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La cappa del regime sugli iraniani
La chiusura di internet, la manipolazione sulla “gloriosa vittoria” e le impiccagioni. Ecco come gli ayatollah stanno continuando a schiacciare e a perseguitare il proprio popolo
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14 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:21 AM

Una donna iraniana di fronte a un ritratto del defunto leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei aTeheran il 12 aprile 2026, durante il cessate il fuoco tra l'Iran e la coalizione israelo-americana (GettyImages)
Il governo iraniano, dai primi giorni del conflitto, ha instaurato un blackout di internet dentro i propri confini nazionali. E’ una grande ombra nera che blocca le comunicazioni, una tattica già usata come risposta alle proteste contro il regime tra dicembre e gennaio, combattute con una feroce repressione, e con decine di migliaia di morti. Da febbraio, partita l’operazione americana Epic Fury, l’oscuramento è diventato totale, e colpisce anche le app di messaggistica, come Telegram, dove i ragazzi e le ragazze stanche dei pasdaran organizzavano flash mob e manifestazioni. Questo vuol dire che gli iraniani della guerra nel proprio paese sanno solamente ciò che possono vedere dalla finestra, o quello che viene raccontato e falsificato dalla televisione di stato. E’ un modo per paralizzare eventuali proteste e, secondo alcuni analisti, è il segnale che il regime, nonostante sia caduta la testa, continui ad agire come prima. E’ una forma di censura totale, che taglia dal mondo la popolazione. Sul Google nazionale, Gerdoo, se scrivi “guerra” non viene fuori nulla, come se non esistesse. In un altro motore di ricerca locale viene invece fuori una generica “gloriosa vittoria iraniana”. L’organizzazione giornalistica NetBlocks, che monitora internet nel mondo, ha detto che “aumentano ogni giorno le conseguenze di quest’azione di censura, che sta distruggendo le vite delle persone, oltre che violando i diritti umani e digitali degli iraniani”. Anche se ora il focus mediatico è sugli accordi e su Hormuz, non va dimenticato che il regime iraniano continua a schiacciare il suo popolo, a silenziarlo, perseguitarlo, imprigionarlo e manipolarlo. In queste settimane, come arma per terrorizzare la popolazione, le autorità stanno portando avanti le esecuzioni di dissidenti imprigionati a gennaio, quasi tutti giovani, come il lottatore diciannovenne Seleh Mohammadi, o il manifestante diciottenne Amirhossein Hatami, che sono stati impiccati in piazza per aver criticato il regime.