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2014-2022-2026
Vedere il futuro dell'Ucraina nel buio
La cosa peggiore nel punto di massima oscurità è parlare della luce, perché anche il futuro dell’oscurità non è scontato, e dipende da noi, dalla nostra capacità di resisterle. Il discorso del poeta ucraino alla Conferenza di Monaco
Cominciamo da qui, dalla prima tesi. Nel mio palazzo di Kharkiv ci sono dieci appartamenti. Al piano terra c’era una scuola di musica, che ha chiuso all’inizio dell’invasione russa su larga scala. Al secondo piano non vive nessuno. Al terzo piano vive un uomo anziano che soltanto dieci anni fa aveva un aspetto piuttosto distinto. Vive da solo. Esce sempre più di rado, fa fatica a salire le scale. Accanto a lui vive una famiglia che si occupa del palazzo e ha la chiave del solaio. Al quarto piano un appartamento è vuoto e nell’altro vive un imprenditore taciturno e solitario, che ha portato via la famiglia. Al quinto piano un appartamento è vuoto, nell’altro vive una famiglia che non è andata da nessuna parte e rimane in casa durante i bombardamenti. Al sesto piano un appartamento è affittato: i proprietari, sono andati da qualche altra parte; nell’altro vivo io.
Di solito abbiamo luce, acqua e riscaldamento. Negli ultimi mesi, dopo i bombardamenti, il palazzo si ferma. La luce sparisce, l’acqua sparisce. Nel giro di poche ore il palazzo si raffredda come un animale investito in strada. Insieme a lui gelano i pochi abitanti del palazzo. Poi tutto viene riparato e il palazzo torna in vita. Quest’inverno abbiamo tutti freddo. Le nostre città vengono distrutte: cercano di ucciderle. A volte penso che se si dimenticassero del palazzo e non accendessero la luce, si congelerebbe. Assieme ai suoi abitanti. Si congelerebbe abbastanza in fretta. Diciamo, in un giorno. O due. E ora parliamo del futuro.
Seconda tesi
La cosa più incerta è parlare del futuro quando il presente non dà alcun equilibrio. La guerra è innanzitutto una percezione spezzata del tempo: cerchi di aggrapparti al momento in cui ti trovi, senza affidarti del tutto al domani. L’allarme aereo è un semplice promemoria che tutti i tuoi piani possono essere corretti e modificati da qualcun altro, da chi non ha alcun interesse per le tue aspettative. Se in una guerra totale di annientamento ti affidi troppo al futuro, diventi vulnerabile e non funzionale, poiché il futuro può tradirti in qualsiasi momento. Al contrario, se la tua coscienza è guidata dal bisogno di sopravvivere, dal bisogno di salvarti, le tue possibilità aumentano. In ogni caso, per la progettualità resta poco spazio. Dall’inizio della guerra su larga scala, per molti di noi ucraini si è spezzata la continuità del tempo, è venuta meno la sua linearità, il suo ordine. Vivere in guerra significa vivere senza garanzie. Eppure, pure in questi tempi più bui, abbiamo bisogno di dire ad alta voce ciò che potrebbe accaderci domani. Per essere pronti al peggio. E per non sorprenderci, nel caso, del meglio.
Terza tesi
Come parlare di un futuro il cui formato viene deciso dai negoziati? Come conciliare la propria visione e il proprio desiderio di futuro con la retorica dell’occupante, che vuole innanzitutto la tua resa? Abbiamo un’idea di come vorremmo trovare il mondo intorno a noi al risveglio. Ma sappiamo bene che non tutte le nostre aspettative sono realizzabili. La giustizia non è una parte inseparabile della nostra realtà. Ma inalienabile e naturale è il nostro bisogno di giustizia. E’ proprio questo, a mio avviso, che oggi permette a molti di noi di non avere illusioni, ma al tempo stesso di non perdere il senso della dignità. Perché cos’è la dignità? Non giustificarsi per il bisogno e il desiderio di essere sé stessi. Non rinunciare a sé stessi. Non aver paura di essere sé stessi. La cosa peggiore nel punto di massima oscurità è parlare della luce. Perché grande è la tentazione di credere che la presenza dell’oscurità non sia temporanea, che debba restare con noi per sempre. Ma anche il futuro dell’oscurità non è scontato, anch’esso dipende da molti fattori: uno è la nostra disponibilità a resistere a quest’oscurità.
