetudine per Hegseth dedicare una buona parte di questi incontri settimanali al fatto che non è la guerra il problema, ma come i media la raccontano. Poi, per fortuna, ci sono i militari con lui, che spiegano come funziona il blocco-che-non-è-un-blocco dello Stretto di Hormuz, quali mezzi sono impegnati, quanto è difficile farlo funzionare (“è come guidare un’auto sportiva nel parcheggio di un supermercato pieno di bambini nel weekend”) e che la pressione navale va di pari passo con la diplomazia – il generale pachistano Asim Munir ieri era a Teheran: si sta negoziando un prolungamento del cessate il fuoco. Anche Caine e Cooper hanno iniziato ad adottare un vocabolario e una comunicazione più cinematografici, ma mantengono anche la chiarezza tecnica che serve a orientarsi in una missione navale invero complessa. Hegseth quel contegno lo ha perso, e molti dicono che sia così torvo non tanto per come viene raccontata la guerra sui media, ma per quel che i media scrivono su di lui e sulla sua gestione del Pentagono. Faide interne, in particolare con il sottosegretario all’Esercito, Dan Driscoll; licenziamenti improvvisi di militari di carriera che o non sono d’accordo con lui o sono troppo d’accordo con Driscoll, che è un compagno di scuola del vicepresidente J. D. Vance, parecchio blindato potremmo dire; promozioni negate non per questioni di merito o di disciplina, ma perché ci sono troppi neri o troppe donne tra i promuovibili, e via così, di miseria in miseria. Sembra che però il problema principale di Hegseth, la ragione di tanta furia, sia la paura di perdere il posto: propaganda a parte, la guerra non sta andando come la Casa Bianca se la immaginava, e Trump sembra sempre più insofferente – oltre che ammattito – e lo sanno tutti che ha il licenziamento facile: basta un inciampo, o peggio un segnale di debolezza, che si viene estromessi. Hegseth lo sa, e sa anche che con tutta probabilità la sua cacciata sarebbe accolta con una festa al Pentagono organizzata da chi resta.