Ieri la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa nel caso di Xu Zewei, il cittadino cinese arrestato a Malpensa nel luglio 2025 su richiesta degli Stati Uniti, confermando il via libera all’estradizione già disposto dalla Corte d’Appello di Milano a gennaio.
Con la pronuncia della Cassazione si esaurisce il percorso giudiziario. Da questo momento, l’eventuale consegna di Xu alle autorità americane diventa una decisione politica, nelle mani del governo Meloni e del ministro Nordio.
I giudici milanesi, nella decisione del 27 gennaio scorso, avevano ritenuto fondate le accuse americane – hacking e frode informatica – escludendo che si trattasse, come sostenuto dalla difesa, di un reato politico mascherato. Erano state inoltre respinte le obiezioni legate al rischio di trattamenti sproporzionati negli Stati Uniti. Xu Zewei, secondo l’indictment del Dipartimento di Giustizia americano, sarebbe coinvolto in attività di intrusione informatica legate a operazioni di spionaggio tecnologico e industriale, riconducibili – secondo Washington – a strutture collegate al ministero della Sicurezza dello stato cinese. L’accusa sostiene che Xu abbia partecipato, insieme ad altri soggetti, a campagne di hacking contro obiettivi stranieri, con finalità di acquisizione di dati sensibili e proprietà intellettuale.
La difesa, affidata agli avvocati Enrico Giarda e Simona Candido, ha costruito la propria linea su due punti principali: la contestazione dell’identità (Xu non sarebbe la persona indicata dagli Stati Uniti) e la natura politica della richiesta di estradizione, inserita nel contesto dello scontro strategico tra Washington e Pechino.
Attorno al caso si era sviluppata anche una dimensione meno visibile: quella della manipolazione della narrazione. Nei mesi successivi all’arresto, alcuni giornalisti italiani – tra cui chi scrive – avevano ricevuto comunicazioni sospette che proponevano una lettura precisa del caso: Xu sarebbe vittima di un procedimento politico e, in quanto tale, non estradabile secondo l’articolo 26 della Costituzione.
Il caso Xu Zewei, in effetti, è politico anche solo mediaticamente. Per gli Stati Uniti si tratta del primo presunto hacker cinese arrestato, e considerano il processo contro di lui un test importante; Pechino ha mostrato parecchia attenzione diretta alla vicenda anche attraverso iniziative diplomatiche a Milano, chiedendo garanzie su un “processo equo e giusto”.
Ora che la magistratura italiana ha chiuso il dossier, e la decisione passa al governo. E arriva in un momento tutt’altro che neutro: proprio in queste ore il ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione in Cina, mentre la relazione fra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il capo della Casa Bianca si è complicata.