Quarta tesi
Cosa possiamo dire del futuro con certezza? Sappiamo con certezza da dove vi entreremo. Vi entreremo dalla nostra attuale, profonda oscurità. Dal buio e dal nero. E questo nero, questo buio resterà alle nostre spalle come parte della nostra memoria e della nostra esperienza. E come una delle componenti del futuro di cui stiamo parlando. Il futuro, anche il più roseo, sarà segnato da questo buio, dalla sua presenza. Bisogna essere pronti. Finendo, la guerra di solito non finisce. E’ molto importante capire che con i suoi fantasmi e le sue ombre dovremo fare i conti ancora per molto tempo. Questo richiederà un grande lavoro sulla memoria e richiede già oggi un grande lavoro sull’immaginazione. Immaginando il futuro, si vorrebbe immaginarlo perfetto. Ma la storia mostra che perfetto per noi di solito è il nostro passato, che tendiamo a idealizzare. E cosa succede allora con il futuro? Nel nostro caso, con il futuro postbellico.
Quinta tesi
Il futuro non assomiglierà certamente al passato. In questo c’è una trappola. Una parte di noi parla consciamente o inconsciamente del futuro nelle categorie del passato. Il che è un grave errore. Com’era prima non sarà più. Sarà diverso. Questo non significa che il futuro non sarà buono, potrebbe essere buono, potrebbe essere felice. Ma non andrà paragonato a ciò che era. Il nostro passato è stato irreversibilmente e categoricamente distrutto da questa guerra. Distrutto già ora e, lo ricordo, continua a essere distrutto, poiché mentre noi qui parliamo del futuro, la guerra continua. Molte cose nelle relazioni tra i paesi (e soprattutto tra i popoli) non si ripristineranno automaticamente dopo un cessate il fuoco condizionato (o incondizionato). Non si ripristinerà il senso di apertura, non si ripristinerà il senso di fiducia. Non si ripristinerà l’autorità di molte istituzioni, leader e progetti. E non si ripristinerà il senso di sicurezza. Dove voglio arrivare? E’ una strategia sbagliata aspettare che il presente passi come una pausa forzata; è sbagliata l’idea del futuro come possibilità di riportare tutto com’era. Il futuro come versione rinviata del passato è un’illusione. Il futuro sarà fatto di noi, così come siamo, così come resteremo, così come riusciremo a essere.
Sesta tesi
Di tanto in tanto si sente dire che tutte le guerre prima o poi finiscono. Anche la nostra. Questa tesi, nonostante la sua apparente ovvietà, non è indiscutibile. A suo tempo, per alcune generazioni di europei, la Guerra dei cent’anni non finì mai: non vissero abbastanza da vederne la fine. Considerare la fine di qualsiasi guerra come un dato inevitabile è discutibile dal punto di vista etico. La fine della guerra richiede grandi sforzi e un grande lavoro. E ancora una grande fiducia e una grande pazienza. Il futuro è una porta che si apre da questo lato della stanza. Di quella stanza in cui ci troviamo tutti noi.
