La Cina aiuta l’Iran con informazioni d’intelligence. La fiducia del Golfo tradita

Dietro al rinvio del viaggio di Trump in Cina ci sarebbe il fatto che Pechino condivide intelligence satellitare con Teheran dal 10 marzo, in cambio di dati sulle capacità operative americane. Una mossa che le costerà cara: i paesi del Golfo non si fidano più di un mediatore che non riesce a tenere a freno l'alleato iraniano

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1 APR 26
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CFOTO/Future Publishing via Getty Images

La Cina starebbe condividendo con l’Iran intelligence satellitare, in particolare dati geospaziali utili all’individuazione degli obiettivi tattici, sin dalle prime settimane del conflitto con gli Stati Uniti e Israele. Le informazioni includerebbero la posizione di truppe e di asset americani. Da tempo si parla di un aiuto occulto da parte di Pechino al regime iraniano, anche attraverso l’uso di compagnie commerciali di analisi satellitari. Ieri Humint, la newsletter della giornalista americana Sasha Ingber, ha citato una fonte anonima che ha confermato la condivisione con Teheran di informazioni di intelligence da parte di Pechino a partire dal 10 marzo scorso. In cambio, Pechino otterrebbe un vantaggio: osservare da vicino modalità e capacità operative americane in un contesto bellico reale, tutte informazioni utili in scenari futuri come quelli per una guerra d’invasione contro Taiwan. Secondo la stessa fonte, sarebbe stato questo il vero motivo del rinvio della visita ufficiale del presidente americano Donald Trump in Cina. La portavoce della Casa Bianca Olivia Wales non ha confermato ufficialmente, ma neppure smentito le informazioni di Ingber: “Nulla di quanto fornito all’Iran sta incidendo sul successo operativo”, ha detto. La leadership cinese sta cercando di passare inosservata, ma non gli riesce molto bene. Ieri il ricercatore Tuvia Gering dell’Atlantic Council ha condiviso un’analisi del Gulf Research Center, importante think tank saudita fondato dal businessman Abdulaziz Sager, tra i consiglieri del principe ereditario Mohammed bin Salman. Secondo il Gulf Research Center, Pechino sta perdendo la sua credibilità nel Golfo: dopo aver mediato il riavvicinamento nel 2023 di Riad e Teheran, la Cina avrebbe dovuto assumere il ruolo di “garante della riconciliazione”, ma “gli attacchi iraniani sfacciati e ripetuti contro il Regno e gli stati del Golfo hanno messo in luce la fragilità di quel risultato”, si legge. “Non solo la riconciliazione si è disfatta, ma anche la convinzione che la Cina sia in grado, o disposta, a costringere Teheran ad attenersi a un comportamento disciplinato”. Una lezione che i paesi del Golfo hanno appreso molto bene, ed è il motivo per il quale la proposta di pace in cinque punti per il medio oriente prodotta da Cina e Pakistan e annunciata ieri, durante l’incontro a Pechino del ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar e il suo omologo cinese Wang Yi, è considerata l’ennesima, vuota azione diplomatica cinese. (giu.pom)