Il piano di Sharaa per esportare petrolio dalla Siria all'Europa

Centinaia di camion portano il greggio dall'Iraq a Banyas, sul Mediterraneo. L'obiettivo fare di Damasco un partner essenziale e non sacrificabile

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4 APR 26
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Foto Getty

A nord della zona desertica siriana della Badiya, non lontano dal valico di frontiera con l’Iraq ad Al Bukamal, ci sono ancora oggi i resti dell’antica città mesopotamica di Mari. Fu costruita a ridosso dell’Eufrate perché era un punto di transito strategico per carovane e vie fluviali tra il Golfo e il Mediterraneo. Sono passati quasi 6 mila anni, e oggi il presidente siriano Ahmed al Sharaa sembra ripensare a quell’epoca quando annuncia che la Siria può essere “una potenziale riserva energetica per l’Europa”. Le scelte che ha fatto negli ultimi mesi hanno dimostrato che l’obiettivo di al Sharaa è fare di Damasco molto più che un interlocutore stabile. Piuttosto, vuole trasformare il paese in un partner indispensabile per l’occidente.
Lotta al terrorismo islamico, apertura dei cieli ai bombardieri israeliani e americani diretti in Iran, nulla osta al rientro in patria di milioni di rifugiati dall’Europa e ora – soprattutto – riapertura dei flussi energetici tra est e ovest. Durante la sua visita a Berlino di qualche giorno fa, al Sharaa ha annunciato che la Siria è pronta a fare da snodo alternativo allo Stretto di Hormuz per fare fluire il greggio dal Golfo al Mediterraneo. Nel giro di due giorni l’accordo concluso con l’Iraq per esportare 50 mila barili al giorni di petrolio è entrato in vigore. Giovedì una carovana di 299 camion carichi di greggio è partita da Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, ha attraversato il confine siriano nei pressi di al Tanf – l’ex base americana, avamposto delle operazioni militari contro l’Isis – ed è arrivata al porto di Banyas, dove il petrolio è pronto a essere imbarcato per l’Europa. La Siria è già oggi un “corridoio energetico strategico per la regione”, ha detto Safwan Sheikh Ahmad, direttore della comunicazione della Syrian Petroleum Company, la società che ha siglato l’accordo con Somo, la compagnia petrolifera di stato dell’Iraq.
Con la chiusura di Hormuz da parte dell’Iran, si è tornati a cercare vie alternative per fare viaggiare il greggio da est a ovest. Molti progetti di oleodotti che fino a qualche tempo fa sembravano sprechi di denaro o frutto di fantasie geopolitiche sono tornati d’attualità. Fra quelli più pratici e semplici da riattivare c’è l’oleodotto Kirkuk-Banyas, costruito nel 1952 e lungo quasi 900 chilometri. Non è più attivo dal 2003, danneggiato durante l’invasione americana, ma prima ancora che iniziasse la guerra civile in Siria si cominciò a parlare di una sua riattivazione per potenziare l’altra via di transito, quella che dal Kurdistan arriva in Turchia, a Cehyan, per dirigersi in Europa.
In questi anni tutti, dalla Russia all’Iran passando per gli Stati Uniti, hanno compiuto studi di fattibilità per riaprire l’oleodotto. L’ultima stima parla di 4,5 miliardi di dollari necessari e due-tre anni di tempo per completare i lavori che dovrebbero portare a una capacità notevole, pari a 1,5 milioni di barili al giorno. E’ molto più del fabbisogno nazionale siriano di circa 120 mila barili e abbastanza per esportare l’eccedenza. Significherebbe fare tanti soldi, circa 200 milioni di dollari di profitto all’anno, secondo alcune stime. Un potenziale tesoro, se si pensa che solo fino a pochi mesi fa il governo di al Sharaa non aveva il controllo nemmeno dei pochi pozzi petroliferi funzionanti a Deir Ezzour e Raqqa, rimasti per un decennio sotto al controllo delle Forze democratiche a guida curda. Con il ritorno di questa regione sotto la responsabilità dello stato centrale e con la rimozione delle sanzioni economiche da parte di Stati Uniti ed Europa l’oleodotto Kirkuk-Banyas è tornato a essere un investimento alla portata di chiunque voglia manifestare interesse – si parla insistentemente dell’Arabia Saudita.
Ma non c’è solo questo. Per al Sharaa, fare della Siria un hub energetico significherebbe assestare un duplice colpo. Uno alla Russia, che oggi è il primo esportatore di petrolio verso Damasco attraverso la flotta ombra e le sue attività di contrabbando. Il secondo a Israele, che secondo il presidente siriano potrebbe essere ulteriormente disincentivato ad attaccare il confine meridionale di un paese strategico per l’Europa. Il futuro politico di al Sharaa passa anche per il petrolio.