Settima tesi
In futuro il livello di incomprensione tra noi non farà che crescere. Ci sarà un divario troppo grande di esperienze, un passato troppo diverso che ci lasciamo alle spalle e, di conseguenza, aspettative troppo diverse sul futuro. E’ evidente che anche il livello di attenzione che il mondo dedica oggi all’Ucraina cambierà. In che misura il mondo sarà capace di conservare empatia verso un paese che a un certo punto smetterà di essere bombardato? Cosa ci sarà al suo posto, un sano razionalismo? La normale stanchezza emotiva di fronte a un’ingiustizia che non ti tocca direttamente? Oggi cerchiamo di farci sentire nella speranza che il mondo ci ascolti, ci capisca e ci sostenga. Ma per quanto tempo si può mantenere l’attenzione su di sé e sulla propria tragedia urlando? E quanto saranno concrete le nostre pretese di attenzione e comprensione dopo che il livello della nostra minaccia cambierà? Il mondo vorrà parlare con noi dopo che smetteranno di ucciderci in massa? Ha il mondo il diritto morale di stancarsi di noi? E come fare allora nel nostro futuro comune, con un mondo stanco, con il bisogno di giustizia, con una totale sensazione di sfiducia?
Ottava tesi
Mi sembra molto importante parlare del nostro futuro proprio come di un futuro comune. Non si tratta di alleanze politiche o militari, di appartenenza ad associazioni o blocchi. Ogni grande guerra ci ricorda l’impossibilità di prendere le distanze nel mondo odierno, l’inefficacia (anzi, l’immoralità) della divisione del mondo in zone d’influenza e sfere d’interesse. Questa guerra – la prima grande guerra del XXI secolo – ha dimostrato che il mondo è troppo legato dal proprio passato per non costruire il futuro in categorie comuni di sicurezza e fiducia. E che aiutare oggi chi è diventato vittima di un’aggressione non è fargli un favore: è costruire uno spazio comune di normalità. Per quanto qualcuno possa non volerlo, un incendio su una nave riguarda tutti i passeggeri, indipendentemente dalla classe in cui viaggiano. Forse è proprio per questo che oggi parliamo qui del futuro, nonostante, suppongo, ognuno di noi abbia i propri piani per il prossimo fine settimana e per il prossimo anno.
Nona tesi
A proposito, quali sono i nostri piani per il prossimo anno? Diciamo che i piani più immediati dei miei vicini sono: svernare, resistere fino alla primavera, non congelare nei propri appartamenti. In queste settimane, in cui il paese affronta un’immensa prova di freddo e buio, è diventata intollerabilmente evidente la vulnerabilità dell’essere umano nel mondo moderno – con la sua dipendenza dall’infrastruttura, dai servizi pubblici, dalla temperatura fuori dalla finestra e dalla pace interiore. L’essere umano non nasce per i bombardamenti, per gli allarmi aerei di molte ore, per monitorare le traiettorie dei droni che volano per ucciderlo – per ucciderlo nella sua casa, nel palazzo in cui è nato, cresciuto e ha vissuto tutta la sua vita. La morte per ipotermia nel proprio letto, in una città di un milione di abitanti nell’Europa orientale, non dovrebbe rientrare nei piani di vita di una persona.
Decima tesi
Cosa può rientrare allora nei nostri piani? Non perdere i contorni della realtà, i contorni del presente. Proprio quei contorni su cui si costruirà il nostro futuro. Il nostro futuro comune. L’oscurità, nonostante tutta la sua vastità e la sua disperazione, è finita. La si può davvero attraversare. La cosa principale è non essere un osservatore passivo e distaccato in questa notte, quando è importante e necessaria la disponibilità di ognuno di noi a negare quest’oscurità. Negarla con la propria lingua. Negarla con il proprio lavoro. Negarla con la propria disponibilità a restare qui nel futuro. Il pericolo maggiore dell’oscurità è la nostra incapacità di vedere le cose per quello che sono. Quando questo buio si dirada, ci sorprenderemo di quanti eravamo qui, di quanto siamo riusciti a fare e, soprattutto, di quanto può essere bello questo mondo, se vi si aggiunge un po’ di buon senso e di giustizia.
Serhiy Zhadan è un poeta, scrittore e compositore ucraino. Questo è il discorso che ha tenuto alla Conferenza di Monaco, a febbraio.