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L'Argentina raggiunge il più basso tasso di povertà dal 2018 (28,2%)
Taglio della spesa e delle tasse, disinflazione e crescita: così Milei ha dimezzato la povertà in due anni di presidenza. Contrariamente alla narrazione di un governo che fa "macelleria sociale" ci sono 6,2 milioni di poveri in meno
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2 APR 26

Dato mata relato, si dice in Argentina, ovvero il dato uccide la narrazione. La narrazione è quella di un governo che fa “macelleria sociale”, distruzione dello stato sociale, precarietà: “La cura choc è un disastro per gli argentini”, è la sintesi di una recente inchiesta di “Presa diretta” (Rai 3) sul governo Milei. I dati, invece, sono quelli appena pubblicati dall’Indec, l’istituto di statistica nazionale, che mostra una forte contrazione della povertà: nel secondo semestre 2025 la povertà è scesa al 28,2 per cento, circa 10 punti in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (38,1 per cento) e il valore più basso dal 2018 (27,3 per cento).
Rispetto al picco del 52,9 per cento, raggiunto nel primo semestre del 2024 appena dopo l’insediamento del presidente Javier Milei, la povertà si è quasi dimezzata riducendosi di 24,7 punti percentuali. Vuol dire 11,4 milioni di poveri in meno rispetto al picco e 6,2 milioni in meno rispetto a alla fine del 2023, ultimo dato del precedente governo peronista: 41,7 per cento.
I dati sono ancora più positivi per quanto riguarda il tasso di indigenza, la povertà estrema, che a fine 2025 ha toccato il 6,3 per cento – circa un terzo rispetto al picco del 2024 (18,1 per cento) e quasi la metà rispetto all’eredità del governo progressista di Alberto Fernández. Ma com’è possibile che tagliando la spesa pubblica la povertà sia crollata? E come si spiega questo “miracolo” libertario?
Per quanto possa apparire controintuitivo, la spiegazione è abbastanza semplice. Si chiama disinflazione. Il ventennio di governi peronisti aveva prodotto un’economia paralizzata da uno stato pervasivo che spendeva sistematicamente più di quanto incassava e, non avendo accesso ai mercati per ripetuti default, finanziava il deficit attraverso l’emissione monetaria della Banca centrale. La spesa sociale era sì elevata, ma pagata attraverso la tassa più distorsiva e regressiva che ci sia: l’inflazione. Che nel 2023 era arrivata al 211 per cento e nei mesi successivi aveva sfiorato il 300 per cento interannuale. Javier Milei ha attuato uno choc fiscale tagliando la spesa pubblica di circa il 30 per cento, per eliminare definitivamente il deficit di bilancio che era la benzina della corsa dei prezzi. Dopo due anni di surplus di bilancio e fine dell’emissione monetaria, l’inflazione è crollata al 30 per cento annuale – un dato altissimo per i nostri standard, ma una parvenza di normalità per gli argentini.
Contemporaneamente alla riduzione del perimetro dello stato (60 mila dipendenti pubblici in meno), il governo libertario ha aumentato alcuni sussidi diretti alle famiglie più povere, come ad esempio l’Assegno unico per i figli che è quasi raddoppiato in termini reali, ridotto le tasse e i dazi, liberato l’economia da una selva di regole e divieti per riattivare l’economia. Dopo l’iniziale recessione (-1,3 per cento nel 2024), il pil è aumentato del 4,5 per cento nel 2025 ed è previsto dal Fmi in crescita del 4 per cento anche nel 2026.
Certo, persistono ancora forti criticità e incertezze. Il processo di trasformazione economica, impresso in maniera drastica dal governo libertario, provoca ripercussioni forti e disomogenee nei settori economici e nei vari territori del paese. Ci sono settori che crescono in maniera robusta e costante, come l’agricoltura, tradizionale pilastro dell’export argentino, a cui si sono aggiunte l’energia (per lo sviluppo dei giacimenti non convenzionali di petrolio e gas) e l’estrazione mineraria (litio, rame, etc.) anche grazie al “Rigi”, il nuovo regime di attrazione di investimenti internazionali. Molto bene va anche il settore finanziario, che ha registrato una riattivazione del credito che era stato completamente distrutto dall’inflazione e dal ferreo controllo dei capitali. D’altro canto, sono in forte difficoltà i settori che precedentemente erano protetti dalla competizione internazionale attraverso i dazi, come l’industria tessile e ed elettronica, o come le costruzioni finanziate dalla spesa pubblica.
Il problema è che i settori che vanno bene sono a bassa intensità di manodopera a differenza di quelli che vanno male, e per giunta la distruzione dei posti di lavoro nei settori meno competitivi è naturalmente più veloce della creazione di nuovi posti di lavoro in altri settori. Questo ha provocato un deterioramento del mercato del lavoro, con una perdita di occupati formali compensati da una crescita di autonomi e informali. Non a caso, il governo Milei ha approvato una riforma del lavoro che dovrebbe spingere ad aumentare la formalità in un mercato del lavoro che non aumenta il numero di lavoratori regolari dal 2011.
L’altra criticità riguarda il piano di stabilizzazione macroeconomica: la Banca centrale ha ancora riserve negative, anche se dall’inizio del 2026 ha avviato un piano di accumulazione di dollari. Si vedrà se sarà sufficiente, perché in assenza di un ritorno sui mercati internazionali per rinnovare il debito, tutti i dollari acquistati verranno spesi per pagare le scadenze. Inoltre il processo di disinflazione ha subìto una battuta d’arresto, l’inflazione si è stabilizzata attorno al 3 per cento mensile.
Insomma, la strada per trasformare l’Argentina in un’economia normale è ancora lunga e accidentata, ma i risultati finora raggiunti da Milei erano impensabili. Soprattutto rispetto all’eredità ricevuta, probabilmente la peggiore della storia democratica dopo la fine della giunta militare. Non solo il governo Milei ha evitato l’iperinflazione che il paese sperimentò con Alfonsín e Menem, ma ha anche quasi dimezzato la povertà. E per questo ha anche vinto, contro i pronostici, le elezioni di metà mandato dello scorso ottobre. Voto mata relato.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali