Nella situation room di Trump. Così ha dato il via libera alla guerra all’Iran

Le conversazioni private ai vertici dell’Amministrazione Trump sono contenute nel libro in uscita “Regime change: inside the imperial presidency of Donald Trump”. Dalle inchieste realizzate per il libro, il New York Times ricostruito come il presidente americano abbia preso la decisione di iniziare l'operazione Epic Fury, a partire dalla convincente presentazione di Netanyahu alla Casa Bianca, l'11 febbraio scorso

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9 APR 26
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Il 26 febbraio scorso, nell’ultima riunione nella Situation room prima dell’inizio dell’operazione Epic Fury contro l’Iran, il presidente americano Donald Trump era a capotavola, alla sua destra sedeva il vicepresidente J. D. Vance, tutt’intorno erano disposti il capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, il direttore della Cia John Ratcliffe, il consigliere legale della Casa Bianca David Warrington, il direttore della comunicazione Steven Cheung, l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt, il generale Dan Caine, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario di stato Marco Rubio. Le loro posizioni erano ormai chiare, ma Trump voleva per l’ultima volta ascoltare il punto di vista di tutti. Il vicepresidente, fra tutti il più in disaccordo, disse: “Penso che sia una cattiva idea, ma se il presidente vuole farlo, lo sosterrò”. Il capo della Cia argomentò che un cambio di regime fosse possibile a seconda di come si definisse il termine: “Se intendiamo semplicemente uccidere la Guida suprema, probabilmente possiamo farlo”. Rubio puntò tutto sul programma missilistico iraniano: “Se il nostro obiettivo è il cambio di regime o una rivolta, non dovremmo farlo. Ma se l’obiettivo è distruggere il programma missilistico, possiamo raggiungerlo”. Hegseth adottò una posizione “restrittiva”, dando valutazioni tecniche: prima o poi avrebbero dovuto occuparsi degli iraniani, quindi tanto valeva farlo subito, conducendo la campagna in un certo lasso di tempo con un determinato livello di forze.
Le conversazioni private ai vertici dell’Amministrazione Trump sono contenute nel libro dei giornalisti del New York Times Jonathan Swan e Maggie Haberman, in uscita il prossimo 23 giugno dal titolo “Regime change: inside the imperial presidency of Donald Trump”. Dalle inchieste realizzate per il libro i due giornalisti hanno ricostruito come il presidente americano abbia preso la decisione di iniziare la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran e “quanto il pensiero interventista di Trump fosse in sintonia con quello di Netanyahu nel corso di molti mesi, più di quanto persino alcuni dei principali consiglieri del presidente avessero riconosciuto. Ciò dimostra come, alla fine, persino i membri più scettici del gabinetto di guerra di Trump – con la netta eccezione di Vance, la figura all’interno della Casa Bianca più contraria a una guerra su vasta scala – si siano arresi all’istinto del presidente, compresa la sua grande fiducia in una guerra rapida e decisiva”.
Tutto iniziò l’11 febbraio, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu assieme al capo del Mossad David Barnea e alcuni ufficiali militari israeliani fece una presentazione sull’Iran nella situation room della Casa Bianca, “raramente utilizzata per incontri di persona con leader stranieri”. Per Netanyahu era giunta l’ora di un cambio di regime in Iran, era convinto che una missione israelo-americana avrebbe potuto finalmente porre fine al regime, proiettò persino un video che includeva un montaggio di potenziali nuovi leader iraniani, tra cui figurava anche il figlio dello scià Reza Pahlavi. “Le condizioni, a loro dire, indicavano una vittoria pressoché certa: il programma missilistico balistico iraniano sarebbe stato distrutto in poche settimane. Il regime sarebbe stato talmente indebolito da non poter più bloccare lo Stretto di Hormuz, e la probabilità che l’Iran potesse colpire gli interessi statunitensi nei paesi limitrofi era considerata minima. Inoltre, l’intelligence del Mossad indicava che le proteste di piazza in Iran sarebbero riprese e che, con l’impulso dei servizi segreti israeliani nell’alimentare rivolte e ribellioni, un’intensa campagna di bombardamenti avrebbe potuto creare le condizioni per il rovesciamento del regime da parte dell’opposizione iraniana. Gli israeliani avevano anche paventato la possibilità che combattenti curdi iraniani attraversassero il confine dall’Iraq per aprire un fronte di terra nel nord-ovest, mettendo ulteriormente a dura prova le forze del regime e accelerandone il crollo”, si legge in un articolo pubblicato ieri dal New York Times e tratto dalle inchieste giornalistiche realizzate per “Regime change”. Trump rimase talmente colpito dall’incontro che sia Netanyahu che i consiglieri del presidente americano ebbero l’impressione che avesse già preso la sua decisione. Trump era rimasto profondamente colpito dalle potenzialità dei servizi militari e di intelligence israeliani, proprio come era accaduto quando i due leader si erano parlati prima della guerra di dodici giorni con l’Iran a giugno. Questa volta Netanyahu puntò tutto sulla minaccia esistenziale rappresentata dalla Guida suprema iraniana Ali Khamenei, riconobbe i possibili rischi dell’operazione, ma sottolineò quanto “i rischi dell’inazione fossero maggiori dei rischi dell’azione”.
