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Patibolo per Bita, la prima ragazza iraniana. Ma per lei zero copertine e UN Women
Bita Hemmati è stata condannata a morte dal regime per le proteste di gennaio assieme ad altri tre manifestanti con l'accusa di aver lanciato oggetti, di aver partecipato a manifestazioni di protesta e di essere una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Dove sono finite le grandi marce femministe e l'agenzia Onu per le donne?
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16 APR 26

Foto Ansa
“UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, ci ricorda che la guerra in Iran colpisce prima di tutto le donne, le ragazze, le bambine. Chiediamo scusa a loro, in nome dell’umanità”. A giudicare dal programma di Marco Damilano su Rai3, le donne iraniane sono oppresse dagli eserciti a stelle e strisce e con la stella di Davide, mica sono mandate al patibolo in nome di Allah. L’ultimo accenno all’Iran dell’agenzia Onu per le donne risale al 5 ottobre 2022: “Al fianco delle donne iraniane, libere di esercitare l’autonomia sul proprio corpo”. Forse quelli di UN Women pensavano di scrivere di qualche stato americano che ha ristretto il diritto all’aborto. Nell’ultimo mese, l’agenzia Onu per le donne ha scritto di povertà e guerra in Sudan, di donne libanesi vittime delle bombe di Israele, di misoginia online, dello sport come inclusione e dell’empowerment di Christina Koch (prima donna in missione lunare), Dolores Huerta (leader sindacale e femminista), Jane Goodall, Maya Angelou e Aretha Franklin (il famoso “R-E-S-P-E-C-T”). Zero sull’Iran.
Zero su Bita Hemmati, la prima donna iraniana condannata a morte dal regime per le proteste di gennaio assieme ad altri tre manifestanti e durante le quali il regime ha ucciso trentamila persone. Tra le accuse che gravano sui condannati a morte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency, ci sarebbe anche quella di “collaborazione con gli Stati Uniti”, oltre che di “moharebeh”, presente in un verso coranico e che indica “chi fa la guerra a Dio”. Il regime l’ha accusata del lancio di oggetti, della partecipazione a manifestazioni di protesta e di essere una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Nella teocrazia iraniana, la donna non è un corpo sovrano, è solo un territorio da conquistare e un simbolo da sottomettere. Da Sakineh Ghasemi, detta “la fata alta”, giustiziata nel luglio 1979 insieme ad altre donne anche lei con l’accusa di moharebeh per aver osato esercitare la propria sessualità in un quartiere a luci rosse dato alle fiamme dalla rivoluzione khomeinista, fino a Bita Hemmati, il filo rosso è lo stesso: il regime degli ayatollah punisce con la morte l’esistenza femminile che sfugge al controllo totale. L’esecuzione di Sakineh, insieme a quella di altre “donne di vita”, fu un messaggio chiarissimo: il nuovo ordine non ammetteva economie del piacere sottratte allo stato teocratico.
Quarantasette anni dopo, la logica non è cambiata, solo si è raffinata. Le statistiche sono agghiaccianti e parlano una lingua che nessun eufemismo occidentale può addolcire. Nel 2025 l’Iran ha eseguito ufficialmente 1.630 condanne a morte, il numero più alto di sempre. Il regime degli ayatollah ha dunque mandato a morte per impiccagione almeno quattro cittadini al giorno. I reati punibili con la pena capitale, in Iran, vanno dal traffico di droga all’omosessualità (migliaia i gay uccisi dal 1979 a oggi), dalla pornografia alla “guerra contro Dio” e alla “corruzione sulla Terra”, due accuse molto usate come imputazioni per i manifestanti delle proteste degli ultimi anni. Bita Hemmati sarà la prima impiccata esplicitamente per aver partecipato alle proteste di gennaio 2026. Hemmati era apparsa in un video trasmesso dalla televisione di stato a gennaio, mentre veniva interrogata dalle forze delle Guardie rivoluzionarie e “confessava” le sue colpe.
Il regime usa il patibolo come pedagogia del terrore: processi-farsa, confessioni estorte sotto tortura, giudici che emettono verdetti “in nome di Allah”. Come nel caso del campione di lotta Saleh Mohammadi, giustiziato a diciannove anni. Dove sono finite le grandi marce femministe? Dove sono le influencer che urlano “my body, my choice” quando si tratta di corpi bianchi e borghesi, ma si ammutoliscono davanti ai corpi iraniani frustati, accecati dal piombo o impiccati per aver rivendicato lo stesso principio? Il femminismo contemporaneo, almeno nella sua versione mainstream, ha scelto con cura i propri nemici: il patriarcato bianco, il colonialismo, l’islamofobia. Il patriarcato teocratico sciita viene invece assolto con la scusa dell’anticolonialismo o della “complessità geopolitica”, mentre le università occidentali ospitano conferenze sul “queer islam” o sul velo come atto di resistenza. Il relativismo culturale, un tempo critica sofisticata all’etnocentrismo come lo voleva Claude Lévi-Strauss, è diventato così un alibi per la viltà. Sulla copertina dell’Espresso, Bita Hemmati ci sarebbe stata meglio del soldato israeliano col ghigno satanico: giovane, bionda, senza velo, libera. Ma il regime iraniano ride della nostra viltà. E sarebbe ora di smettere di regalargli questo piacere.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.