La decisione sui dazi

I check and balance funzionano. Per Trump altri guai in arrivo

Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro

Dopo la sentenza della Corte Suprema sulle tariffe imposte dalla Casa Bianca al resto del mondo, un Trump furibondo annuncia che andrà avanti. Potrà farlo perché la decisione non boccia i dazi in sè, ma il modo in cui sono stati imposti. Non sarà però altrettanto semplice: lo stato di diritto è stato dato per morto troppo presto 

La Corte Suprema ha bocciato i dazi di Donald Trump. Il presidente ha immediatamente bollato la decisione come “una vergogna”, aggiungendo però di avere un piano di riserva (e per il momento ha annunciato dazi del 10 per cento per tutto il mondo). Intanto, la sua politica economica subisce una decisa frenata con cui la Casa Bianca dovrà fare i conti. Il caso nasce da un articolo del costituzionalista Ilya Somin sulla rivista libertaria Reason: subito dopo la prima ondata di dazi del febbraio 2025, aveva pubblicamente lanciato un’iniziativa assieme al Liberty Justice Center per la ricerca di clienti pronti a sfidare l’amministrazione. Nessuna grande impresa rispose. Lo fecero, in cause separate, due produttori di giocattoli (Learning Resources e hand2mind) e cinque piccole imprese importatrici (V.O.S. Selections, Plastic Services and Products, dba Genova Pipe, MicroKits, FishUSA e Terry Precision Cycling).

 

La decisione, resa a maggioranza (6 a 3), si fonda sulla riluttanza a riconoscere poteri straordinari all’esecutivo in assenza di chiare e univoche previsioni di legge. La Costituzione chiarisce che il potere di imporre tributi e regolarli spetta al Congresso. Quando quest’ultimo ha inteso delegare il potere impositivo lo ha sempre fatto in modo esplicito, fissandone anche i limiti. Ricavare dalle ambigue formulazioni dell’International Emergency Economic Powers Act (la norma del 1977 che Trump ha invocato) il potere di imporre i dazi, comporterebbe un’espansione senza precedenti del potere esecutivo. Il Chief Justice John Roberts (affiancato dai giudici Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett, nominati dallo stesso Trump nel primo mandato) ha basato il proprio ragionamento sulla cosiddetta major questions doctrine – un principio di diritto amministrativo in forza del quale le agenzie federali non possono esercitare poteri di "vasta rilevanza economica e politica" senza una chiara autorizzazione del Congresso. Questa dottrina (sulla scorta della quale importanti testi legislativi in materia di ambiente, obbligo vaccinale e cancellazione del debito degli studenti sono stati bocciati) non è condivisa dai giuristi democratici che vi vedono un ostacolo a interpretazioni evolutive più in linea con i tempi. Pertanto, i tre giudici di nomina democratica (Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson) hanno sostenuto nelle proprie concurring opinions che a tale risultato si può pervenire anche in forza dei normali principi di interpretazione. I tre giudici dissenzienti (i conservatori Brett Kavanaugh, Clarence Thomas e Samuel Alito) hanno difeso i poteri presidenziali facendo ricorso a elementi testuali poco convincenti (la norma parla di “regolare le importazioni” e, a loro avviso, ciò comporterebbe anche la potestà impositiva) ovvero su asseriti rischi di caos per effetto del vuoto legislativo che si verrebbe a creare.

Una prima inevitabile osservazione è che esiste un giudice a Washington. Troppo presto, in questi ultimi 13 mesi, si è dato per defunto lo stato di diritto. Da più parti si è ritenuto che siano state forzate le procedure istituzionali con metodi, a volte legalmente ammissibili, ma in violazione di convenzioni costituzionali, altre volte (come in questo caso), ponendosi al di fuori della Costituzione. Insomma, i checks and balances funzionano ancora.

 

E ora? Anzitutto, non è chiaro se il Tesoro dovrà restituire i circa 194,8 miliardi di dollari già incassati nel 2025. I soggetti che materialmente li hanno versati ne chiederanno il rimborso e l’amministrazione farà di tutto per rendere loro la vita difficile. Inoltre, il gettito atteso dai dazi nel 2026 era di 171,1 miliardi (lo 0,54 per cento del Pil) e nel decennio 2026-35 si arrivava all’astronomica cifra di 2 mila miliardi, di cui all’incirca i tre quarti provenienti proprio da queste tariffe. Tale ammanco va messo sullo sfondo di una situazione sempre più preoccupante delle finanze pubbliche americane: quest’anno il deficit è stimato nel 5,8 per cento del Pil, e col venir meno dei dazi crescerà ancora. Nel corso di una furibonda conferenza stampa, Trump ha annunciato che si avvarrà immediatamente degli altri numerosi strumenti a sua disposizione per reintrodurli. Non potrà farlo con la disinvoltura del passato e sarà più complesso, ma lo farà. La Corte, del resto, non ha bocciato i dazi in sé, ma la procedura adottata. Come ha scritto il giudice Gorsuch: “furono i dazi sul tè a causare il Boston Tea Party”, da cui ebbe inizio la Rivoluzione americana. “Vogliono davvero farci credere che, quella notte, i patrioti nel porto di Boston considerassero il potere di imporre tariffe una prerogativa del re?”.

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