Il giorno dopo l’intelligence statunitense suddivise la presentazione di Netanyahu in quattro parti: la decapitazione (l’uccisione di Khamenei); indebolimento della capacità dell’Iran di proiettare la propria influenza e minacciare i paesi vicini; una rivolta popolare all’interno dell’Iran; il cambio di regime con l’insediamento di un leader laico. Per i funzionari statunitensi, solo i primi due obiettivi sarebbero stati raggiungibili con l’intelligence e la potenza militare americane, mentre il terzo e il quarto punto erano “lontani dalla realtà”. Secondo il capo della Cia gli scenari di cambio di regime del primo ministro israeliano erano “farseschi”. Secondo il generale Caine, quella era “la prassi standard per gli israeliani. Esagerano con le promesse e i loro piani non sono sempre ben definiti. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che insistono tanto”. Trump disse che il cambio di regime sarebbe stato “un loro problema”, senza specificare se si riferisse agli israeliani o al popolo iraniano, e sembrava comunque interessato a portare a termine le parti 1 e 2: uccidere l’ayatollah e i massimi leader iraniani e smantellare l’esercito iraniano. Caine condivise con Trump la “preoccupante valutazione militare” secondo cui una campagna su larga scala contro l’Iran avrebbe drasticamente ridotto le scorte di armamenti americani, compresi i missili intercettori, e sottolineò l’enorme difficoltà di mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz e il rischio che l’Iran lo bloccasse. “Trump aveva escluso tale possibilità, presumendo che il regime avrebbe capitolato prima di arrivare a tanto. Il presidente sembrava convinto che si sarebbe trattato di una guerra molto rapida, un’impressione rafforzata dalla tiepida reazione ai bombardamenti statunitensi contro gli impianti nucleari iraniani a giugno”. Una persona a conoscenza delle loro interazioni, scrivono Swan e Haberman, “ha notato che Trump aveva l’abitudine di confondere i consigli tattici del generale Caine con quelli strategici”.
L’informazione che negli ultimi giorni di febbraio accelerò significativamente i tempi della guerra fu quella dell’incontro in superficie della Guida suprema iraniana con altri alti funzionari del regime, in pieno giorno e completamente esposto a un attacco aereo, un’occasione “irripetibile” per colpire al cuore la leadership iraniana, un obiettivo che forse non si sarebbe più ripresentato. Trump offrì all’Iran l’ultima possibilità di raggiungere un accordo che gli impedisse di dotarsi di armi nucleari, una mossa diplomatica che diede agli Stati Uniti più tempo per spostare risorse militari in medio oriente. Eppure, secondo quanto diversi suoi consiglieri hanno riferito al New York Times, il presidente “aveva di fatto preso la sua decisione già settimane prima”, nonostante non avesse ancora stabilito la data precisa. A quel punto, Netanyahu lo esortava ad agire in fretta.
Due giorni prima dell’inizio dell’operazione, nell’ultima situation room, il generale Caine – che Trump ama chiamare “Razin Caine” per averlo impressionato anni prima, affermando che lo Stato islamico poteva essere sconfitto molto più rapidamente di quanto altri avessero previsto – si mostrò “lucido e razionale, illustrando i rischi e le implicazioni che la campagna avrebbe avuto sull’esaurimento delle munizioni. Non espresse alcuna opinione; la sua posizione era che, se Trump avesse ordinato l’operazione, i militari l’avrebbero eseguita. Entrambi i massimi comandanti militari del presidente anticiparono lo svolgimento della campagna e la capacità degli Stati Uniti di indebolire le capacità militari dell’Iran”. Secondo i due giornalisti d’inchiesta, “tutti si affidavano all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi inimmaginabili e in qualche modo uscirne sempre vincitore. Nessuno lo avrebbe ostacolato ora”. Trump concluse la riunione dicendo: “Penso che dobbiamo farlo”. Il giorno dopo inviò l’ordine: “L’operazione Epic Fury è approvata. Nessuna interruzione. Buona fortuna”.