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negli stati uniti

La bocciatura della Corte sui dazi riequilibra i poteri sfaldati da Trump

Marco Bardazzi

La sentenza sui dazi segna la prima vera battuta d’arresto del secondo mandato e riaccende i check and balances: giudici, legislatori e sondaggi mettono pressione alla Casa Bianca

Martedì notte a Washington sarà una serata gelida e memorabile. Riuniti nell’Aula della Camera, i tre poteri costituzionali del paese si troveranno tutti insieme ad ascoltare il discorso annuale di Donald Trump sullo Stato dell’Unione. Il presidente salirà sul podio e vedrà subito in prima fila, come da tradizione, i nove giudici della Corte suprema avvolti nelle toghe nere. Sei di loro hanno appena decretato la più grossa bocciatura dell’operato della Casa Bianca da quando è cominciato il secondo mandato di Trump e hanno lanciato il segnale che il potere giudiziario non intende piegarsi in tutto e per tutto a quello esecutivo. Sarà interessante ascoltare cosa avrà da dire il presidente ai giudici, in particolare ai tre conservatori che – nella sua ottica – lo hanno “tradito”: il Chief Justice John Roberts e i colleghi Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch. Già ieri ha detto riferendosi a loro: “Mi vergogno di alcuni membri della Corte, non hanno coraggio”. Il terzo potere, quello legislativo, osserverà con interesse e qualche preoccupazione lo scontro Trump-giudici. Cento senatori e 435 deputati saranno sparsi in tutta l’aula, a circondare i membri della Corte suprema e a fronteggiare un presidente probabilmente furibondo. Un terzo di quei senatori e tutti i deputati sono già in campagna elettorale e a novembre si giocheranno la rielezione nel voto di metà mandato. Tocca a loro decidere se anche il potere legislativo d’ora in poi terrà un atteggiamento diverso, meno remissivo, nei confronti della Casa Bianca o se resterà ancora schiacciato dall’esecutivo.

La sentenza della Corte sul tema decisivo della legalità dei dazi di Trump segna un punto di svolta e conferma che in America è cambiato il vento, dopo un anno in cui il presidente al secondo mandato ha avuto una libertà di manovra mai vista prima. C’era attesa per vedere se i celebri check and balance costituzionali sarebbero tornati a dare segnali di vita. La decisione della Corte sembra confermare che il ricorso da parte di Trump a leggi da stato d’emergenza, già messo in discussione più volte sul tema dell’immigrazione, non è ammissibile anche quando si tratta di commerci. Di più, perché in realtà i dazi per Trump non sono solo strumenti economici, ma anche geopolitici e l’ammonimento che ha mandato la Corte avrà ora ripercussioni anche sulla politica estera, togliendo un’arma di pressione e di ricatto alla Casa Bianca e offrendo in alternativa l’opzione di un percorso più lungo che rimetta in gioco il Congresso, cioè di nuovo il potere legislativo. Il cambio di vento si era già visto su molti fronti fin dalle elezioni locali dello scorso novembre, quando la scelta di governatrici democratiche in New Jersey e in Virginia era apparsa come un segnale chiaro di scontento dell’elettorato per le ricette dell’Amministrazione. Sensazione che si è rafforzata nelle scorse settimane con alcuni voti per seggi statali in Texas e Louisiana, dove gli enormi vantaggi ottenuti da Trump nel 2024 sono evaporati e si sono trasformati in vittorie con ampio margine per i candidati democratici. I sondaggi, poi, confermano che una maggioranza di americani non è contenta del presidente e soprattutto non vede migliorata la loro situazione economica, nonostante vari indicatori siano positivi. Sempre i sondaggi indicano che ad allontanarsi da Trump sono stati in buona parte i latinos, l’elettorato che aveva dato al presidente la spinta per la seconda vittoria abbandonando in percentuali consistenti i democratici. Dopo i raid dell’Ice, i fatti di Minneapolis e alla luce dell’andamento del paese, i latinos stanno esprimendo tutto il loro malcontento, che ha avuto una specie di momento visivo e simbolico nello show dell’intervallo del Super Bowl: un sostanziale atto d’accusa alle politiche dell’Amministrazione, seguito in diretta da oltre cento milioni di persone.

 

All’insieme di questi segnali negativi, si aggiunge ora la sentenza della Corte e la scelta di tre membri conservatori di mettere un freno all’idea che il presidente sia legittimato a fare tutto solo perché ha vinto le elezioni. Per Trump si apre lo spettro di dover fronteggiare un periodo da “anatra zoppa” e di dover andare a raccogliere consensi e voti in Congresso prima di lanciare iniziative di portata storica come quella dei dazi. Per non parlare dell’impatto sulle casse del paese e del pericolo di azioni legali e richieste di risarcimento danni da mezzo mondo. La Corte suprema non ha chiuso la strada ai dazi, ha solo indicato che serve un altro percorso per imporli. Trump adesso deve decidere se forzare la mano, come è nella sua natura, o provare a costruire una nuova fase della presidenza più in armonia con gli altri poteri costituzionali. In ballo ci sono anche l’esito del voto di novembre e il controllo del Congresso. Tutte cose che il presidente avrà ben in mente martedì sera (le prime ore di mercoledì in Italia), quando prenderà la parola alla Camera di fronte ai rappresentanti di tutti i poteri di Washington.

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