•
La campagna del Cremlino contro il governo Milei perché pro Ucraina
Un leak di 1.431 pagine svela la rete di articoli a pagamento, giornalisti falsi e fake news orchestrata dagli eredi di Prigozhin a Buenos Aires
di
4 APR 26

Una campagna di propaganda e disinformazione del Cremlino per influenzare le elezioni contro un governo alleato dell’Ucraina. Solo che non è avvenuto in Europa, ma in Sud America. L’obiettivo della Russia, nel 2024, era colpire il nuovo governo di Javier Milei, che aveva spostato la politica estera dell’Argentina su posizioni filo Usa e filo Ucraina, tanto che Zelensky si recò a Buenos Aires per la cerimonia di insediamento. Tutto è dettagliato in un report dell’intelligence russa, filtrato e verificato da un gruppo di media internazionali specializzati.
I documenti, usciti prima sul giornale africano The Continent, e poi esaminato da media investigativi come openDemocracy (Uk), Forbidden Stories (Francia) e Filtraleaks (Argentina), sono un resoconto lungo 1.431 pagine delle attività di un gruppo di intelligence russo che opera in Africa e Sud America, chiamato “La Compagnia”, rinato dalle ceneri del gruppo Wagner dopo la morte del suo fondatore Evgeni Prigozhin. La campagna argentina dei russi, secondo i documenti, puntava a screditare il governo attraverso un mix di notizie vere e false, alimentare divisioni nella società, sostenere l’opposizione e fomentare tensioni con i paesi vicini. I mezzi erano la realizzazione di sondaggi, riunioni con esponenti politici, murales e striscioni “pacifisti” anti ucraini nelle strade di Buenos Aires o nelle curve degli stadi. Ma, soprattutto, articoli pagati sui giornali. Dai file del report emergono oltre 250 articoli ed editoriali pubblicati su oltre 20 media argentini, anche importanti, dietro un pagamento complessivo di 283 mila dollari. “Abbiamo visto le prime informazioni che riguardavano la Bolivia – dice al Foglio Santiago O’Donnell, giornalista d’inchiesta argentino e fondatore di Filtraleaks – e lavorando sulla storia con i colleghi, dopo aver fatto molte verifiche, ho capito che la campagna esisteva davvero”.
Gli autori dell’inchiesta giornalistica hanno contattato tutti i media coinvolti che, nella quasi totalità, hanno negato di aver percepito soldi per pubblicare gli articoli dei russi e affermato di essere all’oscuro dell’operazione: gli articoli erano stati offerti gratuitamente da intermediari, agenzie e società di consulenza che, a loro volta, negano vincoli con i russi. Gli articoli erano anonimi o firmati da autori che si sono rivelati inesistenti: presentavano titoli in università nei cui registri i loro nomi non compaiono e avevano foto-profilo realizzate con l’AI.
In un caso un giornale ha pubblicato la notizia falsa di tre terroristi argentini arrestati in Cile prima di un attentato a un gasdotto: per i russi l’obiettivo era alimentare le tensioni con il governo progressista cileno di Boric. In un altro caso i russi avevano ispirato fake news pubblicate sui social network sull’acquisto da parte di Milei di cinque collari di Cartier dal costo di 64 mila dollari per i suoi amati cani.
In realtà, questa storia non è completamente nuova. Nel giugno 2025, il portavoce del governo Milei denunciò in conferenza stampa l’esistenza di una rete “legata al governo russo e chiamata La Compagnia” che promuoveva campagne di disinformazione contro il governo. Vennero fatti anche i nomi di due cittadini russi, che coordinavano l’attività a Buenos Aires. Ma tutto passò sotto silenzio. “Nessuno credette a quella denuncia – dice O’Donnell, che è un giornalista critico di Milei – pensavamo fosse un’operazione del governo per distrarre l’opinione pubblica dagli scandali”. E invece era vera. “Patricia Bullrich, all’epoca ministro della Sicurezza di Milei, ci ha detto che venne avvisata dell’operazione russa da una chiamata su una linea sicura nell’ambasciata americana a Buenos Aires dall’allora segretaria alla Sicurezza statunitense Kristi Noem”. Ora i documenti di fonte russa lo confermano. La campagna si è poi fermata quando, dopo la vittoria di Trump, Milei si è allineato al nuovo corso più ostile nei confronti di Kyiv.
Il rischio è che ora Milei usi il caso per attaccare i giornalisti critici, che da sempre accusa di essere venduti o asserviti. “Sta già succedendo – dice O’Donnell, che è uno dei direttori del giornale di opposizione Pagina 12 – ma se una notizia è vera e di interesse pubblico, è dovere del giornalista pubblicarla”. Alla fine l’operazione russa non sembra aver prodotto grandi risultati, visto che poi Milei nel 2025 ha vinto le elezioni di metà mandato. “Ma sarebbe superficiale misurare così il fallimento o meno di un’operazione del genere – conclude il giornalista – perché le campagne di disinformazione hanno l’obiettivo di creare il caos, minare la credibilità delle istituzioni e dividere la società. Questo impatto è più profondo e difficile da misurare”.
Di più su questi argomenti:
Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali